Mondo animale e esseri umani: quale convivenza?

Durante la strana primavera vissuta spiando da finestre e balconi, con rare uscite fino a maggio inoltrato, chi ha un orto e un giardino ha potuto osservare giorno dopo giorno la forza prorompente della natura: ciliegi in fiore, zucchine che crescono, prezzemolo, rucola, basilico che spuntano, qualche raro avvistamento delle prime lucciole, lucertole e gechi di nuovo a spasso, mentre gli uccelli preparano i nidi.

1. ciliegio in fiore-aprile 2020-foto di Laura Candiani

Sono state immortalate famigliole di anatre per strada, delfini nelle acque dei porti, filmati straordinari hanno mostrato la pacifica convivenza fra specie diverse, come la nutria e il cigno, o la buffissima anatra che imbocca i pesci con il mangime o il capriolo che corre felice sulla battigia del Tirreno. Nel Padule di Fucecchio, nella riserva naturale, sono ritornati di passaggio i fenicotteri e dai grandi nidi presto usciranno i piccoli delle cicogne.
Tutto questo ci dà gioia e ci fa ben sperare, anche se non dobbiamo abbassare la guardia; pochi giorni fa Piero Genovesi (responsabile del coordinamento fauna selvatica di Ispra) su “Repubblica” (15.5.2020) ha illustrato dieci progetti vincenti, in contrasto e controtendenza rispetto a distruzione degli habitat, sfruttamento scriteriato del suolo, inquinamento, introduzione in natura di specie infestanti e aliene. Si passa dai nidi artificiali in Brasile per proteggere i pappagallini parrocchetti all’istituzione di cinque parchi in Patagonia (foto sottostante), dal bando alla caccia delle megattere alla reintroduzione dello stambecco sulle Alpi, per giungere alla campagna di difesa delle varie specie di orchidee spontanee in Florida.

2. Patagonia

Un’altra notizia bellissima compare su “Impronte” (periodico della Lav, aprile 2020): l’isola-carcere della Gorgona, nell’Arcipelago Toscano, sarà un modello di nonviolenza e libertà, tutti i 588 animali presenti non saranno uccisi e l’impianto di macellazione smantellato; agli animali sarà assicurato un futuro, grazie a finanziamenti ad-hoc e a adozioni a distanza, o trasferimenti altrove, mentre verranno organizzate visite guidate per far conoscere un’esperienza unica nel suo genere e valorizzarne gli aspetti etici, educativi e ambientali. Tuttavia il celebre divulgatore e docente di Zoologia Luigi Boitani ci ricorda che proprio durante la pandemia la biodiversità si è trovata in molte zone ancora più a rischio: purtroppo si è verificato un aumento del fenomeno del bracconaggio, culminato con l’uccisione di 16 persone fra cui 12 guardie nel parco dei Virunga dove vivono i primati più simili a noi umani, i meravigliosi gorilla di montagna, anche loro minacciati dal Coronavirus. Non va dimenticato che oggi i bracconieri sono altamente specializzati, si servono delle tecnologie e delle armi più raffinate, sono dei professionisti ben pagati che non si fermano davanti a nulla, se si è dovuti arrivare a tagliare il corno a molti rinoceronti (in maniera chirurgica, ovviamente) per salvarli da una morte terribile. La fame e la riduzione di approvvigionamenti e commerci hanno poi spinto alcune popolazioni africane e del Sud-Est asiatico a riprendere la caccia di sussistenza ad animali selvatici (bush-meat hunting): piccoli carnivori, scimmie, antilopi sono prede facili, con lacci, trappole, fucili, veleno, mentre i controlli si sono allentati.
Ma vorrei avvicinarmi alla nostra realtà quotidiana, per riflettere sul rapporto che lega (davvero? e come?) noi esseri umani agli animali, quelli detti “di affezione” ma anche quelli di cui ci nutriamo. Proprio durante il nostro isolamento è stato detto e ripetuto che gli animali domestici (soprattutto i cani) sono stati una compagnia impagabile e una salvezza dalla solitudine perché hanno portato i/le proprietari/e a impegnarsi per il loro benessere, per fare brevi passeggiate più volte al giorno, per dare loro da mangiare, per farli giocare. Se vedete su Netflix After life saprete di cosa sto parlando: lì addirittura la dolce cagna nera (foto sottostante) appartenuta alla adorata moglie salva il protagonista dal suicidio, per ben due serie!

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Fare qui la storia della domesticazione che parte dal Neolitico non è proprio il caso; cani, maiali, pecore, bovini ci accompagnano da millenni, ma nel rapporto  -pensiamoci un attimo- prevale lo sfruttamento da parte degli esseri umani che si sono arrogati il diritto di disporre a proprio piacimento di tutte le risorse del pianeta, fauna e flora comprese. «E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.» per dirla con il Leopardi della Ginestra.
Proviamo a porci qualche domanda. Il mondo animale assomiglia al nostro e cosa ne possiamo imparare? è legittimo sfruttare le risorse che ci vengono offerte (pelli, carne, piume, ossa…) e fino a che punto possiamo arrivare? ci piacciono ancora i circhi con gli animali “umanizzati” (gli scimpanzé vestiti da bambini, le tigri che saltano, gli elefanti che esibiscono la loro forza…)? cosa pensiamo degli zoo: moderni lager oppure opportunità per le specie in pericolo?  la caccia – nella nostra società progredita e globalizzata – ha ancora un senso? ci dobbiamo fidare degli animali selvatici (a tale proposito consiglio la visione dello sconvolgente documentario Grizzly man realizzato da Werner Herzog nel 2005) ed è opportuno che gli animali si fìdino di noi?

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Domande inquietanti, a cui non è sempre facile dare risposta.
Vorrei partire da alcuni fatti, che possono far riflettere, iniziando dalle guerre per procedere con altri casi. Prendiamo ad esempio i piccioni viaggiatori: sono stati utilizzati sia per portare messaggi sia per scattare foto dall’alto grazie alle loro straordinarie capacità di orientamento. Si possono infatti addestrare, sanno sempre ritornare al nido (che non abbandonano in tutta la loro vita), riescono a compiere voli anche di 800 km. alla velocità di 70 km/h. Se avete in casa un bambino o una bambina, fategli vedere Valiant (2005), il primo film inglese d’animazione con grafica computerizzata; il protagonista è un giovane piccione coraggioso che si arruola nel Royal Pidgeon Service (naturalmente mai esistito) per preparare oltre le linee nemiche lo sbarco in Normandia. Valiant è un personaggio di fantasia, ma Cher Ami e Paddy sono esistiti davvero: due veri eroi.

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Altri animali hanno supportato gli eserciti in tutte le guerre: buoi, muli, elefanti; sono stati anche sfruttati senza loro colpa: pensiamo al ruolo dei cavalli e dei cani nella conquista dell’America, ma talvolta sono alleati indispensabili (cammelli e dromedari nei deserti, cani da slitta o da valanga, per individuare cadaveri, feriti o mine, perfino – in casi estremi -fonte di cibo e di sopravvivenza). Qual è la triste realtà? Nella Prima guerra mondiale morirono circa 8 milioni fra cavalli, muli e asini; in Vietnam furono usati dall’esercito Usa  5.000 cani (ne ritornarono 150, gli altri o morirono o furono semplicemente abbandonati); nella guerra con l’Iraq sono stati usati leoni di mare e delfini (addestrati con la mancanza di cibo). I parrocchetti servono per il rilevamento di sostanze chimiche; i gatti si sono rivelati assai utili nella caccia ai topi nelle trincee; una sorta di arca di Noè (4.000 animali su una barca abbandonata nel Pacifico) servì nel 1946 agli Usa per testare l’energia atomica; le case automobilistiche tedesche Volkswagen, Daimler, Bmw hanno finanziato nel 2015 test con l’utilizzo di dieci scimmie giapponesi per verificare la tossicità dei fumi di scappamento dei propri veicoli (facendo un certo scandalo solo quando si pensò di continuare sugli esseri umani…) e tuttora molti esplosivi, prodotti chimici e simulazioni di volo sono testate sugli animali (primati, soprattutto) che, se sopravvivono, sono tanto ammalati e terrorizzati da risultare  irrecuperabili.
Altre specie (cani, scimpanzé, tartarughe) furono usate da Usa e Urss nelle prime rischiose spedizioni nello spazio (ricordate la sfortunata cagnetta Laika, destinata al non ritorno?). È risaputo che nelle miniere di carbone venivano portate gabbie con uccellini: se avessero dato segni di malessere, voleva dire che il gas mortale si stava diffondendo e i minatori dovevano fuggire subito.
Per procurarsi piume d’oca, molte marche di eleganti capi d’abbigliamento si servono di laboratori semi-clandestini (ed economici) che adottano metodi disgustosi: le piume vengono strappate dagli animali vivi, come viene viene, anche con un po’ di pelle, da ricucire al volo con ago e filo; si dovrebbe aspettare il periodo giusto, invece, e la spontanea muta. E poi i soffici piumini vengono venduti a cifre stratosferiche. Anche i bordi di pelliccia al colletto o al cappuccio di abbigliamento invernale spesso hanno una provenienza dubbia: fox vuol dire volpe, lo sappiamo, ma cosa significa il più diffuso e meno costoso murmasky? Si tratta di un grazioso canide allevato e costretto a una breve vita di dolore, per finire persino scuoiato vivo. Non voglio neppure parlare del foie gras e dei metodi usati per ingozzare le sventurate anatre e oche; se avete coraggio, su internet troverete articoli, immagini e video assai espliciti su quanto avviene a queste creature, imprigionate in veri e propri lager per il gusto malsano di presunti gourmet.
Lo sapevate che l’Italia è il primo Paese in Europa per l’importazione di pelli di canguro? Servono per scarpe e accessori di lusso, ma in particolare per  raffinate tute motociclistiche e scarpette da calcio. E la strage di canguri in Australia è inesorabile: dal 2000 al 2018 ne sono stati uccisi 44 milioni.
Purtroppo il mio elenco di luci e ombre non è finito: in Italia amiamo talmente gli animali domestici che siamo i secondi in Europa per numero: sono nel 52% delle nostre case; ogni 100 abitanti umani, 53,1 animali, in prevalenza gatti e cani. Tuttavia la piaga del randagismo e degli abbandoni, specialmente nel Meridione, continua: su quasi 100.000 cani nei rifugi, il 67 % si trova nel Sud e nelle isole, dove si verifica anche scarsa attenzione per le colonie feline e per la sterilizzazione delle gatte, necessaria al fine di non alimentare la riproduzione incontrollata. Da più parti viene richiesto che gli animali di affezione non siano considerati “beni di lusso”: oggi la tassazione relativa alle visite veterinarie e ai cibi è al 22%, molto cari risultano anche i farmaci e la detrazione fiscale è esigua. Un primo risultato è stato ottenuto grazie all’intervento di cinque senatrici di vario orientamento, ma unite in questo intento: è stato apportato un emendamento alla legge di Bilancio che aumenta la soglia delle spese veterinarie detraibili a fini fiscali (da 387 euro a 500).
Non voglio entrare nel merito della sperimentazione su esseri viventi, non è il mio campo e comunque richiederebbe un articolo intero, come minimo, tuttavia – da socia della Lav e volontaria del Wwf sul territorio e nelle scuole – spendo una parola contro tali sperimentazioni che autorevoli studi reputano, il più delle volte, una inutile crudeltà: una recente sentenza del Consiglio di Stato (23 gennaio scorso) ha sospeso la sperimentazione sui macachi prevista dal progetto Light-Up dell’Università di Torino presso l’Università di Parma, tuttavia (la notizia è recentissima) il Tar ha annullato la decisione e i 9 macachi continueranno ad avere lesioni agli occhi, ci dicono “per il nostro bene”.

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Ho lasciato per ultimo il problema più grave e diffuso: i maltrattamenti, volontari e involontari, all’interno di quei lager che sono gli allevamenti intensivi, e non solo. Le associazioni in difesa degli animali chiedono da tempo pene adeguate e soprattutto un aggiornamento del codice penale: la legge attuale (n. 189) ha 16 anni, è superata e va rivista in base al Trattato Europeo di Lisbona che considera le creature non umane “esseri senzienti”, fra l’altro tale impegno era stato preso dal presente Governo e dal precedente.
Vorrei, nella mia conclusione, ritornare all’inizio, ovvero alla pandemia e alla chiusura primaverile: se la natura nelle sue varie forme ha ripreso vigore, indisturbata, non va dimenticato che è privo di senso dare ora la colpa della diffusione del Covid a pangolini, zibetti, istrici, pipistrelli, serpenti, come nel 2018-19  si sono accusati i maiali della peste suina o i volatili dell’influenza aviaria: la responsabilità -ritorniamo al dunque- è sempre umana. Gli animali selvatici dovrebbero rimanere nel loro habitat, gli animali allevati per diventare cibo (70 miliardi di capi!) dovrebbero vivere in condizioni decenti per il loro benessere e morire in modo rapido e indolore, il traffico di specie esotiche dovrebbe essere fermato una volta per tutte, mentre è in corso la più grande estinzione di specie animali mai verificata (il 30% negli ultimi cinque anni). Governi e singoli individui, approfittando della situazione presente, dovrebbero fermarsi a riflettere, trarre degli insegnamenti e procedere a un radicale cambio di rotta per il futuro, pensando con generosità e lungimiranza a tutte le creature viventi, alle generazioni che verranno, alla salvaguardia della biodiversità e alla meravigliosa armonia della natura, di cui sono solo ospiti passeggeri.

 

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

                                                          

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