Lo “spaziotra” di Alice e il Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll

Chiamarsi Alice comporta, prima o poi, vedersi associare o confrontare con la creatura di Lewis Carroll, nom de plume di Charles Lutwidge Dodgson, matematico e pastore anglicano che, grazie ai suoi romanzi dedicati proprio a lei, Alice, riscosse successi e consensi provenienti da un variegato pubblico di bambine/i, ma anche scienziate/i, scrittori/trici; affascinando Joyce e Borges, ma anche cantautrici e cantautori di casa nostra. È il caso di Francesco De Gregori che, ispirato dagli occhi curiosi e sgranati dell’Alice di Carroll mentre guarda uno strano gatto scomponibile, ha scritto una delle sue più famose ed enigmatiche canzoni.

Era il 4 luglio 1865 quando il romanzo Alice nel Paese delle Meraviglie venne pubblicato: erano passati esattamente tre anni da quell’«aureo pomeriggio», come lo definisce lo stesso Carroll nella prefazione in versi all’opera, quando lui, il reverendo Duckworth e le tre figlie del decano della scuola nella quale Carroll insegnava, intrapresero una gita in barca. Il punto di partenza era Folly Bridge, l’arrivo il villaggio di Godstow, a poche miglia di distanza da Oxford. Carroll e Duckworth risalirono l’Isis in barca, ma, quando lasciarono i remi per riposarsi, beatamente cullati dal placido corso del fiume, il trio pestifero prese il comando; per evitare manovre pericolose e accontentare le ostinate richieste di una delle tre bambine, Alice Pleasance Liddel, all’epoca decenne, Carroll iniziò a raccontare una storia ricca di elementi assurdi e ridicoli e di giochi linguistici che avrebbero costituito la struttura di un romanzo stampato proprio tre anni dopo.

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«Sulle ali del pensiero», Carroll permise alla comitiva, con cui stava condividendo quella gita, di entrare per la prima volta nella sua “terra del mistero”, un mondo parallelo in cui tuttavia non vengono infrante le leggi che reggono il nostro: Carroll non era un sovversivo, ma un pragmatico sognatore capace di aggiungerne altre fondate sull’uso sistematico dell’assurdo e su di una convinzione, esposta da Pietro Citati nel saggio introduttivo all’edizione Oscar Mondadori del romanzo. Secondo Citati, Carroll aveva compreso, con largo anticipo su De Saussure, che tra l’oggetto e la parola che lo rappresenta vi è un «abisso incolmabile».
In questo spazio, in cui si consuma la dissonanza fra l’oggetto e la parola corrispondente e che durante il mio primo esame universitario in linguistica generale definii “unospaziotra” – strappando al severo professore un voto un po’ più alto per un compito piuttosto mediocre – è possibile trovare il modo per descrivere un mondo altro. In esso non sono i significanti ad essere conseguenza dei significati, ma il rapporto fra questi due elementi si inverte facendo in modo che le cose siano le conseguenze dei loro nomi.
In questo spazio, si colloca il Paese delle Meraviglie «con i suoi mille fatti strani» visto con gli occhi di una stravagante bambina che mostra lungo tutto il corso dell’avventura di cui è protagonista una buona dose di realismo riscontrabile nel suo spiccato buon senso, nella sua innata capacità di mediare diplomaticamente affidandosi alla sua gentilezza, dolcezza e cortesia. Da non sottovalutare sono poi la sua non comune capacità di giudizio e il suo notevole senso pratico che viene continuamente messo alla prova a partire dalle prime pagine del libro quando sceglie di seguire il Coniglio Bianco, si trova in una stanza dalle tante porte chiuse e decide di voler entrare a tutti i costi nell’unica di cui ha la chiave, ma è troppo grande per passarci e, per questo, accetta di bere da bottiglie liquidi indefinibili e mangiare succulenti pasticcini che le consentono, a seconda delle esigenze, di cambiare dimensione e di trovarsi, infine, a nuotare in un laghetto insieme ad animali parlanti, fra cui un topo piuttosto lunatico e permaloso. Intrattenersi con loro fa perdere ad Alice le coordinate spaziali e, dopo la dipartita degli animali, la bambina si trova di nuovo al cospetto del Coniglio Bianco, che le aveva prestato i suoi guanti e il suo ventaglio che lei ha perso. Scambiata per la sua governante, viene spedita dallo stravagante animale a casa sua per recuperargli un nuovo ventaglio e un nuovo paio di guanti. Sul tavolo, la bambina trova tutto ciò che le serve per accontentare la richiesta, ma anche una nuova bottiglia di cui beve il contenuto e ricomincia a crescere.

2. Le trasformazioni di Alice
Le trasformazioni di Alice

Tornata di nuovo troppo alta, Alice deve trovare un modo per sfuggire al rogo che il Coniglio Bianco le sta preparando, considerandola un essere mostruoso da eliminare: un provvidenziale pasticcino le permette di rimpicciolire, ma sempre troppo rispetto a quanto desideri. Liberatasi dal pericolo, la bambina fugge in un folto bosco dove incontra il Bruco fumatore di narghilè a cui esprime tutta la sua frustrazione dovuta al continuo crescere e rimpicciolire.
Una delle grandi leggi che dominano il mondo di Carroll è proprio quella della metamorfosi che trasforma, modifica, plasma cose e persone rendendole instabili. Quando il Bruco chiede ad Alice chi lei sia, la bambina risponde: «Non saprei» sostenendo di essere convinta di chi fosse al suo risveglio, ma di essere cambiata talmente tante volte nel corso della giornata da non saperlo più. Dietro questa ingenua ed innocente constatazione infantile in realtà Carroll cela uno dei grandi temi del suo romanzo che sarà poi anche il fulcro della narrativa novecentesca: la crisi dell’identità individuale e la frantumazione dell’io, oggetto d’interesse di molti/e scrittori/scrittrici del secolo successivo da Joyce a Svevo, da Pirandello a Woolf, per citarne solo alcuni/e.

3. Alice e il bruco
Alice e il bruco

A risolvere in parte i grattacapi della giovane Alice contribuisce il Bruco che le dona un fungo con cui può alternativamente crescere o rimpicciolire purché sappia mordere la parte giusta e dosarne la quantità, cosa che lei impara presto a gestire dimostrando ancora una volta di sapersi adattare alle situazioni e alle condizioni che si trova ad affrontare. Accanto a questa capacità si colloca comunque una certa dose di follia di cui il Paese delle Meraviglie è il Regno. Illuminante in tal senso è la dichiarazione del Gatto del Cheshire, che sarebbe diventato poi lo Stregatto nel doppiaggio italiano del cartone animato della Disney, che dice alla bambina, stando appollaiato sul ramo di un albero: «Qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta». Alla domanda della bambina sul come lui sia convinto della sua follia, il Gatto risponde: «Per forza [lo sei] altrimenti non saresti venuta qui».
Un altro personaggio estremamente enigmatico e che, in quanto a follia, non è da meno del Gatto del Cheshire, è quello del Cappellaio Matto che Alice incontra fuori dalla casa della Lepre Marzolina con cui è impegnato a gustarsi il tè delle sei, insieme anche ad un sonnolento ghiro. La bambina è subito contrariata dalla scortesia con cui viene accolta: le viene negato un posto a sedere e non le viene neppure offerta l’agognata bevanda. Tra Alice e il Cappellaio è subito sfida aperta: gli indovinelli senza soluzione di lui indispongono lei; la curiosità spesso insolente di lei infastidisce lui. Durante l’assurda conversazione al tavolo del tè, finiscono alcune volte per ignorarsi al fine di evitare inutili battibecchi senza via d’uscita fino a quando Alice, contraddetta per l’ennesima volta, decide di alzarsi e di andarsene senza destare il minimo interesse dei convitati. Carroll affida al suo Cappellaio Matto un compito molto importante: parlare col tempo; proprio così, non è un errore, il Cappellaio Matto parla con il Tempo suggerendo ad Alice di farlo anche lei: per poterlo gestire meglio, basta parlarci e chiedergli di andare veloce o di arrestarsi a seconda delle esigenze. Peccato però che il caratteraccio del Cappellaio lo abbia portato alla rottura dei rapporti col Tempo che, per ripicca, per lui rimane fermo sempre alle 18,00 costringendolo a restare sempre seduto a prendere il tè. Una malinconica follia popola l’immaginario di questo personaggio che è stato reso in modo affascinante ed emblematico dall’interpretazione di Johnny Depp nell’ultima trasposizione cinematografica del romanzo, Alice in Wonderland (2010), girata da un mai scontato Tim Burton che ha saputo sfruttare al meglio il carisma e la poliedricità dell’attore.

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Johnny Depp, Cappellaio matto

Tornando ad Alice, dopo aver lasciato la combriccola del tè, raggiunge finalmente l’agognato giardino che aveva adocchiato dal buco della serratura della piccola porticina all’inizio del romanzo, qui scopre che la proprietaria è la sanguinaria Regina di Cuori, dedita alle decapitazioni, con cui la bambina gioca un’assurda partita di criquet. Anche qui incontra strane creature fra cui un grifone incaricato dalla stessa Regina di condurla dalla Finta Tartaruga, la cui storia non viene raccontata e, direi, che la fuorviante deviazione è un espediente narrativo per allontanare Alice dal giardino in modo tale che quando vi torna risulti ancora più assurdo quello che sta accadendo: un processo per un presunto furto di pasticcini da parte del protetto della Regina, il Fante di Cuori. Durante le deposizioni dei testimoni, Alice torna a crescere, ma questa volta non sembra minimamente preoccupata: si adatta senza fare una piega. Quando viene chiamata dal Coniglio Bianco per testimoniare, dichiara di non sapere niente e di non condividere la ricostruzione dei fatti proposta dal Re di Cuori. La sfida lanciata da Alice porta la Regina a decretarne la cattura e, mentre fugge dai soldati della sovrana, la bambina si risveglia in grembo alla sorella a cui racconta il suo lungo e stravagante sogno, poi si allontana verso casa per prendere finalmente il tè con la sua famiglia. La narrazione si ferma sulla sorella che chiude gli occhi e vede il mondo sognato da Alice: un Paese delle Meraviglie frutto dell’immaginazione di una bambina che sarebbe diventata donna, ma avrebbe conservato quello sguardo ingenuo e curioso, quella predilezione per l’assurdo e il ridicolo, quella capacità di raccontare strane storie in grado di far brillare di desiderio anche gli occhi più spenti e rassegnati.
E forse è proprio questa la magia di un libro definito da Citati come popolare ed esoterico: farci entrare in un nuovo spazio-tempo, in “unospaziotra” in cui la realtà è fatta di pezzi che non combaciano, di incongruenze che non si risolvono, di assurdità che non si normalizzano; il tutto tenuto insieme da un’enigmatica forza di cui Alice diventa testimone e attiva divulgatrice.

5. Forntespizio Mondadori

 

 

Articolo di Alice Vernaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

 

 

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