Quando odiare non costa

Una cappa nera grava sul Paese. Tira una brutta aria, si alimenta un fuoco pericoloso soffiando su braci nascoste. Si cooptano adulti/e più o meno consapevoli e si crescono ragazzini/e allo sbaraglio: è la banalità del male, per ricordare tempi ben più cupi, quando l’odio verso il capro espiatorio divenne senso comune.
Non abbiamo più paura del male: e se perseguiamo il bene ci chiamano buonisti/e.
Gli/le utenti della rete si esprimono così spesso con un registro aggressivo, che questo sta diventando lo stile comunicativo della nostra società: è subìto, ma ormai passivamente considerato “normale” da quasi la metà di utenti, secondo una ricerca Swg. Non è un caso che l’edizione 2018 del dizionario Zingarelli abbia incluso tra i nuovi termini d’uso hater, odiatore. Nulla più del mondo virtuale, dove tutto è lecito e nessuna responsabilità è dovuta, può sfociare nell’eccesso. Avere una platea esalta le persone frustrate.
Il lessico isola una categoria e l’addita come bersaglio (‘negro’, ‘ebreo’, ‘zingaro’, ‘frocio’, ‘puttana’), servendosi di molteplici possibilità espressive: le etichette denigratorie, gli scherzi feroci, il ricorso agli insulti, lo scherno, fino all’istigazione a delinquere. Il degrado del linguaggio prima o poi si trasforma in violenza reale: per questo analizzarlo significa misurare il grado di barbarie di una società.
La lista delle categorie più odiate vede in primo piano le donne, che siano belle o brutte, giovani o vecchie, cittadine qualunque o ministre, attrici o giornaliste. Quando un nome-utente è femminile riceve 100 insulti contro 3,7 per un utente maschile.
In Europa una donna su dieci dai 15 anni in su è stata oggetto di cyberviolenza. L’odio ha bisogno di degradare il proprio bersaglio. Nel caso delle donne prende principalmente la forma dell’oggettificazione sessuale.
L’Italia bulla e misogina è stata fotografata dalla Mappa dell’intolleranza. Nei primi 8 mesi del 2019 si è registrato più di un milione di tweet contro le donne, in aumento dell’1,7% rispetto allo stesso periodo del 2018. Il 72% delle volte in cui si parla di donne su Twitter lo si fa in termini negativi.
Terre des Hommes
e Scuola Zoo hanno lanciato un report sulla Generazione Z (quella di chi è nato tra la seconda metà degli anni Novanta e la fine degli anni 2000) realizzato intervistando oltre 8mila ragazzi e ragazze delle scuole secondarie in tutta Italia: il 10% delle ragazze ha dichiarato di aver subito molestie sessuali e il 32% di aver ricevuto commenti non graditi a sfondo sessuale online, il 7% di aver subìto stalking e ricatti o minacce relative alla circolazione di proprie foto/video a sfondo intimo, mentre l’8,4% ha ricevuto minacce di violenza via social.
Si inizia di solito attaccando la vittima con commenti di discredito e disprezzo del suo aspetto, per arrivare al post che aggredisce solo e specificatamente il genere, e raggiungere infine la meta della minaccia a sfondo sessuale, con auguri di stupri e violenze fisiche di vario tipo.
Questi atti distruggono tutto – la reputazione, l’identità stessa – poiché la viralizzazione è rapidissima. Dentro la rete si finisce in un attimo e poi si resta devastate per sempre.
Cambiare il modo consueto in cui si parla di donne è un problema morale ed è colpa anche la complicità silenziosa. L’inglese ha un termine per definire chi assiste a comportamenti discriminatori e se ne chiama fuori: bystander. Al prossimo commento greve, al prossimo insulto sessista, al prossimo atto di violenza simbolica sottraete attivamente il vostro consenso.
No, non ci sto, non voglio discutere in questi termini, non voglio essere complice dei tuoi abusi, se non riesci a mutare quest’attitudine io non voglio parlare con te.

 

 

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: “C’è differenza. Identità di genere e linguaggi”, “Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo”, “Viaggio nel paese degli stereotipi”.

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