Editoriale. Danzando sotto la pioggia

Carissime lettrici e carissimi lettori,
iniziamo con una bella notizia, tenera e giusta. Il sogno di un ragazzino. Anthony Mmesoma Madu, il piccolo figlio di quell’Africa nera, onesta e poverissima può danzare oggi più leggero davanti alle capanne fatte di fango e lamiere del suo villaggio. Può far volare i piedi e il suo corpo, così espressivo, non più nel fango, sotto la pioggia, come ha fatto in quella foto che, attraverso i social, ha commosso tutto il mondo, fino a trovare chi promettesse di pagargli gli studi. Il giovanissimo Anthony, appena undici anni, è allievo della nigeriana Leap of Dance Academy, una scuola che aiuta i giovani con poche possibilità economiche. La scuola aveva postato il video (su Instagram) il 18 giugno scorso, dedicando parole piene di orgoglio ai suoi ragazzini e alle sue ragazzine: «Con pochissime o nessuna risorsa – hanno detto – i nostri bambini si stanno allenando per essere il meglio che possono. Chi non ne sarebbe orgoglioso? Quale insegnante non pregherebbe per avere degli studenti che mostrano così tanta voglia di imparare? Bambini che sono pronti a ballare in qualunque condizione. Immaginate cosa potremmo ottenere se avessimo di più».
La storia ha toccato il cuore di una ballerina, anche lei nigeriana, Fadé Ogunro. Oggi Fadé è un’imprenditrice e ha deciso di pagare gli studi di questo ragazzino convinto del suo futuro sulle punte. Anche lei ha volato con le sue scarpe da ballo, anche lei ha vissuto alla luce di quello stesso sogno sulle punte in cerca di una realizzazione. Fadé Ogunro dell’arte di Anthony ha scritto su twitter: «Come ballerina sono invidiosa delle sue belle linee, delle sue punte dei piedi e della sua grazia senza sforzo. Voglio pagare per la sua intera istruzione in qualsiasi parte del mondo, fino alla laurea». In un altro tweet l’ex ballerina ha fatto sapere di aver ricevuto una videochiamata di ringraziamento, non solo da Anthony ma anche da un altro giovane al quale offrirà la stessa formazione.
Vanno così le cose quando c’è la passione? Dovrebbero, ma non sempre si è così fortunate/i. Però succede e ne siamo sempre felici!
Due desideri esauditi. Un bell’inizio: per il nostro editoriale e per la vita!
Ma in rete si trovano tante cose. Da qualche tempo c’è la pubblicità di un nuovo corso di laurea che interessa direttamente rete e social in essa contenuti. Si può diventare dottoresse e dottori Influencer. Insomma imparare, rigorosamente rimanendo in rete, per lezioni, esami, ricevimento insegnanti e discussione della tesi di laurea (riconosciuta? Sembra di sì, almeno per uno di questi atenei), ad essere una persona con possibilità di guadagni da capogiro, visti i risultati di chi questa nuova professione la esercita già. Cifre che superano il milione di dollari a foto! Per pubblicizzare, su un social, di tutto: dai capi di abbigliamento, al trucco, al cibo e persino al fitness. Nel corso, accorpato, per esempio, a Scienze della comunicazione, si trovano (sempre su piattaforma on line) esami come Filosofia del linguaggio, semiotica e, chiaramente, Estetica e Psicologia dei media e della moda. Esami fatti di molti link dati dai docenti.
Una delle università che propone il nuovo corso triennale così spiega:
«Come si misura un’attività con gli influencer? Sempre più brand e agenzie si ritrovano con queste domande. Oggi l’investimento in campagne con influencer ha registrato un incremento del +39% rispetto allo scorso anno, segnale che l’influencer marketing è un fenomeno destinato a evolversi. Oltre la digital strategy è, quindi, importante parlare di influencer strategy, in un percorso dedicato ai professionisti del digital per sviluppare, fra dati, creatività e strategia, le competenze necessarie per gestire campagne di valore per i brand insieme agli influencer». Per ora chi, donna o uomo, creatura solo dei social o con un’altra professione alle spalle, lavora come influencer, alla laurea (non avendola, almeno quella dedicata) storce il naso e la vede come un pericolo per il proprio futuro.
Noi francamente stiamo a guardare, senza demonizzare, nonostante i termini un po’ guerreschi, da combattimento armato (strategia è sempre stato un termine di guerra!). Non nascondiamo, noi della generazione di Carosello, programma in cui era concentrata tutta la pubblicità televisiva, un certo timore di messaggi eccessivamente finalizzati al consumo e all’effimero, che imprigionano le menti e le giornate soprattutto delle e dei più giovani. Molto più rammaricate invece ci troviamo di fronte alla scuola di femminilità (mi avevano raccontato che era una vera e propria laurea!!!!) istituita in Russia (ma una volta questo Paese non era la possibile speranza, giusta o no, del sol dell’avvenire?!) per insegnare alle ragazze a…. conquistare gli uomini, possibilmente ricchi.
Sempre sulla rete, mentre tante e tanti con centinaia di migliaia di seguaci (non ispira tanta libertà questa parola!) ambiscono a guadagnare un fiume di denaro, una giornalista di una testata web viene pesantemente insultata perché, donna, si interessa di moto e di sport a due e a quattro ruote. Secondo chi le scrive contro (e sono molti) questi sport devono rimanere rigorosamente al maschile e persino nei commenti la “penna” non deve essere femminile. Eppure la giornalista (Giulia Toninelli) lavora con la redazione di Mow (Men on wheel) da tempo ed è stata appoggiata da tutti in redazione per scrivere, come ha fatto brillantemente, l’articolo di risposta ai web-insulti, che partivano dal più leggero “tornatene in cucina” al “pensa a truccarti” e via via giungevano a toni sempre più sessisti, volgari e offensivi verso il corpo femminile. Probabilmente le stesse persone (almeno simili per mentalità) che hanno protestato perché i premi nell’automobilismo non vengono più consegnati dalle così dette Ombrelline (secondo loro tutte da guardare!). A tale proposito in questo numero di Vitaminevaganti.com troverete un interessantissimo articolo sulla cosiddetta legge Sacchia cui si deve l’abolizione dell’Infirmitas sexus, la non uguale capacità giuridica tra i generi: era il 17 luglio del 1919, 101 anni fa.
Ma torniamo alle cose belle. Rimanendo sempre sui social. Bansky, il misterioso artista di Bristol, ha postato un suo lavoro che ha prodotto, mimetizzandosi come addetto alle pulizie e usando la pompa per disinfettare, sulla Tube londinese: un topolino nero (e ci risiamo con il collegamento a Camus) sternutisce vernice verde sul finestrino della carrozza. Disegno duplicato sulla porta della cabina di guida dove più topolini, uguali a quello della carrozza, ma più felici, usavano la mascherina (qui il messaggio salvifico) come paracadute, soddisfatti di proteggersi così dal Covid-19! L’opera è stata cancellata «per la rigorosa politica anti-graffiti dell’azienda», ma è immensamente piaciuta ai piani alti della stessa, che esplicitamente hanno fatto pervenire all’artista questo messaggio: «Vorremmo offrire a Banksy la possibilità di fare una nuova versione del suo messaggio per i nostri clienti in una posizione adatta». Insomma, può capitare che le belle cose si facciano strada!
Si sono imposte alla Storia e hanno fatto strada le protagoniste e i protagonisti di questo numero. Ci sono le architette che reclamano sempre una nominazione al femminile in una delle professioni, come quella dell’ingegneria e della giurisprudenza, giudicate da sempre appannaggio maschile. C’è la storia di Margaret Fuller Ossoli che, da non italiana, ha contribuito al nostro Risorgimento e alla realizzazione degli ideali mazziniani. Ci sono Rita Montagnana e Nella Marcellino. C’è la storia sommessa, ma intensa, di Costanza Bruno e quella vivace di una donna brillante, coraggiosa, sempre in prima fila per i suoi ideali e il suo lavoro di pedagoga, Ada Prospero, moglie di Piero Gobetti, una vera influencer di idee, da prendere ad esempio per i ragazzi e le ragazze, come osserva l’autrice dell’articolo. La Tesi del mese ci porta a Catania con lo studio della vita di un’altra grande donna, Carla Lonzi, il cui motto è stato:
«La mia opera è la mia vita». Un solo uomo in questo numero, ma importante e coraggiosissimo, fino a pagare con la vita: Boris Giuliano, lo “sceriffo” di Palermo, ucciso vigliaccamente di spalle (perché Giuliano sapeva usare la pistola ed era più svelto di un eroe di un film western!), mentre prendeva il primo caffè mattutino, il 21 luglio del 1979.
Si parla in questo numero anche di attualità. Di un’Europa affaticata da questo virus che non sappiamo se e quando si ripresenterà. L’Europa che si sta riunendo a Bruxelles per salvare sé stessa e che lo potrà fare solo se tutti gli Stati si daranno reciprocamente una mano. Un’Europa unita che per diventare forte deve guardare soprattutto agli aiuti alla formazione e alla cultura, alle generazioni che saranno il suo futuro. Il Next Generation EU, discusso in questi due giorni dal Consiglio Europeo, dovrebbe essere un programma con la sua essenza legata al tempo: il futuro più prossimo che ci sia. Staremo a vedere. Buona lettura a tutte e a tutti

  

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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