Editoriale. Psycho… e dici cinema

Carissime lettrici e carissimi lettori,

Sputnik (Спутниk) in russo vuol dire esattamente satellite e anche compagno di viaggio. Era il nome della prima missione sovietica nello spazio. Ora, nell’era di Vladimir Putin, è il vaccino che sconfiggerà il Covid-19, annunciato dallo stesso presidente russo e agitato come un vessillo di vittoria contro il virus, mostro pandemico, che ha avvelenato il mondo intero, seminando morte. Una nuova sfida a sfondo politico, come tanto tempo fa, tra la Russia (non più sovietica) e gli Usa di Donald Trump, un mostrare i muscoli tra colossi che non hanno più i colori di un tempo e che però, per dirla tutta, sono accomunati da uno stesso pensiero sovranista e populista. Chiaramente Sputnik è stato subito brevettato, conquistando il primo posto per rimanere nella Storia.

Abbiamo sentito, durante tutto questo lungo periodo di lockdown, molte scienziate parlarci di ricerca, di vaccini e di comportamenti da tenere per evitare il virus o ridurre i rischi. I loro visi ci sono rimasti familiarmente simpatici, non tanto per l’abilità dell’uso del mezzo di trasmissione, quanto per la pacatezza e la chiarezza dei loro interventi. Sappiamo, e qui è stato tante volte ripetuto, come il mondo della scienza abbia spesso ostacolato e oscurato la donna, cercando di allontanarla dalla ricerca o ponendola all’ombra di un uomo. Così è stato per Marie Salomea Sklodowska, conosciuta soprattutto con il cognome del marito, Curie, anche lui scienziato, con lei vincitore di un Nobel a cui molto aveva contribuito la scienziata polacca (ne abbiamo tanto parlato qui qualche settimana fa).

Proprio Marie Sklodowska ci dona una lezione di generosità. Mi ha colpito in proposito un post di una nostra toponomasta, Sara Sesti, che scrive sulla generosità della scienziata polacca in consonanza (e direi sorellanza di intenti) con la ricercatrice italiana Ilaria Capua, conosciuta dal pubblico più vasto proprio in occasione del Covid-19: «Le due ricercatrici – scrive Sesti – sono accomunate dalla decisione di non brevettare le loro scoperte, per metterle a disposizione della comunità scientifica gratuitamente. Donna generosa e lungimirante, Marie Curie non ha depositato intenzionalmente il brevetto internazionale per il processo di isolamento del Radio. Aveva deciso di lasciarlo libero per dare alla comunità scientifica la possibilità di effettuare ricerche in questo campo senza alcun ostacolo. Ilaria Capua più di un secolo dopo ha seguito il suo esempio con il virus dell’aviaria da lei scoperto. Decise infatti di sfidare l’ordine costituito della sanità pubblica mondiale, che le chiedeva di depositare la mappa del virus in un database ad accesso riservato, avendone in cambio l’accesso ad altre banche dati esclusive. Ilaria Capua depositò invece la sequenza del virus in un database, Genbank, ad accesso libero. La ricercatrice è un’operatrice della sanità pubblica e ritiene che i risultati di una attività finanziata con denaro pubblico non debbano finire a conoscenza e a vantaggio solo di pochi. È diventata così una protagonista a livello internazionale: questa decisione è una pietra miliare dell’open source e del knowledge sharing. Sarebbero inimmaginabili i passi avanti realizzati negli ultimi decenni nelle discipline scientifiche e tecnologiche senza un accesso libero alle fonti di primaria informazione e condivisione della conoscenza, a cui il proliferare della tecnologia e dei media che la sfruttano ha fornito un incremento esponenziale. Nel 2006 ebbe risonanza internazionale la scelta di Capua di rendere di dominio pubblico la sequenza genica del virus dell’aviaria, che diede il via allo sviluppo della cosiddetta scienza open-source iniziando a promuovere una campagna internazionale a favore del libero accesso ai dati sulle sequenze genetiche dei virus influenzali.» Per questo la rivista Seed l’ha eletta mente rivoluzionaria e la ricercatrice italiana è entrata fra i/le 50 scienziati/e top di Scientific American, come ci ha ricordato Sesti. Una condivisione delle conoscenze che gratifica l’umanità intera.

Proprio dagli Usa arriva la bella notizia della candidatura di una donna alla vicepresidenza degli Stati Uniti al fianco di Joe Biden. Kamala Harris, madre indiana e padre giamaicano, di origine afro, non è solo una donna, ma è la prima, ad essere stata scelta per un posto così importante: una sfida che mette alla prova l’America democratica e desiderosa di guardare al progresso sociale.

Gli anniversari tristi e allegri sono tanti. Cominciamo da Genova. Alle ore 11,36 del 14 agosto del 2018 il viadotto Polcevera, più conosciuto come ponte Morandi, dal nome dell’architetto che lo aveva progettato, si sbriciola portando giù a morire quarantatré persone. Il ponte oggi è stato riaperto e ha cambiato anche il suo nome, si chiama San Giorgio ed è un regalo che il grande Renzo Piano ha voluto fare alla sua città.

Altri morti, più lontani nel tempo, abbiamo il dovere di ricordare in questa metà di agosto, le vittime della strage nazista di sant’Anna di Stazzema avvenuta quasi settantacinque anni fa, il 12 agosto 1944. L’intento era quello di isolare i partigiani. Una strage, talmente amara (nel n. 22 di Vitaminevaganti, l’anno scorso, abbiamo pubblicato in proposito un articolo) che di tutte le vittime solo 350 furono identificate e tanti erano bambini.

Sotto il cielo di agosto, il 13 agosto 1899, in un sobborgo di Londra nasce uno dei registi più noti del cinema mondiale, Alfred Hitchcock. Di lui un anniversario altrettanto grande: il 10 agosto del 1960, dunque 80 anni esatti fa, usciva per la prima volta nelle sale cinematografiche Psycho, il suo capolavoro indiscusso. «Non ti permetteremo di barare! Devi vedere Psycho dall’inizio alla fine per godertelo a pieno. Perciò, non aspettarti che ti facciano entrare in sala dopo l’inizio del film. Non sarà permesso a nessuno – e diciamo nessuno – nemmeno il fratello del produttore, il Presidente degli Stati Uniti o la Regina d’Inghilterra (che Dio la benedica!)» Questo il tono, molto pertinente all’estrosa personalità del regista, di un mare di bigliettini che lo stesso Hitchcock aveva firmato e fatto distribuire davanti a tutte le sale cinematografiche americane, partendo appunto dal 10 agosto con l’anteprima del film a Los Angeles. Davvero una celebrazione in piena regola questa di Psycho, un film che portò al grande successo il suo regista, ma su cui ci sono tante cose da raccontare e gustare, quasi in odore di leggenda. Partendo dal fatto, per esempio, che il film venne girato in bianco e nero (uno dei motivi è lo sciroppo al cioccolato della tremenda scena della doccia!). Questa scelta ne ridusse notevolmente i costi di produzione, in un periodo in cui Hollywood si stava letteralmente affezionando al colore. Poi tutta una serie di escamotage, trucchi e trucchetti usati dal regista londinese per trattenere il pubblico incollato alla sedia: si dice che lui stesso provò a pugnalare centinaia di meloni e cocomeri per ottenere il suono giusto del pugnale sul personaggio interpretato dalla bella Janet Leigh che, morendo a metà del film, assecondava la visione totale da principio dell’opera. Ci fu persino polemica con uno spettatore che scrisse a Hitchcock lamentandosi che la figlia già non faceva il bagno in vasca dopo l’uscita di Les diaboliques del francese Georges Clouzot (che fu anche il precursore della trovata dei biglietti fatti distribuire da Hitchcock) e che ora, dopo Psycho non faceva più neppure la doccia. Lapidaria e graffiante la risposta del regista: «La faccia lavare a secco!»

Eccoci ora a presentare il numero che state per leggere. Potrete scegliere tra il bel racconto sulle guaritrici siciliane, che si devono leggere come mediche perché spesso praticamente lo erano o comunque era loro vietata la frequenza di questa arte per lo studio e per la professione. Tra le tante l’articolo si sofferma su Minica Grieca, della quale si sa poco se non che visse in Sicilia nel diciassettesimo secolo e per poco non fu bruciata dai roghi dell’Inquisizione come strega (non trovarono prove sufficienti a suo carico).

Ritornano le passeggiate del vino, questa volta in Abruzzo, tra i vitigni del Montepulciano d’Abruzzo, appunto. Tra bianchi e rossi di una donna speciale, Chiara Ciavolich, un’avvocata di origini bulgare, che ha voluto curare le terre della bisnonna Ernestina e dà lustro ormai da anni al vino della terra di D’Annunzio.

Da una regione italiana a una città, Brescia, tra quelle più martoriate, insieme alla vicina Bergamo, dal Covid-19. Brescia ci si presenta, in più puntate (qui la prima) in tutta la sua bellezza di città d’arte e di cultura, tutta da scoprire e visitare, prima possibile.

I sensi ci portano all’udito parlando di sordi, di una scuola di sordi con i quali il prof. appena arrivato riesce a stabilire un intenso dialogo. Di scuola si parla anche nell’articolo sulla mitica e valorosissima Maria Giacobbe, la scrittrice e maestra sarda nata il 14 agosto del 1928, autrice del famosissimo Diario di una maestrina (tradotto anche in danese) che tante colleghe e colleghi insegnanti dovrebbero leggere per l’amore che dimostra verso il suo lavoro e i suoi e le sue ragazzine.
Bella e romantica, oltre che benefica per tante donne, diventate grazie a lei ricamatrici professioniste, anche la storia di Romeyne, nata da una famiglia altolocata negli Stati Uniti e innamorata del marito Robert Ruggero Ranieri di Sorbello e dell’Italia, che non abbandonò più dal matrimonio. Il Punto Sorbello è una creazione che rimarrà nella storia del ricamo come la sua scuola, creata nella villa del Pischiello a Passignano al Trasimeno. Commovente la storia di Irene Némirovsky (con il gradito ritorno delle Interviste impossibili), la scrittrice russa di origine ebraica morta nel 1942 nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau.

Un anniversario importante il 17 agosto, quando si svolse il famoso raduno di Woodstock. L’anno scorso lo abbiamo visto da uno sguardo maschile, quest’anno celebriamo, con un interessante articolo, le tante donne, tutte bravissime, che si avvicendarono sullo storico palco del raduno musicalmente più celebre del secolo scorso.

Troverò il modo di finire in bellezza, ma intanto devo raccontarvi dell’odio. Quello che fa male, che colpisce soprattutto alle spalle, e può annientare la vita di chi lo subisce, anche se personalmente penso che chi ne fa uso di certo non è una persona felice. All’entrata di questo virus, che ci ha rubato non solo la primavera di quest’anno, tutti giuravano che il mondo sarebbe cambiato: in meglio. Invece, dando ragione a tanti e tante, tra cui il cantautore Francesco Guccini che fu per questo bersagliato di rimproveri, le persone sono diventate ancora più diffidenti, ci si allontana e si evita la collaborazione che è alla base del vivere civile e affettuoso mentre, al contrario, non si evitano gli assembramenti e gli spostamenti in luoghi dove il virus la fa da padrone, incrementando così la nuova diffusione. Non si è finito, come scrive nell’articolo la professoressa Priulla, di ferire con le parole di odio, soprattutto contro il corpo delle donne, insultandolo e facendolo oggetto di sguardi da intrusi. «Non abbiamo più paura del male: e se perseguiamo il bene ci chiamano buonisti/e.» Appare davvero triste questa affermazione che purtroppo è vera!

Ma oggi è Ferragosto, si festeggiano le ferie volute da Augusto, che intitolò il mese a suo nome per concedere a tutti e tutte riposo, anche dal lavoro dei campi. L’anno scorso lo scrivevamo proprio qui. L’imperatore le istituì come festività nel 18 a.C., con i Consualia, (dedicate al dio Conso, protettore della terra e della fertilità) che segnavano la fine dei lavori agricoli e l’inizio del meritato riposo dopo le fatiche legate al raccolto. In effetti cadevano il 1° di agosto, un’autocelebrazione politica che il primo dei romani aveva dedicato a sé stesso intitolandosi tutto il mese che ancora oggi porta il suo nome. È stata la Chiesa a posticipare la festa di quindici giorni, in modo da farla coincidere con quella mariana dell’Assunta in cielo. Tanto di quelle consuetudini di allora riguardo al Ferragosto è arrivato fino a noi. Una tra tutte la tradizione dei Palî, il più importante fra tutti quello di Siena (che quest’anno ha subito le rinunce per il virus), che si corrono spesso in questo periodo dell’anno come allora, quando, durante le Feriae augustales si adornavano di corone di fiori e si facevano correre buoi, cavalli, asini, muli. Così come è rimasta l’abitudine di scambiarsi gli auguri ed è continuata, nelle campagne, la pratica dei contadini e delle contadine di andare a salutare e augurare ogni bene al proprietario e alla proprietaria della terra, ricevendo in cambio una mancia e portando in dono prodotti dal raccolto. Mi ricorda, poi, mia madre ormai centenaria, l’usanza, nel napoletano, degli sposi promessi di recarsi a casa della fidanzata portando in omaggio alla futura moglie un’anguria, simbolo dell’interrogativo del matrimonio (solo aprendolo/vivendolo se ne saprebbe l’autentica positività) e comunque frutto della terra appena raccolto. Sempre riguardo alle campagne questo giorno e periodo dell’anno è in uso per la compravendita di nuove terre. Comunque, per continuare il percorso storico, si affermò in epoca fascista l’abitudine delle gite fuoriporta a ferragosto, con una istituzionalizzazione fatta attraverso l’Opera nazionale del dopolavoro. In un’Italia povera e con un alto tasso di analfabetismo molti e molte italiane videro così per la prima volta il mare e le città d’arte importanti! Questo l’ho scritto anche l’anno scorso, nel numero di Vitaminevaganti.com più prossimo alla metà del mese. Ma allora eravamo in piena crisi di governo e un uomo reclamava per sé tutti i poteri…

Oggi è il ritorno del virus a metterci paura, ma è estate e accortamente riposiamo. Come mio solito auguro buona lettura a tutte e a tutti!

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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