Rita Montagnana. Una damnatio memoriae

Era nata in una casetta modesta, di due soli piani fuori terra in via Monginevro 68, nel cuore di Borgo San Paolo, storico quartiere rosso e operaio di Torino. In quel quartiere e in quella cultura la grande famiglia ebraica e socialista dei Montagnana era fortemente radicata. Lì, tra il 1887 e il 1903, erano nati tutti i fratelli e le sorelle Montagnana. Erano otto: Gemma, Bianca (morta da bambina), Lidia, Clelia, Rita, Mario, Elena e Massimo. Rita vi era venuta alla luce nel 1895. La madre, Consolina Segre, era figlia di un orafo ebreo molto osservante; il padre, Moise, era direttore della sartoria ebraica Bellom, fornitrice di Casa Savoia. Dopo la sua morte prematura, la famiglia avrebbe potuto continuare a vivere «quasi agiatamente», come testimonia il figlio Mario, che divenne giornalista e direttore del quotidiano “L’Unità”, ma Moise aveva voluto che i suoi figli e le sue figlie imparassero un mestiere manuale, e così a 14 anni Rita iniziò a lavorare nello stesso settore del padre, presso la sartoria Sacerdote di Torino. In seguito, si sarebbe sempre qualificata come “artigiana”. Era molto giovane ma l’educazione che le avevano dato l’aveva resa ben consapevole dei propri diritti, così partecipò ai grandi scioperi delle sarte torinesi nel 1909 e 1911; a 16 anni si iscrisse alla Camera del lavoro e a 20 prese la tessera del Partito socialista italiano. Durante la Prima guerra mondiale Rita, che era stata assunta come impiegata prima alla Banca Commerciale e poi all’Alleanza Cooperativa Torinese, fu attiva negli scioperi per il pane del 1917; nel ’19 partecipò all’occupazione delle fabbriche.
Divenuta dirigente del movimento giovanile del Partito socialista, al congresso di Livorno scelse la linea scissionista di Gramsci e Bordiga e passò al Partito comunista d’Italia. Nella redazione di “Ordine Nuovo” (la rivista fondata da Antonio Gramsci a Torino) conobbe Palmiro Togliatti ed entrò nel gruppo dei suoi diretti collaboratori, insieme a Camilla Ravera, Giuseppe Amoretti, Alfonso Leonetti, Felice Platone. Nel 1924 sposò Togliatti e insieme a lui si trasferì a Roma, per occuparsi dell’organizzazione della Scuola nazionale del Partito diretta da Gramsci. L’anno seguente nacque Aldo, che rimase l’unico figlio della coppia.
Ma il clima politico stava diventando sempre più difficile per gli oppositori di quello che si configurava ormai chiaramente come un regime. Dopo le “leggi fascistissime” del 1925-1926 il carcere, per gli antifascisti attivi, era una prospettiva molto realistica. Per evitarlo Rita, insieme al figlio e al marito, partì per l’Unione Sovietica. Si spostò poi a Parigi e in Svizzera, dove trascorse lunghi periodi: il Partito aveva deciso di inviare militanti sotto falso nome in Italia per farvi giungere clandestinamente materiale di propaganda e informazioni censurate dal regime. Erano missioni pericolose, che venivano affidate di preferenza alle donne perché meno sospettabili. Rita era ricercata dalla polizia fascista, ma riuscì sempre a sfuggire all’arresto.
Nel 1934 era di nuovo a Mosca, dove ebbe l’opportunità di frequentare la Scuola di leninismo insieme al gruppetto di 11 donne che vi erano state ammesse, su 105 persone di nazionalità italiana. Fu un’esperienza molto significativa per lei.
Allo scoppio della guerra civile dopo il colpo di stato di Franco, anche Rita e il marito partirono per la Spagna, come tutto il gruppo dirigente del Partito. Aldo rimase da solo, in un collegio dove c’erano altri figli e figlie di dirigenti in esilio, e quell’abbandono lo segnò per sempre. Rita Montagnana rientrò in Urss solo nel ’36, e collaborò con Radio Mosca in trasmissioni rivolte alle donne. Poi, in seguito all’avanzata delle truppe di Hitler, fu evacuata nelle retrovie, a Kujbyšev. Come ebrea e come comunista, aveva più di un motivo per temere di cadere nelle mani della Gestapo. Nella capitale provvisoria fece parte della redazione di Radio Milano Libertà, un’emittente rivolta a tutto il popolo italiano in nome dell’unità antifascista. Nel 1943 si occupò anche di un periodico, “L’Alba”, per i prigionieri dell’Armir.
Intanto lo sbarco alleato e la caduta del fascismo avevano modificato il clima politico in Italia. Togliatti rientrò appena possibile, nel ‘43, Rita l’anno seguente, Aldo solo nel luglio del ’45, con un aereo che riportava in Italia rifugiate e rifugiati comunisti, ma lui i suoi vent’anni li aveva vissuti quasi tutti nell’Urss e non si sarebbe mai sentito a casa.

Foto 1. Figlio-Togliatti
Aldo

Tornata in patria, Rita Montagnana assunse subito il compito di organizzare la componente femminile del Partito. Convinta fautrice di una grande alleanza trasversale tra donne di culture politiche diverse in favore dei diritti delle lavoratrici, insieme a Giuliana Nenni e a Marisa Rodano propose ad Angela Cingolani, rappresentante delle donne cattoliche, di aderire all’Udi (Unione Donne Italiane) che aveva contribuito a fondare, ma ne ebbe un rifiuto. Il parziale fallimento di questo progetto non indebolì comunque il suo impegno per i diritti femminili, che avrebbe visto con favore in posti di responsabilità, al Governo, alla Costituente, nelle Amministrazioni comunali. Designata dal Partito per la Consulta nel ’46, fu poi eletta all’Assemblea Costituente e al Senato della Repubblica nella prima legislatura, con un altissimo numero di preferenze.

Montagnana foto 2

Rita Montagnana aveva 50 anni, e alle spalle una vita intensa: la militanza precoce, l’esilio a fianco del marito, la guerra di Spagna, la Costituente, l’impegno per le donne. Era una personalità di spicco nel suo partito e aveva davanti a sé la prospettiva di una carriera politica promettente nell’Italia liberata dal fascismo. Ma Togliatti decise di porre fine al suo matrimonio, che già da tempo dava segni di stanchezza, per legarsi a una giovane deputata, Nilde Iotti, e lasciò la famiglia. Nel Partito comunista di quegli anni, in cui la morale sessuale non si discostava dal rigore (e dall’ipocrisia) dominante nella società italiana del tempo, la decisione del Migliore creò grave imbarazzo. Per superarlo, e limitare i danni di immagine, semplicemente si scelse di emarginare la moglie abbandonata. Nelle elezioni politiche del ‘53 Montagnana venne candidata apposta in un collegio perdente, quello di Biella. La sua presenza nel partito era diventata troppo scomoda per il Segretario e lei doveva sparire. Su Rita Montagnana scese il silenzio, e nulla si seppe più di lei. Morì nel 1979 a Roma.
La città dove era nata non ha apposto nemmeno una targa sulla sua casa. Il suo nome non si trova tra quelli delle persone celebri sepolte nel Cimitero Parco di Torino, dove fu inumata. Chi di recente vi ha cercato la sua tomba, anzi, non l’ha trovata, perché i suoi resti sono finiti nell’ossario comune. La cancellazione della sua memoria non potrebbe essere più radicale.

Foto 3
L’intitolazione romana, voluta da studenti liceali, è frutto della collaborazione tra il Comune di Roma e l’associazione Toponomastica femminile, che hanno promosso un concorso per dare nome a 14 tratti dei recenti percorsi ciclopedonali della città

 

 

Articolo di Loretta Junck

qvFhs-fCGià docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile. curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

 

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