Il primato di Cesarina

iV-PsSOQIn tutti i secoli ed in ogni parte del Pianeta, le donne hanno sempre dovuto lottare e, purtroppo, ancora oggi lottano per ottenere il diritto all’istruzione. Basta ricordare la vicenda di Malala, Premio Nobel per la pace nel 2014. Il riconoscimento assegnato a Malala è un Nobel alle tante bambine del mondo povero che percorrono a piedi chilometri e chilometri per raggiungere piccole aule di piccole scuole sparse fra deserti di fango o di sabbia o di aspra roccia. È un Nobel a tutte le donne dei territori in cui il fondamentalismo ed il terrorismo islamico non permettono al genere femminile di accedere all’istruzione. Anche in Italia il diritto all’istruzione per le donne è stato un percorso difficile. Nel 1900, nella nostra nazione, solo 250 donne erano iscritte all’università e nel 1901 quasi la metà della popolazione era analfabeta e le donne in misura maggiore rispetto agli uomini. Ma, per ironia della sorte, sono state proprio le donne ad alfabetizzare gli italiani: sessantamila maestre diffusero la lingua italiana e l’aritmetica nelle città e nei paesi più sperduti. In questo difficile contesto, Cesarina Monti, detta Rina, fu la prima donna a ottenere una cattedra universitaria nel Regno d’Italia.
Ne ha tracciato un sintetico profilo Loretta Junck.
«Cesarina (Rina) Monti, nata in provincia di Varese ad Arcisate il 16 agosto del 1871, nel 1892 si laureò a pieni voti a Pavia in scienze naturali. All’ateneo pavese rimase una decina d’anni, impegnata nell’attività di ricerca, prima di ottenere un incarico per l’insegnamento di zoologia e anatomia comparata all’ateneo di Siena e di vincere in seguito una cattedra per la stessa disciplina a Sassari nel 1907, prima donna a raggiungere tale traguardo da quando si era costituito il Regno d’Italia. Erano gli anni in cui anche in Italia gruppi di suffragette scandalizzavano la società benpensante con le loro richieste, e soprattutto con manifestazioni pubbliche che sembravano provocazioni.
Lontana da questo stile, tanto riservata e schiva quanto determinata, la dottoressa Monti puntava sull’eccellenza dei suoi studi. Dopo la permanenza in Sardegna, si spostava prima a Pavia, quindi a Milano. Le prime brillanti ricerche avevano riguardato il sistema nervoso degli insetti, ma la sua strada era un’altra: l’idrobiologia. Era un campo nuovo. Favorita da una preparazione vasta (le sue competenze andavano dalla mineralogia alla zoologia, alla fisiologia, all’anatomia, alla chimica) e dall’apertura mentale che era necessaria verso concetti e metodi innovativi, Rina Monti si lanciava nell’impresa con quella tenacia che certo non le faceva difetto. Non si tirava indietro davanti a escursioni impegnative per raggiungere laghi alpini ad alta quota, con una speciale imbarcazione smontabile per solcarne le acque e uno strumento inventato da lei (il Monti net tube) per prelevare i campioni da analizzare in laboratorio.
Il lavoro, che lei viveva in modo quasi ascetico, e gli spostamenti frequenti non le impedirono una vita privata: ebbe anche il tempo di sposarsi con il geologo Augusto Stella ed allevare due figlie, una delle quali seguì le orme materne.» Rina Monti Stella morì a Pavia il 25 gennaio del 1937, a sessantasei anni, pochi mesi dopo essere andata in pensione. Una piccola via periferica la ricorda a Roma e per i suoi pregevoli studi di limnologia le è stato dedicato un laghetto antartico scoperto nel 1988 da una spedizione scientifica italiana. A Pavia è a lei intitolata una strada cittadina e una scuola di Pallanza porta il suo nome. 

Articolo di Ester Rizzo

a5GPeso3Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra editore ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzo e di Le Ricamatrici.

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