Luoghi comuni. Silvia, Fatima e Cristina

In questi giorni, in cui il rientro dopo una lunga prigionia, vestendo un abito islamico, ha scatenato le più becere pulsioni sessiste e anti-islamiche contro Silvia Romano, la ragazza rapita, mi è tornata alla mente la figura di una donna musulmana del passato. Un periodo durante il quale, nel civile mondo occidentale, si consumava tanta legna per bruciare donne considerate streghe, e un po’ anche per bruciare uomini che disturbavano il potere della Chiesa.
Mi è tornato alla mente che 34 anni prima che Giordano Bruno venisse torturato e poi bruciato vivo, una donna molto ricca, di nome Fatima Khatun e di religione musulmana, legò il suo nome a qualcosa di bello e di raro per quel periodo, soprattutto per le donne non ricche, sia in Oriente che in Occidente.
Torno a Silvia Romano, la quale ha fatto sapere al mondo di aver scelto Aisha come suo nuovo nome islamico e, senza entrare nelle sue scelte – tanto più che sono atea e vedo le religioni con assoluto distacco, permettendomi di esprimere un giudizio solo quando si prestano a gemellaggi politici col potere – voglio solo soffermarmi un momento su quest’altra figura di donna di un passato ancor più remoto, quello dei primi anni della religione musulmana di cui Maometto, definitosi e riconosciuto dai suoi fedeli profeta di Dio, fu capostipite. Il termine “musulmano” viene dall’arabo muslim che significa semplicemente sottomesso a Dio.
Maometto, vedovo addolorato di Khadija, aveva avuto, affinché ne facesse sua sposa, una bimba di soli 9 anni (qualcuno dice addirittura 6, ma qualcun altro 15 o 18) di nome Aisha. Questa bambina, divenuta donna, fu consigliera e sposa favorita del “profeta” al quale, si racconta, sapesse tener testa su ogni discussione. Acquistò rispetto e autorevolezza al punto che, morto Maometto, fu anche a capo di un esercito. Ma anche la prima moglie, l’amatissima Khadija, era stata una donna autorevole e di potere e senza di lei, probabilmente, Maometto sarebbe rimasto profeta di se stesso.
Questo velocissimo cenno a donne vissute nel VII e nel XVI secolo in Medio Oriente
, è finalizzato solo al tentativo di uscire da stereotipi che mostrano le donne musulmane solo ed esclusivamente come sottomesse al potere maschile. Certo, l’islam, esattamente come l’ebraismo e il cristianesimo dai quali ha molto attinto, ha una base fortemente patriarcale la quale dà il via ad applicazioni più o meno pericolosamente limitanti della libertà femminile. Esattamente come le altre due religioni. Basti pensare all’episodio dell’adultera salvata da Gesù quando – come ci racconta il Vangelo – riuscì a fermare la folla che seguendo una norma ebraica stava per iniziare la lapidazione, semplicemente dicendo «scagli la prima pietra chi è senza peccato». Ma la religione cristiana, nel suo farsi potere, non seguirà alla lettera gli insegnamenti evangelici e farà molto di peggio della lapidazione ebraica, come può constatarsi anche solo ricordando la “santa” inquisizione. E qui mi fermo e torno a Fatima Khatun.
Fatima Khatun era sicuramente una donna sottomessa a Dio, ma aveva a cuore l’educazione delle ragazze. Parliamo della metà del 1500, quando di donne che sapessero leggere e scrivere, escluse quelle appartenenti alle élite, non ce n’erano certo molte in nessuna parte del mondo.
A Fatima, donna ricca e devota, piaceva l’idea di erigere una grande moschea a Jenin, un’antica città palestinese in cui si trovava spesso a passare accompagnando suo marito Mustafa Pasha, governatore di Damasco, o andando a pregare nella città santa di Al Quds che in italiano chiamiamo Gerusalemme. Così un giorno decise che laddove era sorta una prima moschea quando l’islam si era appena affacciato al mondo, e poi un’altra, finite entrambe in rovina, sarebbe sorta una nuova moschea, la Grande Moschea di Jenin. Ma fin qui niente di stravagante. Solo che Fatima decise che accanto alla moschea doveva sorgere una scuola dove le ragazze potessero imparare a leggere, a scrivere, a saper di scienza e di matematica. Una scuola che dal 1566 ad oggi è ancora funzionante e porta il suo nome. Quindi organizzò un waqf che consiste in una serie di servizi per la comunità. È un’usanza antica, di origine pre-islamica e successivamente fatta propria dall’islam in quanto assolutamente combaciante con i principi solidaristici predicati nel nome di Dio (Allah in arabo).
Il waqf ha come finalità non soltanto la creazione di luoghi di fede o luoghi per il benessere comune, o di produzione di reddito (come negozi o simili attività) da usare per mantenere il bene comune, ma ha anche finalità di sviluppo sociale delle società islamiche e infatti non si limita ad ambiti religiosi o economici, ma si estende anche accademici e artistici. Questo tipo di solidarietà attuata con attività concrete
, nell’islam è soprattutto appannaggio femminile e si confonde facilmente con la semplice beneficenza verso i più poveri. In realtà è qualcosa di più, è un’attività che vede le donne che la intraprendono, assumere un ruolo di comando dell’area di lavoro teso allo sviluppo di un determinato ambito sociale o spaziale. Non distingue per religioni o per sesso e infatti nella storia dell’islam si racconta che una delle mogli del Profeta abbia organizzato un waqf a favore di un “fratello” ebreo. Il waqf riflette l’interazione tra i valori della fede e l’esigenza dello sviluppo sociale, e Fatima Khatun realizzò un waqf ricostruendo la moschea e creando una serie di servizi sanitari, culturali e sociali nell’area adiacente, tra i quali quello più significativo – ai miei occhi di donna occidentale formatasi negli anni in cui in Italia si affermava il femminismo – era la scuola per le ragazze.
Una volta, mentre mi trovavo a Jenin, fotografando la grande moschea e la scuola intestata a Fatima, mi venne in mente Cristina Trivulzio di Belgioioso. Anche lei, donna del nostro Risorgimento, vissuta tre secoli dopo Fatima, voleva che le ragazze studiassero. Anche lei era ricca. Anche lei aveva creato delle scuole, nel suo caso scuole per i figli e le figlie dei contadini, e un nostro grande della letteratura che non nutriva grande simpatia per questa giovane donna, intelligente, colta e molto bella, tollerata solo perché amica di sua madre, il nostro grande scrittore di nome Alessandro Manzoni, risentito per quelle idee di socialismo umanitario che Cristina portava avanti con entusiasmo mettendoci dentro tutta la sua passione, ebbe a chiedersi con fastidio chi avrebbe coltivato il grano per fare il pane se ora perfino i figli dei contadini sarebbero andati a scuola!
Il grande Manzoni, sebbene anche lui devoto credente, era infastidito dall’emancipazione delle classi subalterne promossa da Cristina Trivulzio. Strano per un cristiano passato per diverse confessioni, tutte comunque con “l’amare il prossimo” come principio fondante, no? o forse a infastidirlo era il fatto che fosse questa donna libera e spregiudicata ad esserne la promotrice!
Non ci è dato saperlo, però le idee di Cristina si affermarono mentre, dall’altra parte del Mediterraneo, la grande moschea e la scuola per ragazze costruite tre secoli prima portavano ancora il nome della loro fondatrice. Una donna musulmana, sottomessa sicuramente al suo Dio, ma non nel senso che comunemente si dà – senza conoscerne né l’ambiente, né la cultura – a tutte le donne musulmane e a quelle che, pur venendo da altre culture, ne abbracciano la religione.
A un ipotetico ma impossibile dialogo tra queste due donne vissute in secoli diversi, si sostituisce la forza simbolica di ciò che entrambe hanno voluto e realizzato: entrambe hanno scelto l’istruzione per emancipare chi altrimenti sarebbe rimasta o rimasto solo servitore.
Di Cristina si dissero le cose peggiori, attingendo al bigottismo e al maschilismo di cui erano ben forniti anche gli intellettuali risorgimentali. Di Fatima non sappiamo cosa si disse, però abbiamo ragione di credere che il suo waqf venisse apprezzato e la sua figura onorata visto che ancora oggi la scuola per ragazze e la Grande Moschea di Jenin portano il suo nome.
Si chiamava Fatima Khatun, forse portava un velo verde sui capelli, il colore dell’islam, come Silvia al suo rientro in Italia. O forse no, comunque era una grande donna e, con un po’ di fantasia, mi piace immaginare che forse, in un’altra vita, avrebbe lavorato a fianco a fianco con Cristina Trivulzio di Belgioioso.

In copertina. Grande Moschea di Jenin, foto di Moataz Egbaria

 

 

Articolo di Patrizia Cecconi

io-inverno-2018-e1560873676453.jpgNata a Roma. Laureata prima in sociologia, poi in erboristeria. Si accorge che i meccanismi di inclusione ed esclusione applicati al mondo umano, il mondo umano li applica anche alla natura, così scrive qualche libro in cui tratta sia di piante che di diritti umani. Dopo 25 anni di appassionato lavoro all’interno delle scuole, lascia l’insegnamento si dedica alla scrittura e alla causa che ormai sente sua: la Palestina.

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