Gianna Manzini, tra anarchia e borghesia, una vita per le parole

Il quarto libro della Collana “Italiane”, edita da Pacini Fazzi Editore, è dedicato a Gianna Manzini. Gianna Manzini chi? si chiederanno in molti/e e allora vediamo. Morì l’ultimo giorno di agosto del 1974 a Roma, da sola, per una crisi cardiaca, all’età di 78 anni. Al suo funerale, salutata dagli intellettuali della capitale, fu celebrata come la più grande scrittrice italiana del secolo.

1. gianna manzini

Una copiosa produzione letteraria, ventisei romanzi, tanti racconti, radio, televisione, molti premi e una inesorabile assenza nel comune sentire. Raccontare la sua vita è stato difficile, più di quanto potessi pensare. Su di lei sono stati scritti diversi saggi, di stampo strettamente tecnico, ma nessuna biografia. A Pistoia, il 24 marzo 1896, Giovannina, così fu registrata all’anagrafe, nacque da Leonilda Mazzoncini, della buona borghesia cittadina, e da Giuseppe, maestro orafo di origini modenesi, repubblicano prima, anarchico poi e per tutta la vita. Quando Gianna nacque, il suo papà si era trasferito a Grosseto per lavorare nell’azienda di salumi del suocero. Faceva fatica Giuseppe a stare nella famiglia della moglie, lui che aveva abbandonato agi e sicurezza per scegliere la libertà e lottare per la giustizia sociale. Non bastò dunque il legame affettivo a tenere in piedi il matrimonio. Fu proprio Nilda (questo il diminutivo con cui veniva chiamata la mamma di Gianna) a mettere un punto al loro matrimonio. Non lo fece a cuor sereno, probabilmente non fu una sua scelta. Insopportabile per la famiglia l’unione con quell’uomo che combatteva proprio la mentalità borghese, il capitalismo, i soprusi dei padroni. Fu il sostegno che Giuseppe diede agli scioperi degli operai che lavoravano per l’azienda del cognato la goccia che fece traboccare il vaso. Gianna visse la separazione dei genitori divisa tra l’amore per il padre e l’affetto per la madre. Cagionevole di salute, si portò per tutta la vita i postumi di una pertosse malcurata per i tempi. Parlando della sua adolescenza la definì avvilita, turbata, piena di paure. Pistoiese fu la sua formazione scolastica. Grande importanza per lei ebbe la maestra Morselli che la introdusse in quelli che ella chiamò i «paradisi della sintassi» insegnandole ad usare i segreti della scrittura. Frequentò l’Istituto Magistrale “Atto Vannucci”. In quegli anni scoprì la prosa di Gabriele D’Annunzio, del belga Maurice Polydore Maeterlinck, del russo Fëdor Dostoevskij. Leggeva con avidità, lasciandosi trasportare dalle parole che avevano su di lei l’effetto di una carezza all’anima. Mentre in Europa prendeva il via la Prima guerra mondiale, Gianna si diplomò. Era il 1914. In quello stesso anno si trasferì con la madre a Firenze, dove vissero in ristrettezze economiche. Frequentò l’Istituto superiore di Magistero con impegno e rigore; trascorreva giornate intere sui libri, dormiva poco e studiava molto. Si laureò con lode, discutendo una tesi intitolata Le opere ascetiche di Pietro Aretino. Prese l’abitudine di recarsi, la domenica mattina, a visitare musei. La città le offriva ogni volta un’occasione nuova di stupore e passione. Tra le vie del centro, Gianna imparò non solo ad ammirare, ma anche a riconoscere le pietre della storia. Ogni palazzo, ogni portale, gli affreschi, le statue, i vessilli, le bandiere, contribuirono ad accrescere il legame con la città che divenne per lei una nuova patria. In quegli anni universitari le si dischiuse il mondo culturale che a Firenze annoverava nomi di grande rilievo: Giovanni Papini, Emilio Cecchi, Eugenio Montale, Giuseppe De Robertis; c’erano poi le redazioni delle riviste letterarie. Gianna trascorreva giornate intere tra i tavoli scuri della Biblioteca nazionale, in compagnia del suo amore per i libri e per la carta antica e del profumo che emanavano gli scaffali. La passione per i libri e per le cose belle si affiancava a quella per i gatti. Tanti e compagni dell’intera vita. Quelli di allora li chiamò Truffaldino e Rubattino. A Firenze Gianna, in quegli anni, si innamorò. Conobbe Bruno Fallaci, di tre anni più grande di lei; giovane giornalista, collaborava al quotidiano “La Nazione”. Lo sposò il 20 dicembre del 1920 e iniziò la sua vita matrimoniale nella casa dove aveva vissuto fino ad allora con la mamma. Della sua produzione Gianna diceva «Scrivo con una stilografica che adoro, e proprio, come gli antichi artigiani fiorentini, il mio lavoro è tutto fatto a mano». Il suo primo romanzo, Tempo innamorato, fu definito da Giansiro Ferrata romanzo d’avanguardia, ma in esso convivevano modelli e moduli stilistici antichi e nuovi, c’erano dentro le letture dannunziane, le atmosfere dei crepuscolari, la prosa ormai dimenticata delle penne veriste e quella di rottura del nuovo Pirandello. Nel 1930, quando uscì l’antologia Scrittori Nuovi, fu l’unica donna scelta da Enrico Falqui ed Elio Vittorini. Si faceva strada con l’apprezzamento della critica. Nel 1932 fu insignita del Premio Galante, dell’Almanacco Bompiani, così chiamato perché riservato alle donne. Nel 1935 le venne assegnato dalla Reale Accademia d’Italia un premio d’incoraggiamento «per la sua opera di narratrice ricca di un delicato senso della realtà intima». Da una parte i successi letterari, dall’altra le difficoltà nella vita privata. Il matrimonio con Bruno era diventato burrascoso. Crescenti le incomprensioni. Quello che era nato come un grande amore, nel 1933 finiva, anche davanti alla legge. Bruno si legò, successivamente, all’attrice Olga Villani, in arte Olga Villi, ma anche questa relazione non durò a lungo.
Dalla primavera del 1935 Roma divenne la nuova patria della scrittrice che condivise con Enrico Falqui, il critico letterario che aveva riconosciuto in lei talento e bellezza di scrittura e che diventò, dopo un inizio complicato, il suo compagno di vita. A Roma iniziò nuove collaborazioni. Suoi scritti furono pubblicati sulle riviste “Letteratura”, “Campo di Marte”, “Circoli”, “Nuova Antologia”, “Quadrivio”, “Raccolta”. Da una parte la letteratura, l’impegno, dall’altra la scrittura leggera, quella dedicata all’universo dei comportamenti. Nella sua produzione non solo narrativa, racconti, romanzi. Per il quotidiano “Giornale d’Italia” diventò Pamela e con questo pseudonimo firmò i suoi articoli di moda e di costume che poi portò sul settimanale “Oggi”. Più tardi, per un ventennio, scrisse per “La fiera letteraria”. Alternava così lo sperimentalismo narrativo, la ricerca a tratti spasmodica di nuovi modi di scrivere e osservare, con la leggerezza delle parole dedicate alla moda, un lavoro fatto per guadagnare senza mai perdere l’occasione per suggerire riflessioni. Poi Gianna lasciò il “Giornale d’Italia”, i suoi articoli di costume e di moda trovarono ospitalità sul settimanale “Oggi” e sul mensile “Bellezza”, rivista dedicata all’alta moda, voce del regime sull’argomento. Negli ambienti culturali, in quel drammatico ventennio, le/gli intellettuali non furono solo fascisti e antifascisti. Una moltitudine di loro visse la cultura come scudo protettivo nei confronti del mondo. Qualcuno li definì “afascisti”, ma molti in realtà ebbero come obiettivo la separatezza. Artisti/e, letterati/e, scienziati, studiosi che non vollero lasciarsi coinvolgere dalla vita civile, arroccati nella loro torre eburnea, ma che comunque vissero anche di sussidi del fascismo. Gianna fu fra costoro. Di questi anni, di queste tragedie si trovano riferimenti nei racconti Il cielo addosso e Quaranta minuti d’allarme, pubblicati nel dopoguerra e anche nel romanzo Un’altra cosa uscito nel 1961. Dal 1947 al 1968 lavorò alla Rai, sia per la radio sia per la televisione; suoi molti programmi culturali. Visse sempre con grande eleganza la sua quotidianità. Amava essere in ordine, amava dare di sé un’immagine sobriamente chic. «Gianna Manzini – diceva Mimma Mondadori – era una donna molto elegante: di un’eleganza istintiva nella scelta degli abiti, dei colori e di ogni dettaglio. Anche se rimaneva in casa e alla scrivania si vestiva come se dovesse ricevere una persona di rilievo e sconosciuta. Una donna che nella sua fragilità e nella sua eleganza raffinatissima, in ogni momento, anche quando era più malata e qualsiasi altra donna avrebbe forse ceduto, lei era sempre “forte come un leone”. Poteva avere le cannucce dell’ossigeno alle narici e le bombole di ossigeno al fianco, era sempre stupendamente vestita, con i suoi gioielli indosso e truccata. Una donna spinta da una forza straordinaria, una donna che ha veramente lottato tutta la vita per vivere. Severa sul suo lavoro cui si dedicava con una volontà di ferro, senza requie e senza distrazioni, era una donna dotata di una femminilità inesauribile e contagiosa: sprigionava una seduzione che affascinava tutti, uomini e donne di ogni età. Coltivò fino all’ultimo la sua intelligenza leggendo e scrivendo, ma fino all’ultimo non trascurò la sua femminilità. Intransigente con se stessa su ciò che non ammetteva approssimazioni, lo era anche con gli altri: i suoi giudizi, acuti e precisi, erano fatti con parole leggere e trasparenti, ma taglienti come il quarzo». Il suo capolavoro letterario, che le fece meritare il Premio Campiello nel 1971, è stato Ritratto in piedi, dedicato al padre.

2. Ritratto in piedi

L’opera piacque moltissimo all’attore Amedeo Nazzari che cercò, senza successo, di trovare un produttore cinematografico disposto a portare sullo schermo la storia di Beppe l’anarchico. Avrebbe voluto interpretare il protagonista, sarebbe stato disposto anche a curare la regia, la storia raccontata in Ritratto in piedi la sentiva sua, la sentiva come un profondo messaggio da lasciare alle generazioni che sarebbero venute. Il progetto non ebbe sostenitori, il film non si fece. Gianna riallacciava i fili della memoria e, dopo l’incontro- confessione col padre, giunse quello con la madre nella raccolta Sulla soglia, del 1973, suo ultimo titolo. Un dialogo con Nilda, la madre appunto, dove autobiografia e memoria dominavano, deformate da una visione onirica, fantastica, che si dipanava tra le carrozze di un treno. Non ebbe figli Gianna, lo furono i suoi scritti e i suoi libri. La gran parte del suo archivio di carte, come da suo desiderio, passò nella proprietà dell’amica Mimma Mondadori, figlia di Arnoldo, e oggi costituisce un importante fondo della Fondazione Mondadori a Milano. I libri andarono a costituire, invece, il Fondo Falqui alla Biblioteca Nazionale di Roma. Molti premi in vita, una prosa poco commerciale, una produzione letteraria vasta e variegata e un oblio, ingiusto e dannoso, che ha impedito a Gianna di approdare nella conoscenza di un pubblico più ampio. In tutta Italia solo due strade a lei dedicate, una a San Benedetto del Tronto e l’altra a Pistoia, la sua città natale dove la Fidapa le ha intitolato la sala della Biblioteca “San Giorgio” che ospita la narrativa italiana e straniera. Gianna, la scrittrice premiata e dimenticata. Storia triste di una donna rimasta sola, vissuta sola, sebbene in compagnia.

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Pistoia, foto di Maria Pia Ercolini

 

 

Articolo di Nadia Verdile

nnlP8zSiNadia Verdile è nata a Napoli, vive a Caserta, le sue origini sono molisane. Scrittrice e giornalista, collabora con il quotidiano «Il Mattino». Ha diciannove libri all’attivo, molti suoi saggi sono stati pubblicati in riviste nazionali  ed  internazionali. Relatrice in convegni e seminari di studio, come storica, da anni, dedica le sue ricerche alla riscrittura della Storia delle Donne. È direttrice della Collana editoriale “Italiane” di Pacini Fazzi Editore.

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