Mariapia Veladiano, Parole di scuola

mariapia-veladiano-parole-di-scuola-9788823513259Edizione ampliata di un breve saggio edito da Erickson nel 2014, Parole di scuola  contiene una serie di riflessioni su una realtà che Mariapia Veladiano conosce molto bene, dal momento che nella scuola ha lavorato per più di trent’anni. Laureata in filosofia e teologia, l’autrice, da un anno in pensione, ha insegnato lettere e dal 2011 è stata preside prima in Trentino, a Rovereto, e poi a Vicenza. Nel 2010 ha vinto la XXIII edizione del premio per esordienti Italo Calvino con il  romanzo La vita accanto, pubblicato nel 2011 da Einaudi nella collana Stile libero e giunto secondo al Premio Strega.  Alla prima sono seguite altre opere: il romanzo Il tempo è un dio breve (2012), il giallo per ragazzi Messaggi da lontano (2013), la raccolta di riflessioni Ma tu come resisti, vita (2013),  i romanzi Una storia quasi perfetta (2016) e Lei (2017). Parole di scuola definisce l’idea di scuola che ha sempre guidato il lavoro dell’autrice sia come docente sia come capo di istituto, idea con cui molte delle lettrici e dei lettori di queste pagine si troveranno in sintonia. L’immagine in copertina la commenta egregiamente: è la celebre foto della bambina Ruby Bridges che nella Louisiana del 1960 si reca a scuola scortata da quattro agenti federali; li aveva inviati il presidente degli Stati Uniti Eisenhover per ottenere il rispetto della legge che sanciva la fine della segregazione razziale e permetteva ai ragazzi e alle ragazze afroamericane di frequentare qualsiasi scuola. Al centro dell’attenzione dell’agile saggio sono le parole perché, dice Veladiano, «la parola abita le aule di scuola». E, tra le parole, alcune invitano a vivere e crescere serenamente, mentre ve ne sono altre che fanno male alla scuola. La prima delle parole che fanno bene alla scuola è «integrazione». Non «inclusione», termine che significa soltanto lasciare uno spazio libero per ogni realtà, mentre «integrazione», ricorda l’autrice, «ha conservato il significato proprio del latino da cui proviene, cioè l’idea di un movimento che porta al compimento della realtà, che rappresenta sia un nascere della realtà di cui si parla, sia un farla diventare diversa da come era prima proprio grazie al nuovo che è arrivato». La seconda delle parole di scuola è «armonia», cominciando da quella fondamentale, che è l’armonia fra i generi, e non solo per ciò che riguarda un desiderabile maggiore equilibrio tra uomini e donne nel corpo docente, ma anche e soprattutto perché è nella scuola che si deve imparare il rispetto fra i sessi, e che bisogna decodificare la violenza insita negli stereotipi di genere.  Nell’agire delle/dei docenti – l’autrice lo ribadisce più volte – stella polare deve essere il dettato costituzionale: in primo luogo l’art. 3, che impone di «rimuovere gli ostacoli» che «limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza di tutti i cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana», ma anche l’art. 34, dove si dice che «la scuola è aperta a tutti». Questa scuola è possibile, non è una generosa utopia. L’autrice non lo pensa, lo sa. E lo sa per averla sperimentata. Certo ci vuole il clima giusto e la cooperazione di più agenzie. Nella conclusione ricorderà i «giorni felici di scuola» vissuti come preside di un istituto comprensivo in Trentino. E a questo proposito, nel capitolo dedicato all’«armonia», porta come esempio di scuola davvero buona il bel progetto di Educazione alle relazioni di genere ospitato per anni dalla scuola trentina, e soppresso con una circolare nell’anno 2018-2019 dal nuovo governo della Provincia autonoma di Trento a guida leghista. L’autrice sa anche quali sono le parole che fanno male alla scuola: per esempio «competizione» o «meritocrazia» o «gender» che nessuno ha ben capito cosa sia ma proprio per questo il termine, carico di oscure minacce, ha scatenato nella scuola una tempesta intorno al nulla. Nemici della scuola sono slogan come «prima gli italiani», tema portato nelle aule dallo scontro politico, in favore di una presunta «identità» diventata «una versione dematerializzata del razzismo. Non la biologia, ma una qualche scolpita e contundente  comunanza culturale, religiosa, sociale, di suolo, di storia presunta definiscono oggi l’identità». Hanno fatto male alla scuola le tante riforme dissennate, ultima quella conosciuta come Buona Scuola, i cui gravi errori vengono analizzati entrando nel merito di ogni provvedimento sbagliato. Fanno male alla scuola i genitori che, a volte in buona fede, confondono l’educazione con la protezione, cieca e a prescindere, dei loro figli dalle presunte ingiustizie di docenti verso cui si nutre un sospetto pregiudiziale. Non tutti i genitori, naturalmente, l’autrice lo sa bene, perché ce ne sono «tanti che fanno di tutto per fare bene i genitori, in questo simili agli insegnanti che fan di tutto per essere bravi insegnanti. E se funziona l’alleanza, il gioco diventa quel che deve essere, un bel vivere per tutti».

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Come è evidente anche negli esempi citati, Veladiano dice cose importanti con uno stile piano e una voce sottotono, che tuttavia rende perfettamente la limpidezza e il rigore del pensiero, nutrito certo dall’esperienza ma anche da vaste e variegate letture, dalla Bibbia a Harry Potter passando per Voltaire, Bonhoeffer e Volpato, per ricordarne solo alcune. Una voce in grado di comunicare a chi legge l’amore autentico per il lavoro di educatrice e l’empatia – altra parola chiave di questo testo – verso tutte le persone.

Mariapia Veladiano, Parole di scuola, Guanda 2019, pp. 143, € 14

 

Recensione di Loretta Junck

qvFhs-fCGià docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile. curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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