Il cibo nell’arte, fra banchetti e nature morte

Il cibo, nutrimento per il corpo e lo spirito, produce energia chimica e sostituisce le molecole e le cellule che quotidianamente vengono demolite. Giacché mangiare è essenziale, esiste un valore simbolico e sociale in ogni cultura; nelle religioni vi è un rapporto stretto tra il divino e il cibo che assume inoltre una funzione molto interessante nelle opere d’arte di tutti i tempi. Esso è una fonte inesauribile di ispirazioni, con il passar del tempo,   sia nella storia in generale che nel percorso dei singoli artisti: abbiamo conosciuto il linguaggio del cibo attraverso l’arte.
Sin dall’età preistorica l’essere umano ha avuto la necessità di esprimersi e di comunicare agli altri la traccia della propria presenza, raccontando la quotidianità come testimoniato dai graffiti. E il cibo era fondamentale in questo quotidiano, utilizzato, così come nei tempi successivi fino ai giorni nostri, per i riti sacri, un modo per ingraziarsi il consenso di Madre Natura, garantendo una caccia efficace e nel contempo per rimuovere la colpa di essersi appropriati delle materie prime della terra.

Banchettante distesa sulla Kile con la coppa e la lira. Fine VI sec.a.C. Museo Archeologico Nazionale, Taranto.
Banchettante distesa sulla Kile con la coppa e la lira. Fine VI sec.a.C. Museo Archeologico Nazionale, Taranto.

Utili sono quasi tutte le raffigurazioni murali delle tombe etrusche, dalle quali traspare la testimonianza di una comunità festaiola e ricca; sono raffigurate in maniera autentica le consuetudini della famiglia di defunti, dell’ambiente in cui vivevano e dei banchetti, talvolta tenendo in mano un calice di vino e un uovo, simbolo della continuità della vita attraverso la rinascita. Altrettanto utili sono le ceramiche greche, purtroppo non abbiamo molte testimonianze di pittura – eccetto gli affreschi minoici – ma tra le molteplici scene dipinte sui vasi ci sono quelle di banchetti con personaggi reali o mitologici, utili anche per comprendere l’uso delle forme ceramiche giunte fino a noi. I personaggi sono ritratti sdraiati sulle klinai, sorta di letti posizionati all’interno di stanze specifiche utilizzate per banchettare, il triclinio detto così dal numero di letti presenti al suo interno, che si trova anche all’interno delle abitazioni romane.
Per quanto concerne la società romana, il banchetto costituiva un legame tra il mondo terreno e l’aldilà, sovente il/la defunto/a era ritratto/a in pitture, sculture, spesso in posizione sdraiata, durante i banchetti, sulla kline come nelle tombe etrusche: la simbologia del banchetto sottintendeva la fragilità della vita e la grande soddisfazione dei piaceri della tavola. Altra importante testimonianza romana sono le xeniaì, termine greco usato per indicare le nature morte: erano dipinti sulle pareti di casa e raffiguravano i regali di benvenuto per gli ospiti; alcuni di questi affreschi si trovano nelle ville di Pompei in cui sono raffigurati fichi, noci, pere, ciliegie, uva, miele, formaggi e del latte con i relativi recipienti, cacciagione, pane e vino. Sempre romani sono i mosaici pavimentali detti asarotos oikos (pavimento non spazzato) che si sono diffusi dal II sec. a.C., in cui erano illustrati i resti dei banchetti che venivano gettati sul pavimento; ne abbiamo diverse testimonianze conservate nei musei italiani.

Aquileia. Museo Archeologico Nazionale. Mosaico del pavimento non spazzato (particolare)
Aquileia. Museo Archeologico Nazionale. Mosaico del pavimento non spazzato (particolare)

Dopo la caduta dell’impero romano, le rappresentazioni di banchetti diventano rare, infatti nell’alto Medioevo il cibo era ritenuto dono di Dio, frutto di faticoso lavoro e non fonte di piacere, così sono più diffuse scene agricole come la trasformazione delle materie prime, il grano in pane, l’uva in vino e le olive in olio. Bisogna attendere il Rinascimento e, quindi, il Barocco per tornare a vedere la rappresentazione di feste, scene di banchetti, tavole imbandite; il cibo tornò a essere il principale soggetto delle tele dal punto di vista estetico, cromatico e nell’equilibrio delle forme. A tal proposito ricordiamo i fratelli Zavattari che, nel Duomo di Monza, raffigurarono le nozze della regina Teodolinda con Autari, re dei Longobardi; il particolare da cui si deduce che si tratta di un banchetto nuziale sono i confetti, il cui uso si è diffuso dalla Sicilia, dove furono portati dagli Arabi, e poi in tutta Italia.

Zavattari che, nel Duomo di Monza, raffigurarono le nozze della regina Teodolinda
Duomo di Monza. Zavattari, Le nozze della regina Teodolinda

Molti sono stati gli/le artisti/e dei secoli successivi che nelle opere hanno ritratto il cibo, per accontentare sia una committenza aristocratica sia una borghesia in ascesa, fra i tanti ricordiamo: Paolo Veronese, Clara Peeters, Fede Galizia, Vincent Van Gogh, Pablo Picasso, Frida Kahlo e Renato Guttuso.
Paolo Veronese (1528-1588) si distinse per la caratteristica euritmia delle sue tinte smaglianti e per la trasparenza delle sue atmosfere che sono diventate un punto di riferimento della successiva pittura veneziana del Settecento. Nelle sue opere si ripete un soggetto: la cena ambientata in palazzi lussuosi e animati. La sua è una messa in scena teatrale, in cui i personaggi biblici sono circondati  da figure eleganti e alla moda dell’epoca e in pose diverse, dove non mancano mai bambini che rendono l’atmosfera gioiosa.
Veronese dipinse anche l’Ultima cena, in sostituzione di una tela di Tiziano distrutta da un incendio per il Convento dei SS. Giovanni e Paolo; anche  questa scena è collocata in una dimora sontuosa, al centro di un porticato circondato da una folla, insieme a Cristo e ai discepoli sono presenti servitori, guardie armate, bambini e animali, persino un buffone con un pappagallo, ma tutti con abiti contemporanei all’artista. La tavola è riccamente imbandita con vini bianchi e rossi in coppe di finissimo cristallo, un vassoio con un pollo intero e carne di agnello, altri vassoi colmi di squisitezze e una torta a forma di croce; si tratta di una tavola che evidenzia lo spreco e la lussuria. L’interpretazione dell’opera fu giudicata poco conveniente e per questo motivo fu fatto al pittore un processo dal tribunale dell’Inquisizione, in cui si poneva l’attenzione nel fare rispettare la fedeltà al testo sacro. Veronese difese la propria libertà creativa consapevole del ruolo di artista, ma la sentenza gli impose di cambiare l’opera, tuttavia egli corresse solamente il titolo: l’Ultima cena divenne la Cena in casa di Levi.

Veronese. Casa Levi
Paolo Veronese. Cena in casa di Levi.

Clara Peeters, nata ad Anversa nel 1594, esponente del barocco fiammingo, dallo stile limpido, realistico e attento, ritraeva in modo quasi ingannevole la realtà naturale. L’artista ha realizzato molte nature morte i cui protagonisti sono il cibo e oggetti di pregio, fra i tanti si ricorda il dipinto Natura morta con formaggi, mandorle e pretzel, esposto nel museo Mauritshuis de L’Aja: la tavola imbandita è grezza, senza tovaglia, una scelta da interpretare come la volontà di esaltare i prodotti gastronomici. I dipinti di Peeters sono oggetto di diverse interpretazioni critiche, alcuni vi vedono riferimenti all’ultima cena narrata nel Vangelo, altri il voler evidenziare la ricchezza smodata delle tavole dei borghesi; al di là di ogni interpretazione, certamente ci dà un interessante spaccato delle abitudini alimentari olandesi.

Clara Peeters. Natura morta con formaggi, mandorle e pretzel,
Clara Peeters. Natura morta con formaggi, mandorle e pretzel

Altra artista interessante è Fede Galizia (1578-1630), figlia del pittore miniaturista Nunzio; iniziò a lavorare a soli dodici anni nella bottega paterna, autodidatta divenne esperta nell’incisione e nella miniatura. La sua prima opera è un’Alzata con prugne, pere e una rosa, un dipinto di particolare bellezza; quasi tutte le sue nature morte emergono da un fondo scuro grazie a una luce fredda, sembrano essere un po’ malinconiche. Longhi, che pure l’apprezzava, nel 1950 le definisce «attente ma contristate».

Fede Galizia. Alzata con prugne, pere e una rosa
Fede Galizia. Alzata con prugne, pere e una rosa

Quasi tre secoli più tardi, Vincent Van Gogh (1853-1890) dipinse per necessità interiore, pur osservando con attenzione i fatti artistici contemporanei, inventando una tecnica sua personale in cui trasfigura la realtà a favore del proprio “io”. Negli ultimi anni di vita, prima di trasferirsi in Francia, emerge il suo grande interesse verso l’essere umano, a lui più che narrare i fatti o descrivere i luoghi interessò dunque il significato dell’esistenza e lo dipinse così come lo sentiva. Il tema preferito in quel momento diventa la vita dei contadini, il loro lavoro e la loro fatica; l’opera che meglio rappresenta questo periodo è I mangiatori di patate del 1885:  voleva far comprendere che quella povera gente, all’interno di una modesta stanza illuminata da una lampada a petrolio appesa al basso soffitto, consumava il pasto serale servendosi con le mani dallo stesso piatto, unico cibo condivisibile, quelle stesse mani che avevano zappato la terra in cui erano cresciute le patate.
Altro grande artista è Pablo Picasso (1881-1973), figlio di un professore di disegno e conservatore del Museo di Malaga, ha iniziato a dipingere molto giovane; trasferitosi con la famiglia a Barcellona nel 1895, ha partecipato alla vita intellettuale della città, aperta a tutte le correnti d’avanguardia; qui sperimentò nuove tecniche che contribuirono alla sua formazione culturale basilare per la lunga attività artistica. Fu uno degli artisti più celebri del XX secolo, con Braque ideatore del cubismo, ha rappresentato uno snodo cruciale tra l’arte ottocentesca e l’arte contemporanea. L’amore di Picasso per il cibo e la cucina ha avuto un’influenza costante, fin dai tempi giovanili: fu uno dei suoi punti determinanti, definì i suoi gusti semplici e nello stesso tempo ricchi di passione. Egli considerò la cucina cuore vibrante della casa e fonte d’ispirazione, immortalando la sua passione attraverso i dipinti. A Barcellona nel ristorante “El Quatre Gats”, luogo a lui abituale, quasi sempre pagò da mangiare e bere con uno schizzo improvvisato, lì ancora oggi è presente il menù da lui illustrato. Nel periodo parigino il cibo rimase elemento centrale della sua pittura, allora frequentava il ristorante “Le Catalan”, dove servivano specialità catalane che rappresentò più volte. Alcune delle sue opere più interessanti sono quelle create durante l’occupazione nazista, periodo in cui scarseggiava il buon cibo, Picasso così trasformava in arte ciò che maggiormente desiderava. Fra le altre ricordiamo il quadro Natura morta con biscotti (1924, collezione privata Ars, New York), dipinto quando viveva nel Sud della Francia: lo stile è il suo, ma la composizione si rifà alla pittura di genere che caratterizzava tutto il Seicento.

Pablo Picasso. Natura morta con biscotti
Pablo Picasso. Natura morta con biscotti

Figlia della rivoluzione messicana, Frida Kahlo (1907-1954) si dedicò alla pittura da autodidatta, proseguì isolata il proprio lavoro in cui i temi più congeniali furono gli autoritratti di un realismo violento e visionario e le inquietanti nature morte. L’artista era convinta che il cibo e il saper cucinare fossero una maniera per legare a sé un uomo, scambiarsi le ricette con altre donne un motivo per raccontarsi i piaceri e i dolori, per questo motivo prima di sposarsi annotò le ricette in un taccuino intitolandolo: Il libro dell’erba santa. Gli ultimi anni della sua vita furono i più dolorosi e in questo periodo realizzò dei dipinti dove il cibo ebbe un ruolo centrale: la frutta del suo giardino e i prodotti del mercato; nelle nature morte che qualcuno ha definito “vive” vi erano componenti politiche, erano un modo per trasmettere messaggi.

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Frida Kahlo. Natura morta con pappagallo e frutta

Nonostante fosse sofferente amava la vita e la natura, dipingendola nelle sue tele: fiori freschi, frutta, colori intensi e un clima di allegria come nei giorni di festa. Una delle sue opere è La mesa herida, una grande tavola che rivisita il tema iconografico dell‘Ultima cena, ispirata al Cenacolo di Leonardo da Vinci, dove rappresenta sé stessa e i suoi ospiti: uno scheletro che gioca con i suoi capelli, una figura di argilla precolombiana che le presta un braccio perché sembra appunto priva di braccia, una creatura grottesca che potrebbe essere riconducibile al marito Diego Rivera e i suoi nipoti, tutti attorno a un tavolo ricoperto da piaghe sanguinanti con zampe umane scuoiate, realizzata nel periodo del divorzio; certamente si tratta di un’opera in cui rappresenta tutto il suo dolore.

Frida Kahlo. La mesa herida
Frida Kahlo. La mesa herida

Ricordiamo infine Renato Guttuso (1911-1987), massimo esponente del realismo sociale italiano, si impegnò fin da giovane nella lotta antifascista; si distinse per la sua visione dolorosamente ma umanamente poetica e per la ricchezza delle forme stilistiche. Influenzato da un violento espressionismo evidenziò una decisa denuncia sociale nel dopoguerra; i temi da lui affrontati sono cambiati nel corso degli anni, ma malgrado il mutare della situazione politica egli fu sempre fedele ai suoi principi, che fecero di Guttuso un tutto unitario tra e uomo e artista. Egli affrontò tematiche diverse con la stessa forza e coerenza stilistica. Tra le opere in cui è rappresentato il cibo, la più famosa è La Vucciria, dipinta nel 1974, in questa tela di grandi dimensioni rappresentò l’espressione dell’anima siciliana dei miti mediterranei e dei mercati arabi, una “grande natura morta con figure”.

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Renato Guttuso. La Vucciria

L’artista costruisce il mercato palermitano della Vucciria come un luogo dinamico dove dialogano “banniaturi” (venditori ambulanti) e acquirenti, uno spazio in cui i prodotti in vendita sono esposti sulle bancarelle, dalle corone di salsicce alle frattaglie, ai pomodori di un rosso vivo, alla ricca varietà di pesci, dal bue appeso al gancio alla frutta fresca; una ampia serie di ingredienti appetitosi e stuzzicanti, di cui è ricca la cucina siciliana, evocanti l’idea di vita, di società e alimenti tra gente che compra l’essenziale e a volte il superfluo per nutrirsi, ma anche per vivere con gusto e soddisfazione. Dinanzi a tanta bontà e freschezza dei prodotti che si adocchiano nella tela, bisogna forse concordare con Cesare Brandi che la definì «natura viva».
Il cibo, dunque, è un’espressione universale che permette di celebrare le tradizioni e l’identità dei popoli: gli alimenti riportano alla mente emozioni, ambienti e seduzione, il sale della vita, dove la diversità è una sfida per dare vivacità alla storia dell’umanità intera.

In copertina. Pieter Bruegel il Vecchio. Banchetto nuziale (particolare)

 

 

Articolo di Giovanna Martorana

PXFiheftVive a Palermo e lavora nell’ambito dell’arte contemporanea, collaborando con alcuni spazi espositivi della sua città e promuovendo progetti culturali. Le sue passioni sono la lettura, l’archeologia e il podismo. 

 

Un commento

  1. Giovanna Martorana, sa trovare sempre argomenti interessanti,nei suoi articoli. Nella ricerca storica ed artistica,sa dare evidenzia alle donne , ottima scelta artistica di tele che raffigurano,l’argomento trattato. Come sempre scorrevole,ed in ogni suo articolo,riesco sempre ad imparare qualcosa di nuovo.

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