Con la Sardegna nel cuore. Maria Giacobbe si racconta

Appena arrivata in Sardegna, aperto un quotidiano locale (“La nuova Sardegna”, 16 giugno), ho trovato una bella intervista dello scrittore nuorese Marcello Fois alla concittadina Maria Giacobbe, e mi è sembrato il segnale che aspettavo. Della scrittrice mi sono occupata in più occasioni, da quando l’ho scoperta frequentando biblioteche e librerie sarde, rimanendone conquistata. Ne avevo scritto anche su “Vitamine vaganti”, ma è passato più di un anno e credo sia il momento di riprendere il discorso presso un pubblico sensibile ai temi, allo stile, al metodo di lavoro portato avanti con coerenza da Giacobbe nel corso della lunghissima carriera e della sua interessante vicenda personale. Il suo primo articolo comparve sul quotidiano “Aristocrazia” quando aveva solo 18 anni, ma ancora non si è fermata. Nata il 14 agosto 1928 in una famiglia benestante di solide basi antifasciste, il padre Dino, ingegnere, fu – quasi cento anni fa (il 17 aprile 1921) – fra i fondatori con Emilio Lussu, Camillo Bellieni e altri del Partito sardo d’azione ritenendo necessaria la nascita di un partito che «desse voce al desiderio di giustizia sociale e di libertà civile», emerso fra i generosi combattenti della Grande guerra. Le vicissitudini familiari furono particolarmente difficili e, se non fossero state dolorose, persino romanzesche: il padre era espatriato in maniera clandestina per combattere in Spagna, dopo vari arresti; da lì raggiunse gli Usa. La moglie, rimasta a casa con quattro fra figli e figlie, veniva costantemente sorvegliata dalla polizia del regime; nel ’39 pensò di poter ottenere il passaporto per raggiungere l’America, ma la guerra bloccò tutto; nel ’44 cercò un nuovo contatto tramite militari italo-americani sbarcati a Cagliari, tuttavia la coppia si ricongiungerà solo dopo quasi 10 anni.
Maria Francesca, con gli studi, ebbe un rapporto contraddittorio: fragile e malaticcia, detestava la scuola, ma andò direttamente in seconda elementare  perché sapeva leggere e scrivere; iniziò il ginnasio, ma la salute malferma le impedì di proseguire. Passò quindi alle magistrali e, dopo il diploma, cominciò presto a insegnare nell’entroterra della provincia di Nuoro. La sua esperienza fu raccontata in un libro veramente straordinario, uno di quelli che non si dimenticano: Diario di una maestrina; pubblicato nel 1957 da Laterza, ottenne il premio Viareggio-Opera prima e la palma d’oro dell’Udi, e fu tradotto in 15 lingue. A distanza di tanto tempo (ripubblicato più volte dalla casa editrice Il Maestrale) non ha perso freschezza per lo stile vivace e perché l’entusiasmo, la gioia, l’impegno della giovanissima insegnante sono valori che i/le docenti di oggi conoscono bene e condividono, anche se gli ambienti in cui si trovava a operare sono radicalmente cambiati. La prima supplenza fu in una classe di 26 bambini colpiti per lo più da tracoma e malattie della pelle; ovunque andasse mancavano fogne e acquedotto, mentre le aule erano prive di tutto; tubercolosi, tigna, malaria, denutrizione cronica erano talmente diffuse da rendere la situazione sanitaria estremamente difficile. A Oliena la maestrina ebbe una classe composta da 30 uomini di età compresa fra i 18 e i 60 anni; a Fonni le sue 30 alunne di terza erano spesso assenti da scuola perché occupate con l’”aggiudu” (lavoretti fuori casa con una piccola ricompensa). Scoprì con sconcerto che le famiglie dei pastori bevevano latte raramente: figlie e figli erano tirati su con il caffè e le fave secche sottratte al maiale, mentre poteva capitare che qualche madre (umana) allattasse al proprio seno i maialini neonati. Bellissimo il racconto del bagno caldo nelle docce della palestra, occasione praticamente unica per le piccole allieve, grazie a 10 saponette inviate dalla Croce Rossa Svizzera: «Sono eccitatissime. Urlano, si spingono, saltano come selvagge.» Pochi/e fortunati/e riuscirono ad andare in colonia a Sorrento e scoprirono, fra le mille novità del viaggio, l’esistenza di un indumento mai utilizzato prima: il pigiama. Nei tre anni trascorsi a Orgosolo, all’epoca definita “l’Università del delitto”, Maria incontrò un’umanità generosa e ancora oggi alcuni/e ex allievi/e la ricordano con affetto.

Diario di una maestrina
Diario di una maestrina, edizione italiana e danese

Maria Giacobbe è una vera poliglotta: oltre all’italiano e al sardo, che via via le piace leggere, conosce il francese, lo spagnolo, lo svedese, il norvegese; per necessità affronta anche l’inglese e il portoghese, mentre la sua seconda lingua è diventata il danese, da quando lasciò l’Italia e la sua isola, nel 1957.   A Copenaghen si sposò con lo scrittore e attore Huffe Harder ed ebbe due figli, Thomas e Andreas; quest’ultimo, anche lui giornalista, scrittore e gastronomo – coincidenza davvero terribile – è morto il 5 luglio 2019 nelle acque della Sardegna che frequentava abitualmente e amava molto.                   La Danimarca è divenuta la nuova patria di Giacobbe e vi ha sempre vissuto stabilmente, anche se ritorna spesso nell’isola (era qui anche per le celebrazioni deleddiane) e ha viaggiato tantissimo. Da piccola, racconta nell’intervista, aveva nella cameretta tre carte geografiche appese al muro: il planisfero, la Sardegna, l’Europa su cui i confini erano nettamente segnati; occorreva il passaporto per spostarsi, ma alla sua famiglia sarebbe stato negato. Lei sognava invece di uscire da quei limiti e poter esplorare altri luoghi; fu così che, appena le fu possibile, cominciò a viaggiare. Accadde l’incontro fortunato con la Danimarca che le apparve come il Paese della libertà e del progresso vagheggiato; lì decise di fermarsi. Intanto portava avanti la sua carriera di saggista, traduttrice, giornalista collaborando fra l’altro con “Il Mondo” di Pannunzio. Proprio questa attività le ha fatto ottenere un riconoscimento che le è particolarmente caro: il Premio Iglesias per il giornalismo. Ha scritto anche testi in poesia, pubblicati in danese con successo, molti premi e apprezzamenti, ma il suo editore non ha ritenuto il caso di pubblicarli in Italia dove, a suo dire, la poesia non ha grande seguito. Intensa la produzione di racconti e romanzi, spesso con sfondo autobiografico e ambientazioni sarde, ma sempre con una attenzione viva alle questioni sociali e politiche. Fra le sue opere: Il mare (1967), Le radici (1977), Gli arcipelaghi (1995, riconoscimento speciale della giuria al premio Giuseppe Dessì), Maschere e angeli nudi: ritratto d’un’infanzia (1999), Scenari d’esilio. Quindici parabole (2003), Pòju Luàdu (2005), Chiamalo pure amore (2008), Euridice (2011), Memorie della farfalla (2014). Non solo ricordi e “sardità”, dunque, ma analisi critica delle vicende che hanno coinvolto la sua isola, nelle scelte locali e del Parlamento italiano (come il piano di Rinascita del 1948, finanziato solo nel ’62); per non parlare delle industrie inquinanti e del petrolchimico che danneggiarono aree fertili e mari pescosi. Che dire poi delle servitù militari: Perdasdefogu, il poligono di Pratobello, Tavolara, le basi Nato a Teulada, La Maddalena, Decimomannu: faceva comodo lo spopolamento di questa terra; tanto che – ha scritto nel 1975- la parola “genocidio” non le sembrava sproporzionata; all’epoca truppe in assetto di guerra combattevano il banditismo, proprio alle porte delle riserve naturali e del Parco del Gennargentu. Fra il ’50 e il ’70 si calcola che siano emigrate oltre 350.000 persone sarde.
Giacobbe non è stata solo una “donna di penna” (anzi, di macchina da scrivere: ora non usa quasi più la sua amata Lettera 22, soppiantata forzatamente dal computer), ma è stata un personaggio pubblico e donna d’azione: «fui (per scelta personale) “staffetta e guardiana di pace” in Nicaragua. E in Danimarca fui (per elezione) membro della direzione dell’Associazione Danese Scrittori e del consiglio direttivo e redazionale della rivista “Arena”. Fui anche (per proposta e nomina ministeriale) membro della Commissione Nazionale Danese Unesco. Partecipai a incontri internazionali in Norvegia, in Svezia e a Parigi. È stata questa per più di mezzo secolo la mia vita normale e quotidiana, durante la quale ho anche scritto quando ne sentivo il bisogno o il dovere. E le circostanze mi permettevano di farlo.»
Altrove ha raccontato (ed io ho riferito) che, come scrittrice ospite, è stata in Israele e in Corea del Nord (’86); in quella occasione rifiutò di fornire il testo del discorso pubblico e -sul podio- non citò il Grande Kim, mentre all’aeroporto di Pyongyang un comico equivoco la fece scambiare per una “Nobel-writer” (con tutti gli onori del caso), anziché una “novel-writer”.
Fois aveva aperto l’intervista affermando che «Maria Giacobbe è l’incarnazione di una delle ragioni per cui ho voluto diventare scrittore con tutto me stesso. (…) Esattamente tra Grazia Deledda e Salvatore Satta rappresenta il versante impegnato e progressista di quel senso di sé che, soprattutto attraverso la scrittura, ha contribuito a formare i sardi contemporanei.» Una osservazione lusinghiera e quanto mai appropriata. A quei nomi di grandi mi permetto di aggiungere almeno Emilio Lussu e Giuseppe Dessì, sensibili interpreti anch’essi dell’impegno sociale e testimoni di vicende narrate con spirito lontano dal folklore e dall’autoconsolazione, con la Sardegna nel cuore, proprio come Maria Giacobbe, sempre desiderosa di rivedere i luoghi più amati: da Porto Conte all’isola di San Pietro, e di «riascoltare la voce delle querce sull’Ortobene, le parole sagge di qualche allevatore della Serra o del Supramonte e la musica della dolce parlata di Orosei e di Siniscola.»

 

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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