Tre donne intorno al cor. Ferdinando Martini e le straordinarie donne della sua vita. L’amata nipote

Giuliana Benzoni, nobildonna antifascista e partigiana
Nata a Padova il 1° giugno 1895, fu la primogenita di Teresa (detta Titina) Martini e del marchese Gaetano Benzoni che ebbero poi altri due figli: Giorgio e Ferdinando. Da bambina fu allevata dai genitori, ma con il padre ebbe un legame speciale, come pure con la nonna Giacinta Marescotti e la zia Teresa, vivendo in un ambiente aperto e stimolante, mentre il nonno materno Ferdinando Martini era impegnato come governatore in Eritrea (fino al 1907). Nella loro casa romana erano ospiti i più bei nomi della politica e della cultura italiana e francese, ma non mancavano periodiche vacanze nella villa di Monsummano.

FOTO 1. Giuliana bambina nel parco della villa Renatico-Martini
Giuliana bambina

Alla vigilia della Grande guerra, Giuliana ebbe la sua formazione a Firenze, città vivace culturalmente, vero crocevia di personalità illustri. Venuta a contatto con Eva, moglie di Giovanni Amendola, fu introdotta a una passione che non abbandonò mai: la grafologia. Qui iniziò l’apprendistato come crocerossina, primo segno di quella dedizione verso il prossimo che fu un tratto distintivo della sua vita intensa. L’attentato di Sarajevo la sorprese in Inghilterra che lasciò in fretta per ritornare a Firenze e, poco dopo, a Roma, richiamata dai nonni. Nella capitale operò attivamente come staffetta di notizie riservate fra le ambasciate francese e inglese, per assumere poi un ruolo più attivo a fianco degli interventisti democratici, fra cui Salvemini, Bissolati, Amendola.
Nella primavera del 1916 incontrò in modo assai romantico, rifugiandosi da conoscenti a palazzo Primoli a causa di un improvviso acquazzone, l’amore della sua vita: il colonnello slovacco Milan Rastislav Štefánik che lottava per  l’indipendenza del suo Paese dall’impero Austro-Ungarico, allora solo un miraggio o un lontano sogno. Nato nei pressi di Bratislava nel 1880, era un uomo colto e brillante, scienziato ed astronomo, arruolato nell’esercito francese, dai sorprendenti occhi chiari; era arrivato in Italia da poco per compiere missioni diplomatiche ai massimi livelli e per contattare personalità fra cui ministri, ambasciatori, la regina madre Margherita. Dopo il primo casuale incontro, in cui i due giovani a mala pena furono presentati, il giorno successivo si trovarono da soli, a palazzo Colonna. «Attraversammo il vasto cortile illuminato dal sole. All’improvviso, come per magia, ebbi nelle mani un piccolo astuccio.» racconta Giuliana nell’autobiografia La vita ribelle. Memorie di un’aristocratica italiana fra Belle Époque e Repubblica.  L’astuccio conteneva una preziosa perla di Tahiti. «L’ho sempre portata con me per la donna che sarebbe stata la mia compagna.» disse Milan in un italiano incerto.

Foto 2. Giuliana con Milan a Roma,1916
Giuliana e Milan

Da allora i due divennero inseparabili e l’ufficiale fu introdotto negli ambienti frequentati da Giuliana, poté così nascere una sorta di “governo ombra” in esilio, mentre sempre più numerosi reparti militari slovacchi disertavano; nell’estate del ’18 la Cecoslovacchia fu riconosciuta Stato sovrano e belligerante. Proprio quando il matrimonio si avvicinava, il 4 maggio del ’19, Milan –  convocato con urgenza in patria –  precipitò con il bombardiere italiano su cui era salito, morendo con gli altri tre uomini dell’equipaggio: aveva con sé una lettera per Giuliana in cui le chiedeva di rimanere sempre fedele a sé stessa. Il giorno prima le aveva inviato un’altra lettera che sembra un triste presagio: più volte la saluta con «Adieu» e la chiama «ma femme unique et adorée».

Foto 3. l'ultima lettera di Milan
La lettera di Milan

Giuliana – nonostante l’immenso dolore –  rinvigorì il proprio impegno e pensò di rivolgere al Meridione le sue cure, facendo capo alla villa materna presso Sorrento, chiamata ”La Rufola”, e utilizzando una istituzione esistente ma inattiva: l’Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno.
Nelle terre del Sud scoprì un’umanità povera, disperata, ma semplice e dignitosa che ripagò battendosi contro l’analfabetismo e le disastrose condizioni sanitarie, ricostruendo scuole abbandonate, organizzando corsi per adulti, lottando contro pregiudizi e privilegi, collaborando con associazioni come l’Unione per l’assistenza dei malarici in Sardegna. All’affermazione del fascismo, Giuliana non poté che allontanarsi da Roma, viaggiando moltissimo con il fratello Giorgio, diplomatico, e soggiornando spesso a Praga, dove tutto le ricordava Milan, fino al drammatico momento dell’occupazione nazista («Non capirono, soprattutto i politici inglesi, fautori dell’appeasement a tutti i costi, che Monaco e la fine della Cecoslovacchia erano la fine dell’Europa», affermò Giuliana con una acutezza politica non comune nell’autobiografia). La sua abitazione a Sorrento diventò il porto sicuro in cui ritornare e il rifugio accogliente aperto agli esponenti dell’antifascismo italiano ed europeo: da Gaetano Salvemini a Giorgio Amendola, da Maxim Gorki a Benedetto Croce.
Nel novembre ’34 avvenne un secondo incontro destinato a segnarle la vita: conobbe la principessa Maria José di Savoia, da sempre ostile al fascismo, di cui divenne amica e complice tanto che le due ordirono insieme una trama di frequentazioni ad altissimo livello (con il Vaticano, con la Casa reale, con i politici più influenti) per far sganciare il re dal Duce. Il momento arrivò finalmente, dopo Stalingrado e lo sbarco in Sicilia, mentre Giuliana aveva già preso contatti con Badoglio. Con la fuga della famiglia reale a Brindisi, Giuliana si rese conto che la situazione a Roma era sempre più rischiosa e con naturalezza fece l’unica scelta possibile: la clandestinità e la Resistenza, come Amendola, Sandro Pertini e tanti altri amici. È certo che, grazie al suo intervento, almeno due ragazzi scamparono al rastrellamento del ghetto il 16 ottobre ’43. Operò attivamente per portare cibo, fornire mezzi e denaro, diffondere informazioni, dare nuove identità ai militari in fuga e facilitare i rapporti fra la popolazione e gli Alleati, grazie anche al suo bilinguismo e alle sue conoscenze aristocratiche. Per l’ “elevato spirito di patriottismo” dimostrato “di fronte ai gravi rischi” e alle “pericolose missioni” ricevette dal Fronte della Resistenza-Comando civile e militare della città di Roma la Croce di guerra al valor militare “sul campo” (5 giugno 1944).

Foto 4.Croce di guerra a Giuliana Benzoni
La croce di guerra a Giuliana Benzoni

Alla fine del conflitto mondiale, si mise di nuovo in moto verso il Meridione dove verificò le condizioni drammatiche lasciate dalla guerra e riuscì a fondare una colonia per orfani in Abruzzo. Una ulteriore missione la portò ad affrontare  la situazione dei reduci, ma fu colpita soprattutto dal problema più grande: la fame. Il referendum e la nascita della Repubblica videro ancora unite Giuliana e Maria José: l’una pronta a riprendere con energia le sue attività contro l’analfabetismo e per la ricostruzione dell’amato Sud, l’altra  decisa a rompere un matrimonio già finito e ad avviarsi con dignità verso l’esilio.
Nella maturità Giuliana Benzoni ha continuato il suo impegno attraverso la Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria del  Mezzogiorno), collaborando con varie associazioni internazionali (come il Centre for Human  Rights and Responsabilities di Londra); negli anni Cinquanta ha ospitato a villa “La Rufola” Gaetano Salvemini e lo ha assistito amorevolmente fino alla morte (1957); sappiamo anche che, pur risiedendo a Roma con il fratello e la cognata, amava frequentare la Toscana, Monsummano, le Terme Giusti, il podere di Peppignolo e ricordava con molto spirito le avventure giovanili con Maria José, quando portava messaggi segreti persino nelle scarpe!
Giuliana Benzoni è morta a Roma l’8 agosto 1981 e riposa a Monsummano Terme. «Ha sfiorato la storia con dolce distrazione», scrisse di lei, con una bellissima metafora, lo scrittore Giorgio Manganelli: «Il fascino di Giuliana stava in questa mirabile sproporzione tra la grandezza dell’immagine che offriva, e il modo esile e casuale di donarla, come se tutto facesse parte di una cerimonia, ma soprattutto di un gioco.»
Nella cittadina toscana è ricordata con una via.

Foto 5 .MONSUMMANO.T.Benzoni.ChiaraCecchi

 

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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