Lo “sceriffo” Boris Giuliano

Palermo, 21 luglio 1979, ore 8 circa.
Il capo della Squadra Mobile di Palermo Giorgio Boris Giuliano stava bevendo il primo caffè della giornata al bar Lux, sotto casa, quando fu raggiunto alle spalle da sette colpi di pistola. La mano che stroncò la vita dello “sceriffo”, come era scherzosamente soprannominato dai colleghi e dalla stampa, fu quella di Leoluca Bagarella, il latitante cognato di Salvatore Riina, clan dei corleonesi. Il killer, nonostante fosse un “professionista”, non ebbe però il coraggio di affrontarlo apertamente perché sapeva che Giuliano era un tiratore infallibile, in grado di piazzare una pallottola in piena fronte dalla distanza di 50 metri e non era quindi un bersaglio facile; così gli sparò alle spalle.
Boris Giuliano aveva 48 anni, moglie e tre figli piccoli.
Perché la mafia, nella fattispecie i corleonesi, aveva paura di lui?
Perché Giuliano era diventato un nemico molto pericoloso, intelligente e integerrimo, non era mai sceso a patti con la malavita e aveva sempre percorso una strada diversa da quella di altri servitori dello Stato che, probabilmente per sopravvivere, avevano chinato la testa di fronte a quelle “offerte che non si potevano rifiutare” evocate dal “padrino” Marlon Brando nel film vincitore di 3 premi Oscar, uscito qualche anno prima, nel 1972.
Con la sua semplicità e onestà aveva conquistato anche ambienti di sinistra, che in quegli anni con le forze dell’ordine non avevano un rapporto idilliaco perché i poliziotti erano quelli che caricavano gli studenti ai cortei e poi li schedavano in Questura. Ma Giuliano evidentemente era diverso tanto che, ad esempio, i cronisti del quotidiano “L’Ora” di Palermo lo avevano ricordato come un «poliziotto straordinario […], ma soprattutto è un uomo normale, uno che sta sempre dalla parte delle persone per bene».
Boris Giuliano entrò nella Squadra Mobile di Palermo nel 1963 dopo aver frequentato un corso di specializzazione all’accademia dell’Fbi a Quantico e, tornato nel capoluogo siciliano, dopo qualche tempo sostituì il collega Bruno Contrada, contro il quale stavano emergendo inquietanti ipotesi di collusioni con la mafia.
Lavorando ai tanti omicidi di chiara matrice mafiosa di quegli anni come ad esempio quelli del procuratore Scaglione e del suo autista, del segretario Dc Michele Reina, dei giornalisti Mario Francese e Mauro De Mauro (che stava indagando sulla morte del presidente dell’Eni Enrico Mattei) e sul finto sequestro Sindona, Giuliano si stava avvicinando pericolosamente al cuore del potere mafioso; in questi casi il codice della criminalità organizzata prescriveva l’eliminazione fisica della fonte del pericolo, chi si avvicinava troppo doveva essere eliminato, “astutato”.
E Giuliano sul finire degli anni Settanta aveva percepito, a ragione, che il cielo sopra Palermo stava diventando sempre più scuro, non solo per lui.
Proprio in quel periodo infatti i corleonesi di Liggio, Riina e Provenzano stavano iniziando ad espandere i loro tentacoli sul capoluogo siciliano sfruttando la loro rete di rapporti con professionisti e uomini politici per inserirsi all’interno dei clan locali nel controllo del mercato della droga, allargando considerevolmente la loro sfera d’azione dalla nativa Corleone all’America ed entrando in contatto con le famiglie italo -americane Gambino e Inzerillo, approdate nel New Jersey all’inizio degli anni Sessanta.
Un salto di qualità per i loro affari.
Giuliano la pensava come Falcone e Borsellino: per colpire il crimine organizzato bisognava seguire le tracce lasciate dal denaro, l’unico a non svanire nel nulla, ed era certo che la droga raffinata con ogni probabilità a Palermo e Trapani partisse dalla Sicilia con destinazione Stati Uniti e che in cambio milioni di dollari arrivassero in Sicilia.
Giuliano stava seguendo questa pista insieme ad un investigatore americano, Tom Tripodi, in missione sottocopertura a Palermo, e le loro indagini stavano portando alla luce le inquietanti connessioni tra P2, mafia e uomini politici.
Le intuizioni dello “sceriffo” si rivelarono esatte e, dopo mesi di lavoro paziente, la conferma arrivò dal sequestro di due valigie sul nastro-bagagli dell’aeroporto Punta Raisi contenenti 500.000 dollari e, contemporaneamente, dal sequestro al JFK di New York di un grosso carico di eroina. Alla fine del giugno 1979, dopo aver seguito a lungo due personaggi sospetti, i due investigatori avevano fatto irruzione in un appartamento in via Pecori Girardi dove trovarono un gran numero di armi, munizioni, 4 chili di eroina, abiti e documenti che appartenevano a Leoluca Bagarella.
Avevano centrato l’obiettivo, stabilendo cioè l’implicazione di Cosa nostra nel traffico di droga,  ma così facendo Giuliano aveva firmato la sua condanna a morte.
Il giorno dopo, infatti, il centralino del 113 rispose ad una chiamata anonima nella quale si annunciava la prossima morte di Boris Giuliano. Non era la prima volta che accadeva, ma purtroppo fu l’ultima: la commissione composta dai palermitani Bontate e i corleonesi di Riina aveva emesso la sentenza di morte perché lui non era come quelli che: «o li abbiamo in mano o fanno i buoni o fanno finta di non capire».
Appena ricevuto il messaggio Giuliano trasferì immediatamente la famiglia a Piazza Armerina, convinse il collega Tripode a tornare negli Usa e andò incontro al suo destino.
Le indagini sul suo omicidio furono seguite anche dal giudice Paolo Borsellino che, nell’ordinanza di rinvio a giudizio in occasione del Maxi processo iniziato nel 1986, dichiarò che: «se altri organismi dello Stato avessero assecondato l’intelligente opera investigativa di Boris Giuliano l’organizzazione criminale mafiosa non si sarebbe sviluppata sino a questo punto, e molti omicidi, compreso quello dello stesso Giuliano, non sarebbero stati commessi.»
Nel 1992 arrivarono le condanne definitive all’ergastolo per Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Francesco Madonia, Giuseppe Calò, Bernardo Brusca, Nenè Geraci e Francesco Spadaro considerati mandanti dell’omicidio Giuliano, uno dei tanti a carico degli imputati, e a Leoluca Bagarella quale esecutore materiale dell’omicidio.
La figura dello “sceriffo” è ancora viva in Sicilia grazie alle molteplici intitolazioni che la regione gli ha dedicato, grazie alle ricorrenti celebrazioni per tutte le vittime delle mafie; anche il Presidente della Repubblica Mattarella ha voluto ricordarlo con una cerimonia per i 40 anni dalla scomparsa, ma soprattutto vive grazie alla scelta coraggiosa del figlio maggiore, Alessandro, che ha intrapreso la carriera paterna ed attualmente ricopre il ruolo di Questore di Napoli.

Lapide-per-Boris-Giuliano. corretta.
Lapide

Per saperne di più

A. BOLZONI, G. D’AVANZO, Il capo dei capi, 2007
VIOLANTE, Il ciclo mafioso, 2002
A. BOLZONI, M. DE LUCA, S. DI CRISTINA, N. FASULLO, L. ORLANDO. S. PAPPALARDO, G. PEPI, C. SCORDATO, Identità, diritti, economia, legalità, 2003
P. GRASSO, Storie di sangue, amici e fantasmi, 2017

 

 

Articolo di Marina Antonelli

zjHdr1YM.jpegLaureata in Lettere, appassionata di ricerca storica, satira politica e tematiche di genere ma anche letteratura e questioni linguistiche e sociali, da anni si dedica al volontariato a favore di persone in difficoltà ed è profondamente convinta dell’utilità dell’associarsi per sostenere i propri ideali e cercare, per quanto possibile, di trasformarli in realtà. È autrice del volume Satira politica e Risorgimento. I giornali italiani 1848-1849.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...