Interviste parallele per la sordità. Educatore sordo, Assistente alla Comunicazione e Interprete

Nello scorso numero abbiamo presentato le figure di riferimento dei bambini e dei ragazzi sordi nel percorso scolastico. Si è quindi deciso di intervistare un’Educatrice sorda, un’Assistente alla Comunicazione e un’Interprete di Lingua dei Segni Italiana al fine di conoscere più da vicino chi ogni giorno affronta la sordità da un punto di vista tanto privilegiato quanto oneroso: dalla scuola dell’infanzia all’università. L’intervista, condotta in parallelo, ci apre una finestra diretta sulla sordità, ci parla di assistenza, di collaborazione, di punti di forza e di criticità. Alle domande, uguali per le tre figure, seguono le risposte con l’iniziale della figura di riferimento in ordine di grado scolastico: Educatrice sorda (E.s.), Assistente alla Comunicazione (As.Co.) e Interprete (I). Buona lettura.

Chi è l’Educatore sordo/l’Assistente alla Comunicazione/l’Interprete?

E.s.: L’Educatore sordo è una figura professionale che affianca l’insegnante. Per il bambino sordo è un importante modello di riferimento culturale, linguistico ed emotivo. L’obiettivo principale dell’Educatore sordo è quello di stimolare il bambino, fin dalla scuola dell’infanzia, ad acquisire consapevolezza per lo sviluppo dell’identità e della propria autostima. As.Co.: L’Assistente alla Comunicazione è un ‘ponte comunicativo’, è l’operatore che è in grado di mettere in collegamento il bambino nel contesto scolastico con i compagni e con i docenti, si occupa di trovare strategie adeguate a supporto dell’insegnante di sostegno per trasmettere meglio i contenuti al bambino. L’Assistente alla Comunicazione, essendo specializzato, conosce meglio la disabilità che ha di fronte, per questo trova le strategie adeguate per arrivare a un risultato migliore ottimizzando i tempi e soprattutto trova i modi più efficaci per stabilire le relazioni nel contesto sociale in cui vive il bambino. I: L’interprete di lingua dei segni è una delle figure professionali che operano intorno alla sordità, ha il compito di trasmettere gli stessi concetti e messaggi del testo originale rispettando tutti gli aspetti sia linguistici che culturali. Non è, perciò, un mero traduttore ma proprio un interprete che effettua una traslitterazione culturale sia nell’interpretazione in simultanea (ossia nel momento stesso in cui l’oratore parla) che in quella consecutiva (ossia effettuata successivamente) che può verificarsi sia dalla LIS all’italiano scritto o parlato che dalla lingua vocale a quella segnica.

Come si diventa Educatrice/Assistente alla Comunicazione/Interprete?

E.s.: Io partecipai ad un primo importante corso di base per educatori sordi organizzato dalla sezione provinciale ENS di Roma, oggi ci sono vari enti che propongono corsi di formazione ben strutturati. I corsi sono importanti, ma fondamentale è l’aggiornamento, che ogni educatore deve fare tramite seminari, workshop, corsi. As.Co.: Lo si diventa frequentando dei corsi, corsi rigidi in presenza in cui c’è un massimo di assenze che si possono fare, affiancati da un tirocinio. Io ho preso anche l’attestato di didattica specializzata, che sicuramente mi ha aiutata a lavorare meglio. I: Per diventare interpreti bisogna frequentare un corso professionalizzante di lingua dei segni, che parte dal primo livello fino ad arrivare, con il quinto livello, ad ottenere il diploma di interprete. Prevede non solo la parte teorica, ma anche e soprattutto la parte pratica con insegnanti madrelingua e tanto tirocinio perché in quanto lingua visiva (che sfrutta il canale integro delle persone sorde) necessita di tanta esperienza ed esercizio, oltre, ovviamente, alla passione, che non guasta mai.

Perché hai scelto di diventare Educatrice/Assistente alla Comunicazione/Interprete e cosa ti piace del tuo lavoro?

E.s.: Ho scelto questo lavoro perché penso di poter migliorare la qualità di vita del bambino sordo, mi piace stare a contatto con i bambini e vedere i risultati sul piano educativo e, soprattutto, su quello emotivo. As.Co.: Eh! Io ho iniziato a 20 anni. Quando ho cominciato a fare l’Assistente alla Comunicazione, eravamo proprio all’inizio del percorso professionale. Sicuramente mi piaceva l’idea di fare qualcosa di utile; abbiamo vissuto dei momenti difficili, l’Assistente alla Comunicazione è una persona che si spende molto a prescindere dal guadagno, non è un lavoro dove si guadagna, si fa per passione. Del mio lavoro mi piace creare relazioni, riuscire a tirare fuori da un bambino o anche da un ragazzo le proprie emozioni, il proprio vissuto e metterlo in relazione nel contesto classe, considerando le difficoltà e tutto quello che comporta la sordità e non solo, perché l’Assistente alla Comunicazione lavora anche con altre disabilità oltre la sordità. Mettere in comunicazione e creare relazioni sono sicuramente la parte più bella del mio lavoro e poi vedere i frutti: ho avuto esperienze bellissime in cui sono riuscita a portare a termine un intero percorso di studi, andando in continuità didattica si riescono a vedere i frutti del proprio lavoro nel corso del tempo. I: Mi sono avvicinata alla lingua dei segni per caso, frequentando un corso all’università, me ne sono innamorata, è il caso di dirlo, a prima vista ed ho iniziato il mio percorso con tanta fatica, ma anche tante soddisfazioni che questo mondo regala. Amo il mio lavoro, unito a quello di assistente alla comunicazione, perché mi permette di ‘vivere’ diverse esperienze e toccare più campi, da quello universitario, medico, notarile, teatrale da performer, e quotidiano per le persone sorde.

Quali sono le criticità legate a questa professione?

E.s.: Il mancato riconoscimento della figura professionale e della LIS, di conseguenza la precarietà. C’è molta disinformazione nelle scuole e ancora troppi pregiudizi. As.Co.: Sicuramente il mancato riconoscimento e il fatto che è una figura professionale poco considerata, questo purtroppo limita lo status di professione, che non c’è in realtà. Non essendoci un inquadramento, l’Assistente alla Comunicazione è inserito solo come un operatore a supporto e questo purtroppo limita quelle che sono le potenzialità della professione. I: Purtroppo la lingua dei segni in Italia non è ancora riconosciuta e questo è un grosso problema sia per noi professionisti che per gli utenti sordi. Non sono ancora ben chiare quali siano le barriere architettoniche per le persone sorde essendo la sordità una invalidità invisibile, a livello politico poi le cose vanno a rilento e i sordi sono sempre più tagliati fuori dalla società, anche se qualcosa nell’ultimo periodo sembra si stia smuovendo.

Con quali figure si interfaccia; c’è sempre una buona collaborazione?

E.s.: Per lo più si interagisce con le insegnanti di classe, ma non mancano incontri di confronto con le logopediste. Nella mia esperienza c’è sempre stata una buona collaborazione, fondamentale per il bambino. As.Co.: L’Assistente alla Comunicazione si interfaccia con tante persone, forse troppe: si interfaccia con il suo datore di lavoro, quindi deve rendere conto alla cooperativa, deve rendere conto alla scuola, che non è il datore di lavoro di per sé ma che in realtà gestisce la sua figura, spesso in modo inadeguato. Nella scuola sono tante le figure con cui si interfaccia, in primis le insegnanti di sostegno, le insegnanti di classe e tutto il sistema scuola. C’è sempre una buona collaborazione? Spesso sì, anche se, non capendo a fondo il lavoro svolto dall’Assistente alla Comunicazione, che spesso è frainteso o confuso con il lavoro dell’insegnante di sostegno o con il lavoro delle terapiste, crea a volte malintesi ed equivoci. In realtà spesso i genitori stessi non hanno ben chiaro cosa faccia l’Assistente alla Comunicazione. L’assistente riesce a creare una buona rete di collaborazione, non sempre, ma nella maggior parte dei casi, soprattutto in questi ultimi anni. I: A livello scolastico esiste l’assistente alla comunicazione, udente, o l’educatore sordo, che opera nelle scuole di ogni ordine e grado, dalla materna alle superiori, mentre in ambito universitario abbiamo l’interprete che viene chiamato a tradurre lezioni, incontri coi professori e gli esami. Non sempre però c’è una collaborazione con i docenti, a differenza di quello che accade (o dovrebbe accadere) nelle altre istituzioni scolastiche, perché la situazione è più dispersiva e non esiste un vero e proprio confronto. L’ignoranza, poi, del ruolo che questa figura ricopre è ancora elevata e questo rende tutto più complicato.

Quali strategie sono utili per favorire l’inclusione del bambino/ragazzo seguito?

E.s.: Per un’inclusione efficace servirebbero sensibilizzazione, accessibilità, una base comunicativa linguistica, empatia e conoscenza della storia e della cultura dei sordi. As.Co.: Le strategie sono diverse, una tra tante può essere quella di utilizzare a seconda del bambino, giochi o canzoni o attività che permettano la comunicazione in piccoli gruppi. I: Le strategie migliori per l’inclusione del ragazzo sordo nella società sono legate all’evoluzione della tecnologia, pensiamo alla possibilità attuale di effettuare videochiamate e di confrontarsi quindi a livello visivo con una persona che parla la tua stessa lingua invece di utilizzare un canale, che può essere ad esempio, quello dei messaggi, dove si può cadere in errori e fraintendimenti. Buona cosa potrebbe essere quella di insegnare la LIS nelle scuole per far sì che non sia più una lingua minoritaria e per rendere il sordo maggiormente integrato e non solo inserito.

Inserire la LIS come materia scolastica/universitaria quali benefici potrebbe apportare?

E.s.: Sì, si svilupperebbero altre prospettive e una maggiore apertura verso l’altro, in altre parole si eviterebbe la discriminazione. As.Co.: Molteplici, purtroppo in Italia c’è ancora troppo pregiudizio si pensa che la LIS sia una gestualità, ma in realtà non è così. La LIS andrebbe insegnata a prescindere dalla presenza di un bambino sordo in classe, perché permette di attivare tutta la parte visuo gestuale, che consente ai bambini di guardare il mondo con un’altra ottica. È come insegnargli a fare teatro, insegnare una nuova modalità comunicativa non è mai penalizzante, anzi! Purtroppo, in Italia c’è pregiudizio e ai bambini sordi stessi viene tolta la LIS pensando sia un limite allo sviluppo del linguaggio. Quando si sfaterà questo mito, forse riusciremo ad inserirla nelle scuole. I: Come ho già detto prima l’insegnamento della LIS renderebbe la persona sorda maggiormente libera di comunicare con persone che parlano la stessa lingua.

Cosa suggeriresti per migliorare il tuo lavoro?

E.s.: La figura professionale dell’Educatore sordo dovrebbe essere più coinvolta nella vita scolastica e dovrebbe mantenere una formazione costante. As.Co.: Il riconoscimento come figura professionale non legata a un servizio gestito da cooperative sicuramente e non delegato agli enti che non ne apprezzano il valore e la funzione uscendo fuori dal precariato, perché un Assistente alla Comunicazione che si sente riconosciuto ha possibilità di lavorare meglio, invece di essere tenuto sempre sotto scacco dal sistema. I: La lingua dei segni è una lingua antica e moderna allo stesso tempo, antica perché viene utilizzata dai tempi dei tempi e moderna perché è soggetta ai tempi che stiamo vivendo, è in continua evoluzione (ad esempio fino a qualche mese fa non esisteva il segno di coronavirus, e prima ancora i segni di Whatsapp e Telegram), perciò l’interprete deve essere in continuo aggiornamento.

 

Articolo di Alessia Bulla

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Laureata magistrale in Letteratura italiana, Filologia moderna e Linguistica, ha una seconda laurea in Logopedia. È particolarmente interessata allo studio sincronico e diacronico della lingua italiana, alla pragmatica cognitiva e alla linguistica, che insegna in aerea sanitaria presso l’Università di Roma Tor Vergata.

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