Reagan, Thatcher, Craxi, Romiti: la controrivoluzione

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Tra gli anni Cinquanta e Settanta il commercio mondiale è aumentato di circa dieci volte. In questo quadro geopolitico il neocolonialismo gioca un ruolo chiave, dato che la maggior parte delle risorse minerarie del pianeta, in particolare il petrolio, si trova nel Terzo mondo ma è sottoposto alle leggi di mercato dettate dal primo. Per poter sopravvivere, i Paesi africani, asiatici e mediorientali devono vendere il petrolio (nel caso del Medio Oriente) o l’oro e i diamanti (nel caso dell’Africa) alle industrie nordamericane o europee, dipendendo di fatto dagli imperi economici delle aree del mondo più opulente. Si crea così un sistema economico e commerciale con un ricco cuore industriale e terziario che si appoggia su un’enorme periferia mineraria povera.
Nel 1960 viene fondata l’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries, una sorta di oligopolio dei petrolieri), l’organizzazione che riunisce i Paesi esportatori di petrolio: Algeria, Angola, Arabia Saudita, Ecuador, Emirati Arabi Uniti, Gabon, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Qatar e Venezuela.
Dopo la guerra del Kippur, l’OPEC, costituito prevalentemente da Paesi islamici, stabilisce di alzare il prezzo del petrolio greggio in risposta all’appoggio fornito a Israele da parte del mondo occidentale. Tale risoluzione è attuata tra il 1971 e il 1975.
L’economia neoliberista va in crisi. La produzione industriale sfrenata, resa possibile dal costo bassissimo delle materie prime, non regge l’aumento dei prezzi e precipita. A questo si aggiunge la fortissima concorrenza esercitata dalle industrie giapponesi, più avanzate sul piano tecnologico, in cui gli operai godono di molti meno diritti e mano salari, garantendo nel complesso maggiori profitti e maggiore produzione a costi inferiori.
Nel 1973 (data simbolica che segna l’inizio della crisi del neoliberismo) il presidente Richard Nixon dichiara che le banche statunitensi non sono più in grado di garantire l’effettiva convertibilità del dollaro in oro, come invece era stato stabilito dagli accordi di Bretton Woods. Gli USA cominciano a stampare grandi quantità di dollari che non corrispondono più a nulla. L’inflazione alle stelle fa tremare tutto il mondo capitalista.
Negli anni Ottanta, per far fronte alla nuova crisi economica, il presidente Ronald Reagan cancella l’economia mista inaugurata da Roosevelt, fatta di partecipazione statale alle industrie private e imprese avviate con capitali pubblici e privati. Da questo momento l’economia occidentale si basa soltanto sull’economia privata. Ciò risana le casse statali ma impoverisce la popolazione. Il debito pubblico viene considerato un male assoluto, eppure è solo indebitandosi che gli Stati hanno potuto assicurare a cittadini e cittadine i servizi basilari.
Con il G8 del 1996, la nuova linea economica statunitense diventa il modello di riferimento mondiale.
Contemporaneamente a Reagan, arriva al potere in Gran Bretagna la ultraconservatrice Margaret Thatcher. Sotto il suo governo viene smantellato il Welfare State, l’istituzione statale che garantiva l’assistenza sociale (sanità gratuita, scuola pubblica, sussidio minimo di disoccupazione, cassa integrazione, pensione di anzianità e di invalidità…). Inoltre, senza proporre alcuna alternativa per chi vi lavorava, Thatcher impone la chiusura di tutte le miniere carbonifere nel Nord dell’Inghilterra sostenendo che il carbone sia una risorsa ormai obsoleta. Di per sé rinunciare al carbone, dannoso dal punto di vista ecologico, non sarebbe negativo, ma il governo passa sopra le esigenze della popolazione scavalcando qualsiasi trattativa sindacale. Migliaia di persone si ritrovano sul lastrico nel giro di pochi mesi. L’unica risposta agli scioperi è la polizia.
Prendendo esempio dalla Lady di ferro, anche l’Italia cambia politica. Con la scusa della concorrenza giapponese nell’industria automobilistica, la FIAT licenzia in tronco decine di migliaia di persone. La “marcia dei quarantamila” a Torino ha legittimato il nuovo decisionismo dei padroni e spazzato via decenni di lotte operaie. Cesare Romiti, nuovo amministratore delegato della FIAT, smette di trattare con i sindacati e detta da solo le regole del nuovo lavoro. Obiettivo della classe padronale è innanzitutto quello di stroncare la lotta di classe e l’eccessiva conflittualità e insubordinazione che regnavano nelle fabbriche, cosa che non dispiace nemmeno ai leader sindacali scavalcati dal movimento degli anni Settanta. Il rifiuto del lavoro, diffuso grazie alle teorie dell’Autonomia operaia, si rivela un’arma a doppio taglio che accelera questo processo: grazie a provvedimenti disciplinari per assenteismo, gli operai autonomi sono i primi ad essere sbattuti fuori. I nuovi contratti saranno tutti precari e a tempo determinato in modo da non dover garantire i diritti previsti nello Statuto dei Lavoratori del 1971. Questo processo prende il subdolo nome di «ristrutturazione industriale».
Per difendere il proprio ruolo e non soccombere, i sindacati frammentano le lotte e, condannando più gli scontri di piazza che l’autoritarismo in fabbrica, iniziano a contrattare separatamente con governi e aziende. La rottura dell’unità sindacale e operaia è un regalo alla classe imprenditoriale. I sindacalisti aprono spesso trattative senza aver consultato chi dicono di rappresentare. In questo modo le istanze operaie perdono gradualmente potere, finché le trattative sui contratti saranno quasi un generoso atto caritatevole degli industriali.
Punizioni e licenziamenti continuano e aumentano. Un’operaia muore di lavoro: era andata in fabbrica malata per paura di essere licenziata. Ma ormai il movimento ha esalato l’ultimo respiro e nessuno reagisce.
Un altro episodio reazionario verificatosi in Italia nel 1984, sotto il governo Craxi, è l’abolizione della cosiddetta “scala mobile”, ovvero l’automatico alzarsi dei salari di pari passo con l’inflazione. Tale sistema aumentava sì l’inflazione, ma permetteva a chi lavora di arrivare alla fine del mese nonostante l’aumento del costo della vita.
È la lotta di classe dei padroni contro le classi inferiori. Ha vinto la controrivoluzione.

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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