È sempre più blu il cielo di Nella Marcellino (Torino, 21 febbraio 1923 – Roma, 23 luglio 2011)

Quello che colpì Nella Marcellino quando, nell’agosto del 1941, rientrò in Italia dopo 12 anni di esilio in Francia, fu l’intenso azzurro del cielo torinese assolutamente non comparabile a quello sempre un po’ grigio della capitale francese. E forse non c’è canzone più calzante per raccontare la vita di questa donna, antifascista, femminista, politica e sindacalista che quella di Rino Gaetano perché, nonostante tutto, per lei il cielo è sempre stato più blu.
Nacque a Torino da genitori operai: la madre lavorava alla Fiat Lingotto dove diventò collettrice sindacale della Fiom e partecipò alle lotte degli anni 1914-’17 e all’occupazione delle fabbriche durante il Biennio rosso; il padre, invece, fu tra i fondatori del circolo socialista ed era impiegato nell’Alleanza cooperativa torinese. Guglielmo Marcellino fu tra i primi militanti socialisti ad iscriversi, nel 1921, al PCd’I entrando poi nel Consiglio generale della Camera del Lavoro del capoluogo piemontese. Lo squadrismo fascista e gli interventi statali nei confronti dell’Alleanza cooperativa torinese determinarono prima l’arresto e poi il licenziamento dell’uomo che decise di passare alla clandestinità. Arrestato nuovamente, venne condannato al confino per cinque anni, ma riuscì a fuggire grazie al Soccorso rosso che, successivamente, consentì anche a moglie e figlia di raggiungerlo a Parigi nel 1929.
L’infanzia francese di Nella Marcellino fu caratterizzata da una grande povertà economica: gli alloggi e i lavori provvisori dei genitori resero spesso difficile il soddisfacimento anche dei bisogni primari, ma di contro la bambine visse in un ambiente familiare in cui si coltivavano e si trasmettevano gli ideali antifascisti che univano quelli che vennero poi definiti “rivoluzionari/e di professione”, quelle e quei fuoriusciti italiane/i che scelsero l’opposizione attiva al regime fascista, sacrificando la propria vita e i rapporti familiari e coniugali in nome della lotta per la libertà e la democrazia. Nel 1931 la famiglia Marcellino si trasferì a Bruxelles dove Guglielmo entrò alle dirette dipendenze dell’Internazionale comunista con il compito di mantenere attivo il collegamento da Berlino a Parigi per quelli che vi transitavano andando e tornando dall’Unione Sovietica. Le purghe staliniane, colpendo alcuni dirigenti dell’organizzazione, interruppero bruscamente l’attività e, per riprendere i contatti a Parigi, Nella, che all’epoca aveva 15 anni, iniziò la sua carriera di cospiratrice, compiendo la prima missione in Francia.
Ritornata a vivere a Parigi, la ragazza si inserì nell’ambiente delle/dei fuoriuscite/i comuniste/i italiane/i partecipando alle manifestazioni parigine in difesa del Fronte Popolare spagnolo e dando il proprio contributo nelle organizzazioni giovanili del partito. L’occupazione nazista della Francia peggiorò ancora di più la condizione delle/degli esuli antifasciste/i che persero il lavoro e non riuscirono più a rinnovare il permesso di soggiorno. Nella aiutò la madre nel lavoro a domicilio per contribuire all’economia familiare e nel contempo continuò a studiare, attività nella quale aveva ottenuto buoni successi, tanto da passare la selezione per l’università senza potervi poi accedere.
Nel 1941 rientrò in Italia in quanto sentiva di dover contribuire alla costruzione di una solida rete antifascista comunista a Torino e gli insegnamenti del padre, che poco dopo sarebbe stato nuovamente arrestato a Parigi, estradato in Italia e successivamente liberato dopo la caduta del fascismo, le furono fondamentali. Dopo aver trovato un impiego alla Banca S. Paolo, alternò l’attività di contabile con quella clandestina e si trovò a battere con la stessa macchina da scrivere i documenti del Fascio, di cui i suoi capiufficio erano esponenti, e quelli del Partito comunista.

Nella

Dopo l’8 settembre 1943, Nella Marcellino si dedicò solo alla lotta di Liberazione: partecipò alle prime riunioni del Comitato del Fronte Nazionale d’Azione (primo embrione del Cln torinese); si mobilitò insieme alle/ai compagne/i della rete per fornire abiti civili ai soldati che alla spicciolata tornavano, evitandone la cattura e l’arruolamento nelle file della Rsi; contribuì alla formazione della prima brigata partigiana piemontese, il distaccamento “Pisacane”, primo nucleo della futura IV brigata “Garibaldi”, attiva nella zona di Pinerolo-Cuneo; si preoccupò degli alloggi per i dirigenti comunisti che arrivavano a Torino per guidare il partito, tra di essi Gian Carlo Pajetta, che poi venne inviato a Milano, Arturo Colombi e Giorgio Amendola. Sulla partecipazione femminile alla lotta di Liberazione avrebbe scritto: «[…] la molla che ha reso la partecipazione femminile così grande va ricercata nel desiderio di partecipare, di contare, di “esserci” in una lotta dura, per la fine della guerra, contro il fascismo, per un mondo più giusto. […] Come donne ci sentivamo considerate in tutto e per tutto alla pari degli altri. […] La partecipazione delle donne dava ai militanti uomini la percezione di non essere soli, di condividere le proprie scelte con la compagna e con i figli. L’adesione dei familiari alle proprie scelte era già testimonianza che una certa politica poteva coinvolgere l’intera società».
Per fornire un’adeguata copertura ad Arturo Colombi, Nella Marcellino convisse con lui nello stesso appartamento e ne nacque un profondo ed intenso legame sentimentale, ma ben presto li separarono le esigenze della lotta, che determinarono il trasferimento di lui a Milano e l’amicizia dell’uomo con il padre di Nella, Guglielmo, di cui Colombi era poco più giovane. Il timore di presentarsi al compagno di lotta e chiedere la mano della figlia costrinse Nella a comunicare la sua intenzione di sposarsi ai genitori da sola e a raggiugere, dopo la fine della guerra, Colombi a Bologna con l’aiuto di Luigi Longo che garantì per lo sposo e si offrì di scortarla nel capoluogo emiliano dove il matrimonio venne celebrato. Dopo essersi occupata, durante l’attività partigiana, di mantenere i contatti con le varie formazioni attraverso un efficiente servizio di staffette e aver contribuito alla pubblicazione e diffusione della stampa clandestina tra cui anche la prima copia torinese dell’”Unità”; a Bologna Marcellino partecipò attivamente alla Commissione Femminile del Pci constatando subito che «il nostro impegno era reso meno facile dal fatto che il maschilismo era innato nel costume del tempo, e ovviamente, anche tra i nostri compagni sebbene molti cercassero di nasconderlo o mitigarlo». Tra le iniziative di cui si rese protagonista ci fu l’organizzazione dei “treni della felicità” (foto di copertina) che portarono all’arrivo in Emilia Romagna di bambine/i provenienti dalle province più povere e indigenti del Sud, in particolare Foggia e Napoli; poi promosse riunioni popolari femminili in varie zone della città per ascoltare i bisogni delle donne bolognesi e farle sentire partecipi della ricostruzione democratica del Paese; diede il suo contributo alla costituzione di cellule femminili che preferì alle cellule miste dove le donne prendevano raramente la parola e si impegnò nell’organizzazione di incontri delle donne emiliane e romagnole con le/i compagne/i candidate/i: il numero delle iscrizioni femminili al partito aumentò e le amministrative videro un numero significativo di candidate ottenere il seggio negli organismi comunali. Se in Emilia gli uomini si dimostrarono più aperti alla partecipazione politica delle donne, in Romagna molto meno tanto che a Cesena, durante un comizio per la celebrazione dell’8 marzo con un uditorio quasi completamente maschile, Marcellino concluse provocatoriamente dicendo: «Abbiamo sbagliato a scegliere una domenica mattina per celebrare l’8 marzo, perché a quest’ora le nostre compagne devono stare a casa a preparare il pranzo. Ai compagni presenti auguro buon appetito, perché certo a casa troveranno delle buone fettuccine». L’impegno per la campagna elettorale del 1948 la portò a girare il Paese: molto significativo fu l’incontro con le donne sarde che si presentarono all’incontro da lei organizzato vestite tutte di nero, con il fazzoletto in testa. Marcellino si mostrò inizialmente prevenuta nei loro confronti, ma quando le lasciò parlare dovette ricredersi perché quelle donne le mostrarono non solo la loro intelligenza, ma anche un profondo desiderio di combattere per i propri diritti e le fecero capire che «non necessariamente le donne devono assumere le “vesti” della modernità nell’abbigliamento e nel modo di atteggiarsi» per lottare per l’ emancipazione. Eletta alla Camera dei Deputati, fu la più giovane tra gli/le eletti/e, ma la situazione sia familiare che politica era per lei molto complicata: il marito venne trasferito a Milano a dirigere il Comitato regionale lombardo e lei a Roma come responsabile della Commissione Femminile nazionale e deputata in un momento in cui una parte del Partito comunista attribuiva la sconfitta subita all’impreparazione politica delle donne. Durante la sua direzione, Marcellino girò l’Italia e comprese la subalternità materiale e psicologica femminile e promosse, in stretta sinergia con l’Udi, varie iniziative per rivendicare il diritto al lavoro femminile in un momento in cui la riconversione industriale in atto stava sacrificando la manodopera femminile per riassorbire quella maschile; per dare alle donne una legge in grado di tutelarne la maternità, battaglia che vide in prima linea Teresa Noce che Marcellino frequentava dai tempi di Parigi; per garantire la parità salariale e una rete assistenziale che permettesse alle lavoratrici madri di lasciare i/le figli/e in strutture sociali affidabili durante le ore di lavoro. Anche la formazione di quadri femminili fu un tema che coinvolse intensamente la deputata che promosse la creazione di scuole dove si sarebbe dovuta formare una nuova classe dirigente femminile anche se riconosceva in molte militanti la difficoltà di conciliare l’attività politica con i doveri familiari; questo fu un problema che più volte l’afflisse mostrandosi più comprensiva verso i no rispetto alla combattiva Teresa Noce che, di fronte ad un rifiuto, prima apostrofava la compagna con il motto: «Anima schiava» e poi le infondeva la carica facendola sentire capace e all’altezza e non inferiore come le volevano far credere.
Dopo aver lasciato la Commissione Femminile per ricongiungersi al marito a Milano, Marcellino, dal 1954, si occupò della Federazione Comunista milanese come responsabile dell’organizzazione delle attività nelle varie sezioni e nelle commissioni interne delle fabbriche dell’hinterland. Questo prestigioso incarico si concluse nel 1957 quando raggiunse il marito, trasferito a Roma, e venne nuovamente incaricata di occuparsi della Commissione Femminile centrale del Pci. Il compito non era affatto facile: la politica di rinnovamento promossa dal partito doveva esprimersi anche nel settore femminile con il reclutamento di nuovi quadri e la promozione di battaglie che dalla parità salariale avrebbero dovuto estenderla anche al campo politico, sociale ed economico. Caparbia e tenace, Nella Marcellino non mancò di dare il suo contributo, ma riconobbe, con grande capacità autocritica, di non aver offerto nella Commissione lo spazio necessario a quelle tematiche strettamente connesse alla condizione femminile, imputando ciò ad un suo limite culturale e privilegiando il diritto al lavoro delle donne sulla base della seguente convinzione: «Non ci può essere liberazione della donna se non si garantisce il diritto al lavoro e cioè se non si allarga la base produttiva e non si risana l’insieme della politica industriale. Perciò siamo convinti che la battaglia che noi conduciamo per l’occupazione femminile, per un lavoro stabile, si intrecci alla lotta contro il lavoro nero e precario». Il risultato più importante di questa battaglia fu l’accordo sulla parità salariale firmato da Confindustria il 16 luglio 1960. Nonostante ciò, una parte del partito non sembrava soddisfatto dell’operato della Commissione Femminile e incaricò Giorgio Amendola di farlo presente durante una riunione che culminò con un memorabile litigio tra quest’ultimo e Marcellino che si dimise definitivamente dagli incarichi di partito, intraprendendo la sua terza vita: quella sindacale. Prima si occupò delle combattive tabacchine, poi delle/gli addette/i all’industria alimentare e, infine, del settore tessile; l’impegno nel sindacato durò fino agli anni Novanta, ma le principali battaglie furono quelle a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta quando, oltre a contratti migliori per lavoratrici/tori, un altro tema di grande interesse fu la sicurezza e la tutela della salute di lavoratori/trici.

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Arrivare al sindacato delle/dei tessili in un momento di crisi del settore fu poi un’altra scelta coraggiosa di Nella Marcellino, così come quella di opporsi alla linea sindacale che considerava il settore ormai perduto e battersi per salvaguardare non i posti, ma il posto di lavoro attraverso nuove forme di organizzazione e originali proposte di turnazione. Simbolo di questa politica sindacale coraggiosa fu la manifestazione che Marcellino organizzò il 19 febbraio 1982 a Roma in Piazza S. Giovanni a cui parteciparono 100.000 lavoratrici, soprattutto, ma anche lavoratori tessili che manifestarono contro la crisi del settore con quella fantasia, allegria e caparbietà che sempre contraddistinsero l’operato di una donna che con la sua macchina da scrivere aveva sostenuto la lotta per la libertà del suo Paese e avrebbe poi consegnato al mondo la copia del Memorandum di Yalta, il testamento politico di Togliatti di cui assistette alla morte in Crimea nel 1964.
Credo che rileggere la sua biografia intervista (Nella Marcellino, Le tre vite di Nella, a cura di Maria Luisa Righi) dia quella carica e quella grinta necessarie in epoca di ricostruzione come la nostra e permetta di comprendere come «forse abbiamo fatto male a non dire ai nostri successori quanta fatica c’era dietro ai tanti diritti acquisiti e che purtroppo oggi rischiano di essere persi».

BIOGRAFIA

 

 

Articolo di Alice Vernaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

 

 

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