Nella Giacomelli. Un’anarchica controcorrente

«Ella ha in sé qualche cosa che ricorda le Sirene, le Naiadi, le Ondine. Il colore dei suoi occhi vale tutta una espressione di Bellezza, ed è un colore che varia dal turchino chiaro del cielo al verde oscuro del mare irritato, fino a divenire grigio, freddo, di pietra, quando il volto le si indurisce in una fissità da Sfinge. È allora che io vedo, di quella Donna non bella, un aspetto imprevisto che forse io sola ho osservato: è allora che io sento che Ella passerà tra i suoi simili sconosciuta, poco amata, incompresa. Raramente mi parlano bene di Lei. Nessuno la crede buona. La temono un po’ tutti, perché ha la parola forte di tono e tagliente di significato. Ama mostrarsi e farsi credere dura e cattiva. Certo non ha mai fatto una carità sotto lo sguardo altrui. Ma io so che, a modo suo, Ella è buona. Ella potrebbe e saprebbe essere anche crudele, lo so; ma è capace anche di delicata bontà».
È questo il ritratto che di Nella Giacomelli traccia Leda Rafanelli: entrambe donne, libertarie, anarchiche, Nella è tuttavia assai meno nota di Leda, non soltanto in ragione del carattere più sobrio e appartato rispetto a quello dell’amica, ma anche perché sostanzialmente “incompresa” nell’ambito dello stesso anarchismo milanese, cui si ascrive con autorevolezza di protagonista, nonostante la scarna bibliografia a suo nome. La lacuna è ora colmata dalla densa monografia di Ercole Ongaro, edita nel dicembre 2019 da Zero in Condotta, Nella Giacomelli. Un’anarchica controcorrente, da cui il titolo di questo contributo e su cui questo contributo pressoché interamente si basa.

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Copertina della monografia di Ercole Ongaro dedicata a Nella Giacomelli (l’immagine costituisce l’elaborazione grafica di una fotografia di Nella di fine Ottocento).

Nella nasce a Lodi il 2 luglio 1873, da Paolo (laico, repubblicano, vicino al gruppo della rivista socialista lodigiana “La Plebe”) e da Maria Savina Baggi (cattolica, monarchica, ossessionata dalla «preoccupazione del denaro»): è la secondogenita della coppia, preceduta meno di due anni prima da Fede. «Si tramanda – scrive Ongaro – che i nomi dei figli furono scelti dal padre che amava il motto ideale “Fede nella libera terra”. Pertanto la primogenita fu chiamata Fede, la secondogenita Nella. Libera e Terra rimasero un desiderio inappagato, in quanto il terzogenito [nato nel 1874] fu chiamato Espero Fine». I due coniugi si separano nei primi anni Ottanta e nel 1883 Paolo si trasferisce a Mantova; si uccide il 14 gennaio 1885. L’infanzia lodigiana di Nella non è felice. Negli appunti autobiografici, custoditi nell’Archivio Ettore Molinari, presso la Biblioteca “Angelo Mai” di Bergamo, in gran parte inediti, si legge: «[La mamma] non parlava mai con noi che per lamentarsi della salute, numerare i suoi guai e rimproverarci quello che le costavamo. Secondo lei le costavamo enormemente. Non ne eravamo molto persuase, visto che facevamo una vita modestissima di gente rinchiusa, appartata da tutti ed a scuola guardavamo con invidia i bei libri, i bei quaderni e le belle borse delle nostre compagne fra le quali circolavamo come di straforo, vergognose del nostro aspetto modesto e delle tante cose che sapevamo di non possedere. Ma la questione economica fu sempre il tormento peggiore per la mamma. Ella inaridì tutta la sua vita per questa preoccupazione del denaro». Impietoso il ritratto che Nella fa di sé: «Io non amavo la scuola e non capivo lo studio. Ero negligentissima, disordinata e pigra. C’erano materie che mi annoiavano mortalmente e non riuscivo a fissare la mia attenzione. Ero una scolara scadentissima. […] Non avevo amiche, non piacevo a nessuna. Fu tutto questo insieme di cose che mi diedero [sic] la convinzione di non essere come tutte le altre ragazze, meglio dotate di me di qualità e pregi. E cominciai a ritenermi una diseredata, una reietta, una segnata dal destino». Pure, al pari della sorella Fede (tanto più obbediente alla madre e diligente nello studio), nel 1890 Nella si diploma maestra dopo aver frequentato la Scuola Normale Femminile di Lodi (l’Istituto Magistrale, ora Liceo Maffeo Vegio), ove ha conosciuto Ada Negri, scrittrice inquieta, che nella giovinezza simpatizza per il socialismo per poi guardare con ammirazione a Benito Mussolini e divenire la prima donna accademica d’Italia. Nel 1892 Nella lascia Lodi, con la madre, la sorella, il fratello: la famiglia si trasferisce in Brianza e la giovane maestra insegna in scuole elementari delle province di Como e Varese fino al 1897, quando «a causa di aspri dissidi con le autorità municipali di Cocquio» si licenzia, trasferendosi a Milano; nel frattempo si avvicina al socialismo e collabora con il settimanale lodigiano, pure di ispirazione socialista, “Sorgete!”.
Poi, l’incontro con i due lunghi amori della sua vita: l’anarchismo ed Ettore Molinari.

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Ettore Molinari (ritratto fotografico posto all’interno del volume dello stesso Molinari Trattato di chimica generale applicata all’industria, vol. II, Chimica organica. Parte I, Quarta edizione riveduta ed ampliata, Hoepli, Milano 1927).

Nella accetta l’impiego come istitutrice privata dei figli dello scienziato anarchico Ettore Molinari, in località Rocchette, nel piccolo comune di Piovene in provincia di Vicenza, e ne diviene successivamente la compagna. Entrambi risultano schedati dalla Questura, a entrambi è dedicato un cospicuo fascicolo presso il Casellario Politico Centrale dello Stato; mentre Ettore Molinari compie una straordinaria carriera come chimico (a Milano è docente presso l’Istituto tecnico superiore, il futuro Politecnico, presso l’Università commerciale Bocconi, poi nuovamente al Politecnico, in virtù della fama di maggior esperto italiano di esplosivi), Nella conduce una vita più appartata: insieme, nel 1902, fondano “Il Grido di Folla”, il principale foglio anarchico individualista dell’Italia di inizio secolo, al quale collaborano le voci più significative dell’anarchismo milanese (Leda Rafanelli, per esempio) e successivamente, nel 1906, danno vita a “La Protesta Umana”. Con lo pseudonimo di Ireos, Nella firma editoriali e contributi di carattere politico e sociale, tra i quali hanno grande interesse quelli dedicati alla cosiddetta questione femminile: «La donna – scrive in un articolo pubblicato il 17 dicembre 1904 – è una creatura tutta da fare. Oggi la donna non esiste che come femmina dell’uomo, o cuoca, lavapiatti, gingillo, ma non come individualità dignitosa, distinta, notevole. Questo è pur noto ai signori uomini, i quali pur dilettandosi di femminismo, ci tengono a quella ragione che permette loro di ritenersi il sesso forte e di guardare con disprezzo a quel mondo in sottana che turbina loro all’ingiro».

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«Il Grido della folla», numero 19 (quarto anno) del 27 maggio 1905.

Il «rapporto di stima e affinità ideale» tra Nella Giacomelli ed Ettore Molinari è ormai divenuto «un’intesa profonda, che fa della Giacomelli la fidata compagna di lotta del professore e di Molinari il punto di riferimento saldo e concreto che la maestra lodigiana cercava per realizzare il suo ideale “socialista” e dare finalmente stabilità alla sua vita. Il loro principale impegno fu la propaganda delle idee anarchiche a mezzo stampa» scrive Elena Bignami nel suo saggio sull’opposizione delle anarchiche italiane alla guerra.
Il ‘no’ di Nella alla Grande guerra è forte e chiaro; dalle pagine del periodico anarchico “Volontà”, con lo pseudonimo di Petit Jardin, riafferma i principi di antimilitarismo e internazionalismo propri del movimento anarchico: «La guerra è una sventura per tutti, anche per gli innocenti che alla guerra non partecipano. – afferma il 5 settembre 1914 – Ma tale minacciosa eventualità è assai più probabile se noi prenderemo le armi e parteciperemo al conflitto. Se noi andiamo a combattere, noi abbiamo la sicurezza che paesi e città nostre saranno travolte nella massima rovina, che avremo incendi di case e rapine di beni, violazioni di donne e massacri di bambini; anche vincitori, pagheremmo molto cara l’ipotetica vittoria, e chi sa con quanto altro sacrificio di gioventù valida e fiorente. Mentre tale eventualità può anche non verificarsi se noi conserveremo un atteggiamento pacifico». Il 1° maggio 1915 e, un anno dopo, il 30 aprile 1916, Nella è arrestata in concomitanza con le manifestazioni promosse dalle anarchiche milanesi: nella seconda occasione riceve il “foglio di via” con obbligo di residenza a Lodi; può rientrare a Milano, dove vive con Molinari e i due figli di lui Iride e Libero, a patto di rinunciare a svolgere attività di propaganda contro la guerra.
Il dopoguerra è segnato dall’esperienza fondante di “Umanità nova”, il quotidiano anarchico che inizia le pubblicazioni il 26 febbraio 1920 e che proprio a lei deve il nome: «Umanità Nova, meta suprema di tutte le nostre lotte e dei nostri dolori, noi ti adottiamo come simbolo luminoso di una visione vivente, e t’innalziamo al di sopra di tutte le folle, verso tutti i cuori, faro e bandiera di luce e di libertà».

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Ristampa anastatica del primo numero di «Umanità Nova» (26-27 febbraio 1920).

Tuttavia, dopo neppure un anno, Nella lascia l’amministrazione e sospende la collaborazione con la testata, di cui non condivide la linea editoriale.
I primi anni Venti sono gli anni dell’ascesa del fascismo, rapida e violenta. Nella Giacomelli è indagata, arrestata e incarcerata in due occasioni: la prima nell’aprile 1921, quando trascorre Quindici giorni al cellulare (titolo di un suo breve memoriale autobiografico). La riflessione sulla violenza di Stato trova espressione nella satira teatrale Il giudice Cappone ovverossia Le farse della Giustizia, dello stesso 1921 (l’anno successivo Nella scrive altri tre drammi per il teatro, che riflettono le tensioni politiche e sociali in atto: Meteore rosse, Rappresaglia e Giustizia è fatta!). La seconda il 14 maggio 1928, quando è ristretta a San Vittore (con Henry e Libero Molinari, i due figli di Ettore, morto improvvisamente il 9 novembre 1926) perché sospettata di «avere rapporti con noto anarchico e fuoriuscito Berneri Camillo», il quale a sua volta è sospettato di «correità nell’attentato commesso da Lucetti» contro il duce l’11 settembre 1926 (così il Prefetto di Milano in un successivo rapporto datato 25 ottobre 1928).

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Foto segnaletica di Nella Giacomelli in occasione del suo arresto il 14 maggio 1928 (grazie alla cortesia di Ercole Ongaro).

Fede Giacomelli e Oberdan Gigli, compagno nelle avventure editoriali di “Il Grido della folla” e “La Protesta umana” poi divenuto convinto interventista, scrivono entrambi ad Ada Negri perché interceda presso Benito Mussolini: Nella è scarcerata il 13 agosto, Henry il 19, Libero il 7 settembre 1928.
Così l’intellettuale anarchica ricorderà, con lucidità straordinaria e diversi anni più tardi, l’ascesa del fascismo:
«Nessuno [tra i socialisti] sapeva cosa si dovesse fare e quali mezzi adottare per contrastare il passo al minaccioso avanzare delle forze sovvenzionate dai reazionari per consolidare il loro dominio. La mancanza di elementi dirigenti capaci e risoluti lasciò libero campo agli improvvisati demagoghi, mentre gli altri non facevano altro che parlare della dittatura del proletariato senza sapere cosa esattamente fosse e come si sarebbe raggiunta. Lo Stato sembrava non esistere, se non fosse stato per l’appoggio che dava al fascismo proteggendo le spedizioni punitive, gli assassini dei sovversivi, mettendo a disposizione i propri armati, le guardie regie, imponendo ai carabinieri il non intervento, fornendo armi e camions. Un contrasto esisteva fra le parole predicate dai socialisti e la loro inazione di fronte all’imperversare della violenza fascista che aumentava di audacia man mano che gli avversari deponevano ogni resistenza rivoluzionaria. […] Delle scissioni avvennero in seno al P[artito] S[ocialista] che avrebbe dovuto stare unito per fronteggiare l’avversario sostenuto dagli Agrari e dagli Industriali e la situazione si fece tragica.
Fu tentato uno sciopero generale nel 1922, a fine luglio, ma i socialisti erano disarmati e demoralizzati. Contro i fascisti armati e sicuri dell’impunità (è questo che li rendeva coraggiosi ed aggressivi) non osarono andare ed i fascisti marciarono contro i Circoli e le Cooperative, saccheggiando ed incendiando, presero d’assalto città e campagne bastonando ed uccidendo e spargendo ovunque il terrore. Qualcuno che resistette fu travolto e incarcerato, Municipi e giornali assaliti e devastati. Nella paura generale il fascismo si affermò e conquistò il potere».

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Nella Giacomelli nella residenza di Desenzano del Garda nel 1929.

La datazione di questo saggio manoscritto, Riassunto della situazione sociale in Italia prima del fascismo, è incerta: forse il 1947 o 1948, quando Nella si è ormai ritirata stabilmente nella villa Molinari a Desenzano sul Garda, non soltanto un buen retiro, ma un luogo ove dedicarsi con attenzione ecologista ante litteram «ai fiori, alle letture, all’allevamento del baco da seta» (Ercole Ongaro), guardando con intelligenza e consapevolezza alle vicende politiche italiane, fino alla morte, avvenuta il 12 febbraio 1949, a settantacinque anni.
Ostinata, incompresa, ribelle (da bimba papà diceva che ero ‘una capa tosta’), impossibile per me non amarla… Nella Giacomelli c’est moi!

In copertina. Nella Giacomelli, in http://www.militanzagrafica.it/a-nella-giacomelli/ (le parole di Nella sono quelle che danno nome a «Umanità Nova»).

 

 

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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