Alice Paul, la suffragetta

«Se sei donna e puoi votare, ringrazia una femminista»: così recita uno degli slogan di Cheap, un progetto di street poster art realizzato interamente da donne, attivo a Bologna dal 2013, volto a ricordare che i diritti delle donne sono stati conquistati attraverso anni di lotte politiche e sociali, anche se troppo spesso, ancora, si danno per scontati. Fra le molte sorelle che nel mondo hanno combattuto affinché noi oggi potessimo esercitare il diritto di voto, ricordiamo Alice Paul, attivista e una delle massime esponenti del movimento suffragista americano.

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Nsce a Mt. Laurel, nel New Jersey l’11 gennaio 1885, da un’agiata famiglia di ampie vedute che viveva secondo i principi del quaccherismo (uno su tutti l’uguaglianza tra uomo e donna – un concetto inusuale per l’epoca che favorì la sua adesione al femminismo, quasi come un prosieguo naturale). Sostenuta dai genitori, in modo particolare dalla madre Tacie Parry – la quale, a propria volta aveva intrapreso gli studi per poi trovarsi costretta ad abbandonarli a un anno dal diploma poiché a quel tempo non si riteneva opportuno che una donna ricevesse un’istruzione – Alice frequenta il college di Swarthmore, e ha come insegnanti le accademiche più eminenti del tempo, fra cui Susan Cunningham, professoressa di matematica, una delle prime donne a essere ammesse all’American Mathematics Associate. Dopo essersi laureata in Biologia, si iscrive alla National American Women Suffrage Association, che frequentava sin da piccola assieme alla madre, e contribuisce alla nascita del movimento di New York. Nel 1907 si reca a Birmingham, in Inghilterra, per studiare Sociologia. Qui entra in contatto con Christabel Pankhurst, figlia della notissima Emmeline, figura chiave dell’ala più radicale del movimento suffragista britannico, il cui motto era «Fatti, non parole!», a significare che richieste, petizioni e pazienza non erano sufficienti affinché le donne ottenessero qualche riconoscimento concreto, era piuttosto necessaria la militanza attiva, attraverso l’ormai divenuto iconico lancio di pietre alle finestre e alle vetrine, per sensibilizzare l’opinione pubblica in merito al suffragio, un metodo opinabile secondo le prime pagine dei più noti quotidiani inglesi, che riportavano le ormai celebri fotografie delle donne Pankhurst in manette. Paul abbraccia la loro strategia, rompendo personalmente più di quarantotto finestre, e in diverse occasioni viene arrestata e imprigionata. Il metodo Pankhurst pone al centro del dibattito pubblico la questione del suffragio, e ottiene così numerosi consensi: le suffragette inglesi avevano trovato nella politica militante uno strumento vincente, che aveva risvegliato dal torpore le coscienze delle donne inglesi.

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Per questo motivo Paul ritiene cruciale che negli Stati Uniti, dove la battaglia per l’uguaglianza politica e giuridica era sì in corso da più di sessantacinque anni ma aveva il passo lento, si utilizzi lo stesso metodo. Con la Dichiarazione di Seneca Falls (1848), un documento che si ispirava nell’architettura alla Dichiarazione d’Indipendenza di Thomas Jefferson, e nei contenuti alla Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe De Gouges, redatto da Lucretia Mott, Elizabeth Cady Stanton, Martha Wright e Mary Ann McClintock, già si invocavano eguali diritti di cittadinanza, mentre sul piano giuridico si chiedeva l’abolizione delle leggi che subordinavano la donna al marito e si pianificava la battaglia per l’istruzione, specialmente quella universitaria, cui le donne non avevano ancora accesso. Nel 1900 Carrie Chapman Catt sostituisce la celebre Susan B. Anthony, nella presidenza sella Naws che già guardava verso un radicalismo temperato, mettendo in atto strategie moderate come conferenze, editoriali e campagne. Nel 1907, Maude Malone, presidente della Harlem Equal Rights League (1905), e Bettina Borrman Wells, una suffragetta inglese in visita, fondano la Progressive Woman Suffrage Union e un giornale chiamato American Suffragette. Il termine “suffragista”, veniva così scalzato dal più radicale “suffragetta”, a riprova della necessità che il movimento per il suffragio assumesse caratteri militanti, in quanto fino a quel momento con la sola mediazione formale non aveva sortito gli effetti auspicati. Sarà solo due anni dopo, nel 1910, anno in cui Alice Paul torna negli Stati Uniti che si creerà una vera e propria scissione con la Nawsa: Paul, decisa a praticare la militanza attiva secondo il metodo britannico, rifiuta la posizione imparziale di Catt e il suo legame con il partito democratico, al quale ella attribuiva invece la responsabilità della mancata approvazione del suffragio. Paul inoltre favorisce un cambio di elettorato, ravvisando anche nelle donne meno istruite e nelle lavoratrici una voce politica e allo stesso tempo uno strumento per accedere agli uomini della classe operaia. Nel 1912 Paul, Lucy Burns e Crystal Eastman si recano a Washington DC per organizzare una marcia proprio in occasione delle celebrazioni per l’elezione presidenziale di Woodrow Wilson, un vero e proprio atto politico. Contattano le donne a capo delle più importanti organizzazioni, richiedono e ottengono fondi, permessi per marciare, organizzano comitati, coinvolgono infermiere, avvocate e giornaliste affinché scrivano pezzi per dare risalto all’imminente evento. Il 3 marzo 1913 ben 8.000 donne marciano su Pennsylvania Avenue, in testa l’avvocata e attivista Inez Milholland su un cavallo bianco, alla presenza di migliaia di persone, fra cui delegazioni di donne venute da tutto il mondo, dall’India all’Islanda, dall’Australia all’Irlanda. Non mancano uomini che approfittano della manifestazione per attaccare le suffragette, prima con insulti e atti osceni, poi con violenza fisica, mentre la polizia restava a guardare. 

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La parata si rivela un forte segnale, la differenza di opinioni fra Paul e Catt, tuttavia, era tale da impedire una riconciliazione: Paul, espulsa dall’organizzazione per i suoi metodi radicali, nel 1916 fonda il National Woman’s Party (Nwp). Con esso organizza le cosiddette “sentinelle silenziose”, un gruppo di militanti che per più di due anni, sei giorni alla settimana, manifesta davanti alla Casa Bianca, a turno, in modo silenzioso, incatenandosi ai cancelli o distendendosi sul selciato con slogan recanti slogan irrisori nei confronti del presidente Wilson, il quale se inizialmente reagisce con condiscendenza, alzando un cappello di fronte alle militanti, al persistere delle proteste quando gli Stati Uniti entrano in guerra nel 1917, non accetta più le critiche e le fa arrestare per intralcio all’ordine pubblico. Le militanti vengono imprigionate in celle sporche e piene di ratti, sono vessate, e se si ostinano a praticare lo sciopero della fame vengono alimentate con la forza, un trattamento disumano che le stesse denunceranno tramite dei bigliettini che riusciranno a inviare fuori dal carcere – a questo proposito vi è una bellissima pellicola che le celebra dal titolo Angeli d’acciaio (2004), interprete, tra le altre, Hilary Swank nelle vesti di Alice Paul. Questi episodi suscitano tale scalpore tra il pubblico e i politici da rendere il suffragio femminile oggetto di dibattito quotidiano. Il 23 ottobre 1915 anche a New York si tiene una spettacolare parata, che annovera tra circa 25.000 a ben oltre 60.000 partecipanti, con almeno 100.000 spettatori. Entrambe le parate rappresentano un successo, a riprova del fatto che la rivendicazione del diritto di voto si basava su progetto strutturato e sistematico, che mostrava tutta la potenza e la maturità di un movimento femminile pronto a votare. Allorché, con il sostegno del Presidente Thomas Woodrow Wilson, il 10 gennaio del 1918, il Congresso approva l’emendamento costituzionale, e, con la ratifica del 18 agosto 1920, ventisei milioni di donne americane ottengono il diritto di voto. Ma quale fu il fattore decisivo che favorì questo epocale risultato? Per prima cosa, la radicalità del metodo unito a un lungo lavoro di mediazione. Se la prima fu necessaria affinché si scuotessero le coscienze, la seconda fu decisiva perché il messaggio fosse ascoltato. A riprova di quel connubio tra teoria e pratica che da sempre caratterizza il modo di agire e stare al mondo delle donne. In seconda battuta, la trasversalità. Le attiviste delle grandi associazioni collaborarono al fianco di quelle delle minori, donne che avevano ricevuto una prestigiosa istruzione militarono assieme a quelle meno istruite. Tutte potevano essere d’aiuto, a tutte veniva chiesto di aiutare e dare qualsiasi forma di contributo potessero fornire. L’unico metodo possibile è infatti congedarsi da quello maschile, verticale e autoritario e abbracciare la posizione supina di woolfiana memoria, una prospettiva orizzontale senza gerarchie che ci permetta di fare rete, come classe, per essere percepite come un corpus potente: solo così possiamo decostruire le fondamenta su cui si erge la società patriarcale, ossia la supremazia maschile, e costruire insieme un mondo migliore, più equo e giusto per donne e uomini, proprio come quello che Alice Paul e le suffragette sognavano.

 

Articolo di Eleonora Camilli

59724162_440276389883361_5939648554405462016_nEleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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