Rita Atria, forse ce la faremo

«Prima di combattere la mafia devi farti un esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combatterla nel giro dei tuoi amici. La mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci.» Questa frase così tagliente, che inquadra in maniera tanto lucida la realtà omertosa in cui viviamo, non è stata pronunciata da un politico, da un intellettuale o da un magistrato, ma da una ragazza di 17 anni, che quel mondo, suo malgrado, lo conosceva fin troppo bene. Rita Atria nasce a Partanna, in provincia di Trapani, nel 1974 da Vito Atria e Giovanna Cannova. Suo padre appartiene a una cosca mafiosa trapanese e anche il fratello Nicola segue le sue orme, entrando nella cerchia di un boss locale. Rita entra in contatto con la morte troppo presto: Vito viene ucciso nel 1985, a seguito di un agguato, e Nicola viene eliminato 6 anni dopo, essendo ormai considerato pericoloso perché alla ricerca di vendetta per l’omicidio del padre.
Fino al 1991, Rita conosce solo un mondo in cui è l’omertà a farla da padrona, finché qualcuno non rompe la gabbia di cristallo e comincia a frantumare quel castello di silenzi e violenza: è Piera Aiello, sua cognata, la moglie di Nicola, che ha assistito all’omicidio del marito con la bambina di 3 anni tra le braccia. Piera collabora con la polizia, aiuta a identificare i killer e rompe l’omertà: sotto protezione, viene trasferita a Roma con la bambina. Nel frattempo, a Partanna, la ragazza si trova sempre più sola: la scelta di Piera è vissuta da tutti come un tradimento dell’onore della famiglia e nessuno sembra voler aver più a che fare con gli Atria. Rita nel novembre del 1991 vede davanti a sé un’alternativa possibile e sceglie di seguire l’esempio di sua cognata: si reca in gran segreto a Marsala dal Procuratore Borsellino per rivelargli tutto ciò che sa sugli affari mafiosi in cui è coinvolta la sua famiglia. Le conseguenze non tardano a ripercuotersi sulla diciassettenne, che, dopo essere stata minacciata e rinnegata persino dalla madre Giovanna, viene trasferita a Roma sotto falsa identità, entrando nel programma di protezione testimoni. Il rapporto con Borsellino si fa sempre più intenso, il Procuratore diventa un punto di riferimento per la giovane Rita, che insieme a Piera fornisce informazioni cruciali per l’arresto di decine di mafiosi del trapanese, compreso l’ex sindaco di Partanna Culicchio. «L’unica speranza è non arrendersi mai. Finché giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivrà contro tutto e tutti. L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.» Queste parole risalgono al giugno del 1992, poche settimane prima dell’assassinio di Paolo Borsellino. Purtroppo, dopo aver appreso la notizia della morte dell’unica persona al mondo che le aveva dato ascolto, Rita perde totalmente la speranza e si uccide il 26 luglio, lanciandosi dalla finestra del suo rifugio romano, in Via Amelia. Lascia scritto sulle pagine del suo diario: «Quelle bombe in un secondo spazzarono via il mio sogno, perché uccisero coloro che, col loro esempio di coraggio, rappresentavano la speranza di un mondo nuovo, pulito, onesto. Ora tutto è finito. […] Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. […] Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta.» A Partanna ormai è nota come una fimmina lingua longa e amica degli sbirri e, quando torna nel paese in una bara bianca, al suo funerale non partecipano neanche i familiari. Piera Aiello sceglie la foto e l’incisione per la tomba «La verità vive»: il coinvolgimento della nuora scatena l’ira della madre Giovanna Cannova, che, dando esito a minacce precedenti, distrugge a martellate la lapide della figlia.
Sul suicidio di Rita si è scritto tanto, ma una cosa non dobbiamo smettere di chiedercela: perché Rita si è sentita così sola? Perché una nostra testimone di giustizia è stata abbandonata al punto da darsi ormai per morta e scegliere di uccidersi da sola?
Cara Rita, non possiamo riportarti indietro, ma anche grazie a te, non vinceranno loro e forse ce la faremo.

BIBLIOGRAFIA

Sandra Rizza, Una ragazza contro la mafia, Palermo, La Luna, 1993                                  Petra Reski, Rita Adria. La “picciridda” dell’antimafia, Modena, Logos Edizioni, 2011

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/rita-atria/ https://liberavco.liberapiemonte.it/rita-atria/

 

Articolo di Emma de Pasquale

82266907_464813557755100_6601637314051440640_nEmma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è laureata in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente frequenta la magistrale in Italianistica all’Università Roma Tre. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

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