Editoriale. Imagine: La scuola si fa musica!

Carissime lettrici e carissimi lettori,
inizio con il ricordo di Ennio Morricone, come non ho fatto con Ezio Bosso, per tante ragioni. Una mancanza che qui voglio recuperare, ricordandolo e menzionando la sua grande lezione di vita, allegra, il suo fare cordiale, il suo coraggio. Aggiungendo la mia e la nostra solita laica preghiera, per entrambi.
Del Maestro appena scomparso, Ennio Morricone, tutte e tutti ricordiamo i suoni della sua musica diventati epici: i film, le canzoni, ma anche la sua gentilezza e il suo modo mite di vivere. Ennio Morricone è stato tutto questo, non solo un autentico genio nella musica, ma anche persona davvero piacevole per chi ha avuto la fortuna di incontrarlo. Abusiamo, per lui così discreto da chiedere i funerali privati «per non disturbare», e proviamo ad immaginarlo come quel familiare gentile che tutti vorrebbero avere, sereno e pacato nella sua intelligenza. Almeno per me è così e mi è piaciuto dirvelo.
Di Morricone si è parlato tanto in questa settimana ed è stato, come continuerà ad essere, un mito indimenticabile. Per questo io mi fermo qui e mi/vi lascio all’ascolto.
Semmai, invece, questa triste notizia ci riporta a un problema, tutto italiano: la scarsa capacità all’ascolto di molte/i italiane, vale a dire l’assenza di una seria concreta educazione musicale(ma temo non ci sia neppure un abbozzo). Su questo ha insistito tanto Ezio Bosso e non solo lui. Del Maestro Bosso ricordiamo, quasi fino a qualche giorno prima della sua scomparsa, le accorate ed entusiasmanti lezioni che ci ha donato attraverso le sue presenze. televisive. La sua passione a trasmettere il trasporto che deve avere chi ascolta. La necessità di saper immaginare il suono.
Un altro grande direttore d’orchestra ed uno dei più importanti violinisti esistenti hanno fatto della diffusione e dello stimolo a un’educazione alla musica uno dei loro principi di vita. Riccardo Muti da anni insiste sulla necessità di aprire maggiori strade alla musica, non solo come studio, ma soprattutto come ascolto. Muti instancabilmente ripete che è “proprio con la musica che si può costruire una società migliore”.
Il Maestro in un’intervista ha ricordato una meravigliosa esortazione di Cassiodoro: «Se noi uomini continueremo a commettere ingiustizie, Dio ci punirà togliendoci la musica». E commenta: «Ecco io sono convinto che dall’universo scendano raggi di suoni che girano in armonia e investono il nostro pianeta. Qualcuno ne è attraversato di più, come Mozart che a 35 anni aveva scritto ciò che è impossibile scrivere in una vita, e tutti capolavori. Altri ne restano indenni. Sento che la musica non è una cosa che abbiamo inventato noi. Fanno musica gli uccelli che cantano, il tuono che rimbomba, il mare che si muove, le foglie che vibrano. Dal punto di vista scientifico la musica è una costruzione, ma da quello emotivo è semplicemente un’armonia che ci investe e ci fa diventare migliori». La musica come cosa di tutta l’umanità è patrimonio assolutamente non dei cosiddetti esperti: «Anche Dante nel XIV canto del Paradiso – dice ancora Muti – suggerisce che la musica è rapimento, non comprensione. Per questo nelle scuole non va insegnata meccanicamente, ma fatta ascoltare. Quando io dirigo una sinfonia di Beethoven o di Brahms, ne posseggo la struttura, ma il messaggio che è dietro le note proviene dall’infinito.»
Il grande violinista Uto Ughi è da sempre in prima fila non solo nel denunciare l’assenza della musica nella scuola, (ricordo con lui una magnifica conversazione telefonica in proposito):
«La musica continua a essere la grande assente, la grande tradita, da ogni piano educativo nazionale.» Uto Ughi è stato capace di proporsi in prima persona per parlare e per far ascoltare ai ragazzi e alle ragazze la musica. In numerose interviste ha criticato e stimolato le istituzioni affinché già dalla scuola materna, dove ha dato lui stesso una splendida lezione su Vivaldi, si introduca nei curricula l’educazione all’ascolto. «La musica è nata in Italia. – ha detto Ughi – Anche i tedeschi, che vantano la supremazia musicale, venivano ad imparare in Italia alla scuola di Vivaldi. Lo stesso Bach ha trascritto moltissime composizioni del veneziano. Quindi l’Italia non ha niente da invidiare a nessun Paese del mondo. Peccato che la cultura musicale da noi sia così trascurata dall’insegnamento scolastico». Lo stesso Ughi ricorda un appello, risalente a mezzo secolo fa, fatto da Alberto Mantelli, critico e musicologo: «In Italia la musica, in quanto fenomeno culturale, è tuttora considerata come un accessorio trascurabile, una disciplina meritevole appena di una tolleranza diciamo pure men che benevola (…) Nei licei: nulla. Quasi che la musica non sia una attività creatrice dello spirito come ufficialmente figuravano esserlo nella nostra struttura scolastica la letteratura e le arti figurative ….Tutti coloro che hanno seguito un certo ordine di studi (non universitario) hanno imparato e sanno (se non l’hanno dimenticato) chi è Petrarca e chi è Leopardi, chi è Duccio e chi è Tiepolo, ma non sanno chi è Palestrina e chi è Vivaldi (…) Per ciò appare di una palmare evidenza che il problema della cultura musicale in Italia, con tutte le sue implicazioni in ogni ordine della nostra scuola, è un problema sul quale ogni uomo culturalmente impegnato non può non soffermarsi.» Sono passati più di cinquant’anni e, a parte rare sperimentazioni e più di qualche insegnante volonteroso, la musica rimane a livello scolastico ancora una triste esperienza molto limitata.
Come avrete visto dal colore della rivista, oggi Vitaminevaganti.com esce in veste blu, e quindi con un numero inferiore di articoli, per accogliere il nostro inserto dedicato alla scuola, Vitamineperleggere. Una bella coincidenza per il tema portante di questa puntata.
Umberto Eco dice che non incontrare i libri vuol dire vivere solo, unicamente la propria vita, mentre una frequentazione dei libri e di ciò che donne e uomini hanno scritto nel tempo ci dona il privilegio di vivere tutte le vite che incontriamo nel nostro leggere.
Ho trovato una bella, utile e anche divertente affermazione di Daniel Pennac scritta in un’intervista che riguardava proprio la lettura. Alla domanda se si potesse non avere tempo per leggere Pennac risponde: «Bisogna associare un’altra idea al fatto di non avere il tempo di leggere! Nessuno ha mai detto di non avere il tempo per essere innamorato o innamorata! Eppure il concetto è lo stesso! Il tempo per leggere è un tempo che si ruba agli obblighi della vita, è come il tempo per amare. Ogni volta che siamo innamorati rubiamo del tempo al lavoro, agli impegni domestici, il tempo dell’amore e della lettura è un meraviglioso furto! E quindi non credo a chi mi dice di non avere il tempo di leggere.
Si può non avere la voglia di leggere, si possono avere altre preferenze, ma non mi si venga a dire che manca il tempo di leggere, è come dire che non c’è il tempo di amare! Non ci si può credere…» (Il Piacere di leggere)
Si impara una quantità di cose leggendo. Preparando, per esempio, questo numero, ho avuto il piacere di incontrare Adam Smith, un economista scozzese del XVIII secolo (è morto ad Edimburgo il 17 luglio del 1790). Sì, l’ho proprio incontrato, come capiterà di farlo anche a voi e come è accaduto all’autrice dell’articolo, che, per comprendere meglio la sua opera, ha creato, in un’intervista immaginaria, una serie di domande da cui trarre sapienza. Smith è il fondatore dell’economia politica e sicuramente la filosofia, alla quale erano stati diretti i suoi studi e di cui era insegnante accademico, è stata molto importante nel suo pensiero «nato – come immaginariamente risponde all’autrice – in reazione al selfish system dell’Homo homini lupus di Hobbes.» Poi, argomento per argomento, si snocciola il pensiero, spesso frainteso, di questo interessante economista. Dalla sua concezione di mercato che perché sia «veramente libero bisogna abbattere tutte le barriere» (attualissima riflessione anche a livello di circolazione delle persone), al concetto della divisione del lavoro, che diventa, con le parole di Smith, «un segno di progresso e porta all’emersione dei talenti delle persone.» Insomma un articolo, soprattutto per le/i lettori digiuni di economia (ma non solo), tutto da gustare, sì, si può dire così, perché questo ossimoro non coinvolge solo, banalmente, le papille gustative, ma un effluvio di sensi e sensazioni! Ecco a cosa porta la buona lettura, ma, aggiungerei, lo porta anche quella non buona, come osservava una volta Gianrico Carofiglio, il giudice-scrittore splendidamente arrivato in seconda posizione a questo ultimo Premio Strega, svolto un po’ sottotono, come tutto in questo anno del virus!
Ho appreso, poi, più particolari della vita di Madame de Staël e del dibattito tra classicisti e romantici di cui lei, tra una schiera di intellettuali maschi che la favorivano o contrastavano in questo ambito, era il fulcro.
Ho conosciuto
Umm Kultum, (su di lei leggerete tra Le Italiane) che è stata la prima cantante egiziana e la prima donna del mondo arabo della quale si ascoltò la magnifica voce, nel 1934, per radio. Umm viene ricordata come “la stella d’Oriente”.
Così l’autrice racconta di lei: «Dal 1934 fino alla fine degli anni Settanta, in radio, ogni primo giovedì del mese, veniva trasmesso un suo concerto e in quelle occasioni 120 milioni di arabi/e, dal Qatar al Marocco, lasciavano le loro attività quotidiane per ascoltarla. Nel 1944 ricevette dal re Farouk il più alto degli ordini onorifici d’Egitto: il Nishan al-Kamal, riservato fino ad allora solo ai membri della famiglia reale ed ai politici.» E per capire chi era questa grande e rivoluzionaria donna araba l’articolo ricorda cosa si scrisse all’epoca (morì il 3 febbraio 1975): «Il suo funerale è stato unico nella storia dell’Egitto, un evento che l’ha paralizzato. Tre milioni di egiziani hanno invaso la capitale. Fazzoletti che sventolavano, fiori e lamenti, canti e lacrime accompagnavano il feretro […] la bara è stata passata di mano in mano sulle teste della folla riunita, trascinata da un mare di persone di questo corteo lungo oltre 10 chilometri che attraversava il Cairo […] erano presenti tutti i Capi di Stato Arabi.»
Ancora di musica si parla. Imagine di John Lennon. Una canzone utopica, che il prossimo anno compirà il mezzo secolo di vita, necessaria oggi per conciliare le lontananze imposte dal virus con le vicinanze ambite dagli affetti. Che invoca la porosità dei muri e lo scambio proficuo delle cose del creato contro il fanatismo delle barriere e dei fondamentalismi di qualsiasi credo. Bella, dunque, vessillo di pace, non simbolo di un partito.
E invece polemica c’è stata e si è ripetuta. La questione è di qualche anno fa ed è ritornata a galla (ahinoi quante cose emergono quando si osa muovere le acque) qualche sera fa durante un’intervista in una tv privata, a Susanna Ceccardi, leghista ex sindaco (io direi sindaca, ma lei si è più volte definita così!) di Cascina, vicino Pisa. I fatti risalgono però al periodo precedente al suo insediamento come prima cittadina, quando – ha ricordato – era all’opposizione. Il sindaco di allora aveva proposto, per Natale (forse sbagliando? Forse no?), invece di fare il presepe, di cantare nelle scuole Imagine, ponendo le parole della stupenda canzone di Lennon come simbolo forte di collante universale. Ma Ceccardi la definì (e in fondo l’ha confermato oggi) una canzone filosovietica!
Giustamente in molti sono rimasti di nuovo interdetti,  a bocca aperta, visto che, tanto per dirla tutta, Imagine fu cantata da Gianni Morandi anche davanti a Giovanni Paolo II e nessuno allora se la sentì di sottolineare proprio l’attacco:
Imagine there’s no heaven/ It’s easy if you try/ No hell below us/ Above us only sky/ Imagine all the people living for today (Immagina che non ci sia nessun paradiso/ se ci provi è facile/ Nessun inferno sotto di noi/ Sopra di noi solo il cielo/ Immagina tutta la gente/ che vive solo per l’oggi”. Poi continua: …Imagine there’s no countries/ It isn’t hard to do
Nothing to kill or die for/
And no religion too/ Imagine all the people living life in peace, (Immagina che non ci siano patrie/ Non è difficile farlo/ Nulla per cui uccidere o morire. /Ed anche alcuna religione/ immagina tutta la gente/ che vive in pace).
Bella e umana! Un testo che ha sicuramente a che fare con la poesia e con l’umanità! Un patrimonio dell’umanità come è stato suggerito da Riccardo Luna su Repubblica della scorsa settimana, «
al pari del Grand Canyon, della Cappella Sistina e delle Variazioni Goldberg di Bach!»E a nessuno verrebbe in mente alcun paragone.
Allora cantiamola e portiamola con noi a casa, passeggiando con il nostro cane, camminando e correndo, con quel sapore di libertà di quando lo facevamo durante il lockdown, stando sdraiati/e al sole, sulla spiaggia o, in tranquillità, in campagna: Imagine all the people/ Sharing all the world./ You may say I’m a dreamer/ But I’m not the only one/ I hope someday you’ll join us/And the world will live as one (Immagina tutta la gente/ Condividere tutto il mondo/ tu puoi dire che io sono un sognatore/ Ma io non sono l’unico/ Spero che un giorno ti unirai a noi/ Ed il mondo sarà come un’unica entità). Immaginiamo….Buona lettura a tutte e a tutti.

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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