Un “cortile di casa” in subbuglio: l’America Latina tra conquiste e repressione III

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L’America centrale è sempre stata il bacino di manodopera e materie prime a basso costo della United Fruit Company, che ne sfrutta la produzione di caffè e frutta (da qui deriva il soprannome di “repubbliche delle banane” per i Paesi centroamericani). Di fatto la United Fruit Company è il maggior proprietario terriero della zona, capace di manipolare i governi e annientare il potere dei sindacati per non dover concedere diritti a chi lavora. Negli anni Cinquanta la CIA ha rovesciato il governo democratico di Jacobo Arbenz in Guatemala e quello di José Figueres in Costa Rica perché questi hanno espropriato terre della United Fruit Company e la stessa multinazionale assolda guardie private per far sparire campesinos fastidiosi e líderes sindacali ed evitare che i sindacati dei produttori di banane diventino una forza politica rilevante.
Soltanto a Cuba «la piovra» (così è chiamata la United Fruit Company in Centroamerica), che prima della rivoluzione deteneva il monopolio della produzione di canna da zucchero, è stata definitivamente cacciata dall’isola.

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Carta dell’America centrale

Il Nicaragua ha sempre visto lunghi governi filostatunitensi alternarsi a tentativi di riscatto delle popolazioni povere e contadine, di cui il più noto è quello di Augusto César Sandino. Il governo nicaraguense viene consegnato dagli USA alla dinastia dei Somoza, che instaura una sorta di dittatura familiare protetta da un corpo speciale di polizia chiamata Guardia Nazionale, finanziata e addestrata dalla CIA.
Gli anni Sessanta e Settanta vedono sorgere numerosi gruppi armati contro il regime, tra cui il maggiore è il Frente Sandinista de Liberación Nacional (FSLN), formazione comunista ma non dichiaratamente filosovietica, che riprende la lotta antimperialista di Sandino, fallita decenni prima anche per il mancato appoggio sovietico. Sandino, non strettamente comunista, veniva dalla tradizione latinoamericana dei libertadores di matrice nazionalista e antimperialista, e portava avanti una specifica lotta antistatunitense e per il riscatto della popolazione dalla miseria e dallo sfruttamento. Invece l’FSLN, pur non chiedendo aiuto a Mosca, si proclama apertamente comunista.
Contro il governo Somoza si schierano anche formazioni liberali non ostili a Washington. Numerosi preti cattolici, seguaci della Teologia della Liberazione, imbracciano le armi in difesa dei poveri e anche vari politici e diplomatici di altri Stati latinoamericani intervengono costringendo il Presidente degli USA, Jimmy Carter, a contrattare e far dimettere il dittatore.
Nel 1979 vince le elezioni il Frente Sandinista con a capo Daniel Ortega.

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Manifestazione per la vittoria sandinista

Intanto anche in El Salvador scoppia la guerra civile, appoggiata dal governo nicaraguense di Ortega. Il principale dei gruppi belligeranti in El Salvador è il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (FMLN), equivalente dell’FSLN in Nicaragua. Nella lotta salvadoregna spicca la figura di Oscar Romero, arcivescovo vicino alla Teologia della Liberazione, che predica la sollevazione dei poveri contro la piovra.
Nel frattempo negli Stati Uniti si tengono le elezioni. La campagna elettorale repubblicana è incentrata sulla fobia del comunismo. L’ex presidente Carter è accusato di aver “perso” il Nicaragua e permesso i conflitti in corso mettendo a rischio l’egemonia USA anche in El Salvador.

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Tenancingo 1984. La guerriglia salvadoregna

Appena eletto, il nuovo presidente repubblicano Ronald Reagan lancia una crociata mondiale contro il comunismo. El Salvador e Nicaragua sono accusati di essere roccaforti sovietiche in territorio americano e di violare la sicurezza nazionale con le armi fornite dal governo cubano. Reagan mette subito in chiaro che in America Latina userà la guerra, e non la diplomazia, per tutelare la sicurezza statunitense dal presunto «terrorismo sovietico e cubano».
Nel 1980, mentre celebra la messa a San Salvador, Monsignor Oscar Romero viene assassinato da bande pagate dalle stesse multinazionali che hanno depredato il Paese e che Romero ha sempre denunciato per difendere le famiglie contadine. Il totale silenzio della Chiesa romana fa sospettare una copertura dell’omicidio da parte del papa Giovanni Paolo II.
La CIA usa il fedele Honduras (confinante con Guatemala, El Salvador e Nicaragua) come base militare per fermare la rivoluzione e crea gruppi armati anticomunisti chiamati Contras (soprannominati dalla CIA «forze democratiche nicaraguensi») in cui assolda migliaia di mercenari reclutati non solo tra chi ha abbandonato il Nicaragua ma anche tra poveri e semplici disoccupati dell’Honduras. Tra i paramilitari che combattono il legittimo governo sandinista rientrano numerose guardie del regime di Somoza, l’ex dittatore nicaraguense. A gestire la guerra civile in America centrale è la CIA con i regimi militari sudamericani (in particolare quello argentino), dato che il Congresso USA ha negato la partecipazione ufficiale dei Marines e dell’esercito, sia perché preoccupato dal crescente sentimento antiyankee tra la popolazione povera e nella Chiesa cattolica latinoamericana, sia perché Reagan sta palesemente violando i diritti umani e il principio di autodeterminazione dei popoli.
Le ragioni del Nicaragua sono riconosciute anche da Francia e Gran Bretagna e la Corte di Giustizia dell’Aja accusa Washington di terrorismo. Reagan risponde di non riconoscere l’autorità della Corte in America centrale e che, semmai, sono gli Stati Uniti a doversi difendere dal terrorismo. Le guerre in America centrale sono poste da Washington come propria legittima difesa dalle infiltrazioni sovietiche. Ortega propone diversi accordi per cessare il fuoco ma Reagan continua a rifiutarli in nome della “sicurezza”. Per anni la guerra colpisce soprattutto le famiglie contadine centroamericane.
Nel 1983 Reagan invade l’isoletta caraibica di Grenada, Paese membro del Commonwealth in cui è al governo Maurice Bishop, uomo molto prudente ma di idee vicine al socialismo: una terra con poco più di centomila abitanti costituirebbe secondo Reagan un grave pericolo per la sicurezza della più grande potenza mondiale (foto di copertina). L’intervento statunitense è una carneficina, tanto da causare l’ira di Margaret Thatcher verso l’amministrazione USA per aver violato la sovranità di un membro del Commonwealth britannico senza neanche degnarsi di avvisare sua maestà la regina.

L'invasione di Grenada
L’invasione di Grenada

Le elezioni del 1984 confermano Ronald Reagan alla Casa Bianca. Nello stesso anno, in Nicaragua, i sandinisti ottengono la maggioranza assoluta alle elezioni e Daniel Ortega è confermato alla presidenza, mentre le accuse a lui rivolte da Washington di aver falsificato le elezioni vengono smentite da tutti gli osservatori internazionali. Rafforzato dalla nuova vittoria elettorale, Reagan impone al Nicaragua un embargo economico e un blocco navale – illegale secondo il diritto internazionale – che vanno ad aggravare le condizioni della popolazione già provata dalla guerra.
Nel frattempo prosegue la guerriglia in El Salvador tra l’FMLN e il governo sostenuto dagli Stati Uniti. Nel 1989 Ronald Reagan, ormai anziano, termina il suo mandato tra la più entusiastica acclamazione popolare. Come segno di continuità con Reagan, il successore eletto è il repubblicano George Bush. Alle elezioni del 1990 la popolazione nicaraguense, esasperata dalla guerra e dalla fame, rinuncia la socialismo e concede la vittoria a Violeta Chamorro, moderata di centro che non dispiace a Washington, pur essendo figlia di un combattente contro la dittatura di Somoza. Chamorro cancella le riforme sandiniste e restaura la vecchia struttura liberista, ma interrompe la guerra e le violazioni dei diritti umani e riesce a far sospendere l’embargo che strangolava la popolazione.
L’ultima guerra degli Stati Uniti in America Latina, sotto il governo di George Bush, è l’invasione di Panama. L’obiettivo dell’attacco è quello di modificare gli accordi sul canale che collega i due oceani, fondamentale per i commerci internazionali, che nel 2000 passerà dal controllo USA a quello panamense.
Nel 1989, a trent’anni dalla Rivoluzione dei barbudos, Cuba, unico Paese dell’America Latina non sottomesso a Washington, vanta il più alto indice di sviluppo sociale e culturale del continente e il consenso verso il governo rivoluzionario è altissimo.

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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