A caccia di streghe nella Triora del 1500

Non a caso pare che Triora, piccolo borgo in provincia di Imperia, debba il suo nome a Tria-Ora (tre bocche) per indicare i tre principali prodotti del luogo: grano, vite, castagno.

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Triora

È quindi ben comprensibile la disperazione della popolazione per la grave siccità che da quasi tre anni, siamo nel 1587, affliggeva le campagne con una scarsissima raccolta del cereale in una zona conosciuta proprio come il granaio della Repubblica di Genova di cui era podesteria. Così crescevano sempre più il malcontento e lo sconforto a causa della carestia e per fronteggiarla si ricorse ad un aberrante sentire comune, compatibile tuttavia con le forme di paganesimo del tempo, ben vive seppur combattute fortemente dal cristianesimo. Era noto, infatti, che la mancanza di pioggia, secondo una consolidata superstizione, dipendeva da un sortilegio per cui cominciò una forsennata ricerca degli/delle artefici del malocchio che diede inizio alla caccia delle streghe.
Intanto la carestia, che aveva scatenato e consolidato la superstizione, non accennava a diminuire per cui alcune donne del villaggio vennero accusate di stregoneria, ma sospetti e dicerie investivano anche cariche pubbliche e religiose: un potere oscuro e malvagio pareva incombere su Triora.
È noto che bastava ben poco per finire al rogo con accuse veramente incredibili quali il richiamo di pestilenze e piogge acide, moria del bestiame, la morte di donne gravide e la capacità di provocare tempeste e carestia oltre alle empie attività sessuali con il demonio. Secondo le dicerie diffuse, le presunte streghe, chiamate baggiue, si sarebbero incontrate in località Cabotina (tuttora esistente) per i loro sabba con Satana.
Nell’ottobre del 1587 il Parlamento locale chiese alle autorità civili e religiose di intervenire contro le presunte streghe e di inviare gli inquisitori per poter iniziare il processo. Arrivarono così  il vicario dell’Inquisitore di Genova e quello di Albenga, il sacerdote Girolamo del Pozzo, fermo sostenitore della presenza del maligno. Durante la celebrazione della Messa il sacerdote chiese ai parrocchiani di denunciare le streghe e di perseguire rigorosamente tutti/e coloro che, con malie o incanti o superstizioni, imprecazioni o altra diabolica arte, offendevano e davano danno. Le venti donne arrestate divennero, a causa delle denunce estorte con torture, ben presto trenta: tra di loro tredici adulte, quattro ragazze e un fanciullo che si dichiararono ree confesse, e via via aumentarono di numero sempre più, sottoposte ad atroci torture in nome di Dio.
Le delazioni si moltiplicarono con ritmo impressionante, talune formulate dalle stesse donne ritenute colpevoli, altre da membri delle classi elevate della popolazione, ormai interamente posseduta da una furia scatenata. Molte le contadine ma alcune accusate appartenevano anche a famiglie nobili o altolocate come le sorelle Isotta e Battistina Stella, entrambe processate, ma la prima non resse alle torture e morì. Un altro caso emblematico, che destò molto scalpore a Triora e anche nella Repubblica Genovese per la nobiltà del casato, fu quello della sessantenne Franchetta Borelli che sotto tortura resistette a parecchie ore di cavalletto nonostante l’età avanzata e che sussurrò dal nero pozzo del suo dolore:«Stringerò i denti e diranno che rido». La poveretta sopravvisse alle sevizie e all’Inquisizione, i piedi bruciati, la pelle flagellata, le ossa fratturate; fu poi rilasciata ma il suo corpo restò segnato per sempre. Morì il 2 gennaio 1595. Un’altra donna si gettò dalla finestra per sfuggire alle terribili
torture anche se fu poi detto che si sarebbe suicidata su istigazione del demonio.
A seguito di queste tragedie e al terrore che si era venuto a formare, si creò intorno ai Vicari e all’istruttoria da loro svolta un clima di diffidenza e sospetto: le presunte streghe, inasprite dai mezzi che erano stati adottati per estorcere loro la confessione, colme di odio e di spavento, si vendicavano coinvolgendo nella loro sventura un gran numero di innocenti. La lista delle streghe dopo le confessioni si allungava, si allungava tanto da arrivare a più di duecento nomi…
Il Consiglio degli Anziani, in data 13 gennaio 1588, chiese agli inquisitori di procedere in modo meno violento e con maggior cautela, ma la richiesta rimase inascoltata. Gli inquisitori avevano come manuale di riferimento il famigerato Malleus maleficarum (1487) dove è tra l’altro scritto: «Sebbene sia stato il diavolo a indurre Eva al peccato, fu Eva a sedurre Adamo» legando così la donna al mondo diabolico con quel che ne conseguì. Nel libro vengono elencate dettagliatamente le malefatte che combinavano le streghe come uccidere il nascituro nel ventre della madre, togliere la fertilità ai campi, mandare a male l’uva o la frutta, perseguitare uomini e donne attraverso terribili sofferenze e dolorose malattie o impedire loro di concepire e così via. Il libro stabilisce che, a fronte di tali misfatti, la strega accusata deve essere spesso esposta alla tortura e al fuoco. Largo spazio è dedicato ad illustrare le tecniche di estorsione delle confessioni e alla pratica della tortura durante gli interrogatori: in particolare è raccomandato l’uso del ferro infuocato per la rasatura dell’intero corpo dell’accusata al fine di trovare il famoso stigma diaboli che ne proverebbe la colpevolezza.
Intanto a Triora si aggravava il clima di terrore e di odio per cui venne inviata da parte dei notabili all’Inquisitore capo e ai reggitori del governo di Genova una nota di biasimo per il modo atroce con cui erano condotti i processi. Il Ponente ligure era attraversato da una vera e propria tragedia, macchiata dal sangue di vittime innocenti.
Il Vescovo intimò all’Inquisitore di liberare le donne di rango elevato per evitare problemi con le famiglie più influenti, ma continuarono torture e prigionia per le altre.
Il governo genovese si mosse con sollecitudine e già nei primi giorni di maggio 1588 inviò l’Inquisitore capo, seguìto, a giugno, dal commissario civico Giulio Scribani (o De Scribani), un demone che riprese le indagini e gli interrogatori in modo ancor più crudele e che inasprì sempre più il clima di terrore e di sospetti. Morirono così altre povere donne sotto i ferri della tortura anche se non ci furono i roghi come tutti si aspettavano, tuttavia furono individuate altre quattro “colpevoli” nei paesi vicini quali Montalto, Castel Vittorio, Sanremo dove ebbero inizio altre cacce alle streghe.
Avvenne però una svolta importante: il processo fu trasferito a Genova dove tredici donne, quattro bambine, un bambino e un uomo vennero rinchiusi nella Torre Grimaldina.

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Genova, Torre Grimaldina

Arrivarono infine le ultime arrestate e anche per loro il trasferimento in prigione aggiunse dolore al dolore. Il carro aveva, proprio come quello degli appestati, e per scopo quasi analogo, una campanella che, nel procedere, squillava lugubre ed insistente. Le poverette erano esse stesse atterrite dal panico e dal furore che suscitava il loro passaggio: gli spettatori portavano rapidi le mani al volto per proteggersi dal loro sguardo malefico, i ripetuti gesti di scongiuro, i sassi che qualche malvagio lanciava contro il carro testimoniavano l’animosità dei presenti.
Si avviò un nuovo processo che si concluse nel 1588 con la condanna al rogo di tutti gli imputati, escluse le cinque donne morte nel frattempo per i maltrattamenti e gli stenti subiti. Per fortuna, nel 1589, il processo subì una revisione che annullò la condanna al rogo forse su istanza del doge genovese Davide Vacca al Santo Uffizio con la richiesta di mettere fine all’azione giudiziaria. Così il 23 aprile 1589 terminò il tragico processo alle streghe ma non si sa esattamente che fine abbiano fatto le prigioniere: alcuni studiosi sostengono che fossero state trasferite a Roma dove si persero le loro tracce, altri che fossero state lasciate libere.
Anche se non possiamo nascondere il raccapriccio per questo processo di stregoneria, tuttavia la dolorosa vicenda segnò profondamente i rapporti tra il Santo Ufficio e la Repubblica di Genova nei confronti delle superstizioni e di coloro che operavano per la salvaguardia della salute della comunità quali levatrici, guaritrici, conoscitrici di erbe. La maggior prudenza da parte dell’Inquisizione nelle accuse di stregoneria, come si ritiene da più parti, comportò un mutamento di strategia adottato per contrastare le superstizioni che furono riassorbite nell’alveo dell’ortodossia. Le autorità ecclesiastiche sostituirono ai roghi l’opera degli esorcisti.
Nel 1588 a Triora, come nel resto della penisola, non era più il tempo di bruciare le streghe perché altre erano le minacce che incombevano sulla Chiesa cattolica, e presto su quelle storie sarebbe calato il silenzio, mentre alcune credenze e pratiche superstiziose furono riassorbite dalla religione e sopravvissero così fino al Novecento.

Museo Etnografico della Stregoneria a Triora
Triora. Museo Etnografico della Stregoneria

Per approfondire :
Il Museo Etnografico della Stregoneria a Triora ospita sia oggetti e spaccati della vita quotidiana contadina sia quattro sale dedicate alla Stregoneria con scene degli interrogatori, mezzi di tortura, documenti del processo, ecc.
Ippolito Edmondo Ferrari (a cura di), I segreti di Triora, Mursia, 2010
Alfonso Assini e altri (a cura di), La causa delle streghe di Triora- i documenti dei processi  1587-1618, Pro Triora Editore, 2015

 

 

Articolo di Francesca Di Caprio

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Laureata in Lettere antiche e specializzata in Filologia Classica ha insegnato latino e italiano nei Licei ed è stata responsabile del Servizio di Educazione alla Salute presso il Provveditorato agli Studi di Genova. Attiva in ambito sociale e associazionistico, è stata vice-presidente della Società Dante Alighieri di Genova. Nel 2009 le è stata conferita l’onorificenza di Ufficiale della Repubblica Italiana. È autrice di una quindicina di libri di storia locale.

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