Professione architetta

L’architettura è un’arte antica, anzi antichissima: come ha detto Renzo Piano «è la più antica professione sulla terra, l’arte del costruire, ma anche l’arte di rappresentare le cose» oppure, per dirla con Le Corbusier, «l’architettura è un modo di pensare e non un lavoro».
Ma c’è un paradosso. S
otto il profilo femminile, è una delle arti più giovani perché, mentre per pittura e scultura, sia pure con difficoltà e con le limitazioni loro imposte dai condizionamenti sociali, le donne sono riuscite a farsi strada già da secoli, il loro percorso nel mondo dell’architettura è stato tutto in salita, molto più lento e faticoso. Le architette, che pure hanno lasciato un segno importantissimo in questa nobile arte, anzi spesso ne hanno cambiato il volto, sono rimaste a lungo oscurate da un grande cono d’ombra. Per secoli, l’arte, come molte altre discipline, è stata appannaggio degli uomini. Ancor più nell’architettura, «il grande libro dell’umanità», come la battezza Victor Hugo, il maschilismo ha dominato fino a gran parte del Novecento.
L’architettura è stata considerata da sempre una delle professioni più maschili. Liz Ogbu, che ama definirsi «designer, innovatrice sociale e urbanista», afferma che «l’architettura è stata l’epitome del patriarcato bianco dominante».

Liz Ogbu
Liz Ogbu

Gae Aulenti diceva: «L’architettura è un mestiere da uomini ma io ho sempre fatto finta di nulla». Dal canto suo «Sono semplicemente un architetto, non una donna architetto», ricordava Zaha Hadid.

Gae Aulenti
Gae Aulenti

Le discriminazioni non sono mancate. L’americana Sophia Hayden, la prima donna a laurearsi, nel 1890, al Mit (Massachusetts Institute of Technology), vinse il concorso per il Palazzo delle Donne progettato per l’Esposizione Universale di Chicago del 1892-93: un edificio bianco a tre piani ispirato al Rinascimento italiano con archi e terrazze con colonne. Come premio ricevette una somma tra i 1000 e i 1500 dollari. Ma dopo l’Esposizione il suo edificio fu completamente distrutto, solo perché era donna, e di un’architetta, all’epoca, non dovevano restare tracce. Frustrata per questo trattamento, si ritirò definitivamente dal mondo dall’architettura, vittima di un grave esaurimento nervoso.            

Sophia Hayden
Sophia Hayden

Negli anni Venti operano già valenti architette, ma per la stragrande maggioranza delle persone l’architettura rimane ancora un mestiere per uomini. «La donna è analitica, non sintetica. Ha forse mai fatto l’architettura in tutti questi secoli? Le dica di costruirmi una capanna, non dico un tempio! Non può. Essa è estranea all’architettura, che è la sintesi di tutte le arti». Così scriveva Benito Mussolini nel 1927 a proposito delle prime “architettrici”, come venivano chiamate all’epoca, facendosi portavoce della disistima generale nei confronti delle audaci, talentuose pioniere. Orbene, nella sua miopia, non si accorgeva di avere davanti agli occhi un’architetta del calibro di Elena Luzzatto, che si era brillantemente laureata proprio due anni prima e stava già felicemente progettando scuole, chiese e mercati.
Nel 1991 il premio Pritzker, il più prestigioso riconoscimento nel settore, una sorta di Nobel per l’architettura, fu assegnato a Robert Venturi, marito della geniale Denise Scott Brown, ma fu negato a lei, che pure aveva sempre lavorato assieme a lui per trent’anni. Dovettero passare tredici anni perché il premio cominciasse ad essere assegnato anche alle donne.

Robert Venturi e Denise Scott Brown
Robert Venturi e Denise Scott Brown

Quando la neolaureata Charlotte Perriand si presentò nello studio di Le Corbusier con una cartella piena di disegni, lui le rise in faccia dicendo: «Qui non ricamiamo cuscini». Ma poi si dovette ricredere e avviò con lei, insieme a Jeanneret, una collaborazione durata dieci anni, dal 1927 al 1937.

Charlotte Perriand
Charlotte Perriand

Odile Decq, classe 1955, nel 1980 si associò con l’architetto Benoît Cornette e creò insieme a lui lo studio Odbc (dalle loro iniziali). Ebbene, durante le riunioni tutte/i la prendevano per la segretaria e le chiedevano come mai non provasse a cercare lavoro presso un architetto uomo.

Odile Decq
Odile Decq

Fino a qualche decennio fa, le architette sono state sottovalutate o del tutto ignorate. Eppure le personalità geniali non sono certo mancate. Un nome per tutte, tra i più illustri al mondo: la già citata irachena Zaha Hadid, che pure negava di essere un simbolo del progresso femminile in architettura, tuttavia resta un esempio da seguire e un luminoso modello da imitare. Zaha Hadid, peraltro, è stata la prima donna a vincere nel 2004 il premio Pritzker,  seguita dalla giapponese Kazuyo Sejima nel 2010.

Zaha Hadid
Zaha Hadid
Kazuyo_Sejima
Kazuyo Sejima

E tra le italiane che hanno fatto storia non si possono passare sotto silenzio Lina Bo Bardi e Gae Aulenti. Oggi sono molte, e già da anni vedono finalmente riconosciuto il loro lavoro meritando numerosi e importanti premi.

Lina Bo Bardi
Lina Bo Bardi

L’architettura, la direzione d’orchestra, la chirurgia, il comando di una nave sono le ultime roccaforti maschili che le donne sono riuscite a conquistare. Tavolo da disegno, podio, sala operatoria e timone sono fortezze maschili rimaste per lunghissimo tempo inespugnabili. Ma con la loro incrollabile tenacia, determinazione, forza di volontà, talento, creatività e professionalità le donne sono riuscite ad abbattere l’uno dopo l’altro i vari soffitti di cristallo, e mai come oggi possiamo dire con grande soddisfazione che c’è un gran numero di compassi rosa, bacchette rosa, bisturi rosa e timoni rosa.
Attualmente, anche se non si è ancora raggiunta la parità, nel mondo della progettazione la componente femminile aumenta di anno in anno. Solo nell’urbanistica la presenza delle donne è ancora una percentuale molto bassa, perché è un settore nel quale trovano difficoltà ad affermarsi.
Il numero delle lauree femminili in Architettura è in costante aumento, poche però sono le architette alla guida di grandi studi.
Secondo un sondaggio riportato dal “New York Times”, in America le donne rappresentano la metà delle lauree in architettura, ma sono soltanto il  20 per cento delle iscrizioni agli albi professionali e il 17 per cento della dirigenza negli studi di architettura. Delle 152.000 presenze italiane le donne sono circa 64.000, gli uomini 88.000: tradotto in percentuale, il 42 per cento è donna e il 58 per cento è maschile, ma gli uomini guadagnano il 22 per cento in più.
Persiste, tuttavia, il divario tra il numero di laureate in architettura e il numero delle donne abilitate all’esercizio della professione. Le donne in architettura crescono solo numericamente, quantitativamente, ai gradini più bassi del mondo accademico e della professione, ma non qualitativamente. Sono sottorappresentate non solo ai vertici, ma a tutti i livelli. E permane una disparità di retribuzione, di riconoscimento e di accesso alle opportunità. 
Nel 2013, la giovane madrilena Izaskun Chinchilla, un’artista dalle idee quanto mai innovative e sorprendenti, si guadagna una menzione d’onore.
La giuria ammira il suo coraggio nell’aprire «percorsi non convenzionali, combinando impegno sociale, sostenibilità ambientale e influenzando una generazione di giovani architetti». Eppure la stessa Chinchilla nel 2016 indirizza una lettera al presidente del Consiglio degli architetti spagnoli per protestare contro la radicale esclusione delle donne dal più importante premio d’architettura nazionale: mai nessuna donna tra i finalisti né tantomeno tra i vincitori, perfino nessuna donna in giuria. Un segno che il gender gap in parte sussiste.

Izaskun Chinchilla
Izaskun Chinchilla

Ada è un’associazione nata per incentivare il lavoro delle architette, abbattere le discriminazioni in campo professionale e promuovere l’aggiornamento mediante lo studio, la ricerca e gli scambi con analoghe associazioni italiane e straniere. Nel 2018 diciotto laureate, di età media sotto i 35 anni, fondano il collettivo RebelArchitette per dimostrare alle giovani generazioni il livello di qualità professionale raggiunto dalle architette.
Quasi ovunque, anche in Asia e in Africa, le architette si riuniscono in associazioni, fedeli al motto “l’unione fa la forza”.
L’architettura internazionale si va progressivamente femminilizzando.
Ma quanti nomi di architette famose conosciamo? Pochissime. In genere, si tende a sminuire la figura dell’architetta perché si giudicano in maniera errata la sua creatività e i progetti che realizza. Architettura non significa solo progettare grattacieli, musei e ristrutturare grandiosi palazzi storici, ma anche realizzare case, alloggi popolari, giardini, spazi pubblici, servizi igienici, scuole, orfanotrofi. Non c’è un’architettura di serie A e una di serie B.
D’altra parte, a ben riflettere, sembrano rivolte alle donne le parole dello scrittore Henry James, vissuto oltre un secolo fa: «Un architetto, benché si serva di blocchi colossali e di pesanti pilastri, è il più raffinato degli artisti».
Di raffinatezza e di grazia le donne ne hanno, eccome! e hanno anche molto da offrire al mondo della progettazione. Quest’arte ha l’aspetto poliedrico del temperamento femminile, esuberante, fantasioso, mutevole, ma nello stesso tempo ordinato, rigoroso, preciso. L’architettura, «musica nello spazio», secondo Schelling, è armonia, e l’armonia è prima di tutto donna.    

 

 

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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