Il primato di Shirin

Shirin Ebadi è stata la prima donna musulmana ad ottenere il premio Nobel per la pace e la prima giudice in Iran.
Quando nel 2003 le venne assegnato il Nobel dichiarò subito che il premio non era stato assegnato a lei come individuo ma a lei come simbolo: «Dal giorno in cui ero stata privata della possibilità di essere giudice, agli anni in cui avevo lottato nei tribunali rivoluzionari di Teheran, mi ero sempre ripetuta un ritornello: un’interpretazione dell’Islam che sia in armonia con l’uguaglianza e la democrazia è un’autentica espressione di fede: non è la religione a vincolare le donne, ma i precetti selettivi di chi le vuole costrette all’isolamento […] bisogna credere in un’interpretazione positiva dell’Islam e aiutare gli iraniani che desiderano trasformare pacificamente il proprio Paese».
Quando rientrò da Oslo su un volo Iran Air, il capitano la fece sedere in prima classe e annunciò che quello era il volo della pace. Atterrata in patria la prima cosa che vide fu il volto di sua madre, così Shirin racconta: «Presi le sue mani morbide e rugose nelle mie e le premetti contro le mie labbra. Poi mi spostai indietro, e fu allora che notai la folla che si estendeva a perdita d’occhio […] la folla era composta per lo più da donne, lo si vedeva dai veli che avvolgevano le loro teste. Alcune indossavano il chador nero ma la maggior parte portava veli di colori brillanti, e i gladioli e le rose bianche che sventolavano nell’aria, balenavano nell’oscurità della notte».
Shirin è nata ad Hamadam nel 1947. Si laurea in legge nel 1969 e diventa la prima donna giudice in Iran. Quando Khomeini sale al potere è costretta a dimettersi dal suo incarico, viene più volte minacciata ed infine arrestata. Le sue dichiarazioni non sono gradite al regime, lei afferma che una donna per avere successo in Iran «deve essere due o tre volte più brava di un uomo», e non tollera il detto che «una donna vale come l’occhio strabico di un uomo». Shirin si batte per strappare le sue connazionali dal regime oscurantista in cui il valore della vita di una donna vale metà di quello di un uomo, infatti se per esempio una macchina investiva per strada una coppia, il compenso dovuto alla famiglia dell’uomo era doppio rispetto a quello che spettava ai familiari della donna. Ed ancora: una testimonianza femminile in un’aula di tribunale contava la metà di quella maschile. Scrive Shirin: «Le nuove norme mettevano indietro l’orologio di millequattrocento anni, tornando agli albori della diffusione dell’Islam quando lapidare le donne per adulterio e mozzare le mani ai ladri erano considerate condanne adeguate».
Il suo impegno costante è stato quello di modificare le leggi in favore delle donne restando comunque nella cornice dell’Islam, trovando giuste interpretazioni e stigmatizzando le interpretazioni artatamente volte a colpire il genere femminile.
Quando nel 1988 terminò la guerra fra Iran ed Iraq scrisse questa amara e bellissima considerazione: «Chi fu il vero vincitore? Non l’Iran, con l’economia in rovina, due terzi delle province devastate, i soldati vittime delle armi chimiche di Saddam che giacevano in ospedali speciali, con i corpi piagati che continuavano a bruciare. Non l’Iraq, la cui popolazione portava i segni della guerra, con i curdi trucidati con il gas nervino. Chi furono, allora, i vincitori? I trafficanti d’armi. Le aziende europee che vendettero a Saddam gli agenti chimici, le ditte americane che cedettero armi a entrambe le parti. Loro sì che ammassarono delle fortune, i conti bancari si gonfiarono e le loro famiglie, a Bonn come in Virginia, rimasero indenni».
Un anno dopo, nel 1989, alla morte di Khomeini, in Iran le donne possono tornare a studiare e lavorare. Shirin riprende ad esercitare la sua professione di avvocata e così ricorda nel suo libro Il mio Iran. Una vita di rivoluzione e speranza: «Il privilegio di una laurea non eliminò la discriminazione sessuale, gelosamente custodita nella nostra cultura e nelle nostre istituzioni. Ma instillò nelle donne iraniane qualcosa che, nel tempo, penso trasformerà il nostro Paese: una consapevolezza viscerale della loro condizione di oppresse […] tutte queste donne non erano più disposte a retrocedere ai ruoli tradizionali, ad accantonare i titoli di studio e fingere di non avere certe aspettative».
Ancora oggi Shirin si batte per l’uguaglianza di genere non solo nel suo Paese ma in tutte le parti del mondo dove i diritti delle donne vengono calpestati.
Così è stata definita da “The Observer”: «Fuori e dentro l’aula del tribunale Shirin Ebadi è una forza della natura che lotta con energia inesauribile per difendere i diritti umani».

 

 

Articolo di Ester Rizzo

a5GPeso3Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra editore ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzo e di Le Ricamatrici e Donne disobbedienti.

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