Cesare Pavese, il difficile mestiere di vivere

«Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo.»

(Edizione postuma, 1951)

Nel 1960, a dieci anni esatti dalla morte dell’amico fraterno Cesare Pavese, Davide Lajolo – comandante partigiano, giornalista, scrittore, politico – ne pubblicò la biografia dal titolo emblematico Il “vizio assurdo”, opera che riscosse grande successo e ottenne il premio letterario Crotone; continuamente ripubblicata, rimane – a distanza di sessanta anni – la testimonianza più bella e completa della vita e dell’attività di Pavese. Ora siamo di nuovo a quel 27 agosto, data che fu scelta per il suicidio, messo in atto in un albergo torinese. Nove giorni prima Pavese aveva scritto il suo commiato nel diario Il mestiere di vivere (edito postumo, nel 1952):
«Più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte, e cade l’idea del suicidio.
Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio.
Tutto questo fa schifo.
Non parole. Un gesto. Non scriverò più.» (18 agosto 1950)
Sul comodino, accanto alle sedici bustine vuote di sonniferi, sulla prima pagina della sua opera più amata, Dialoghi con Leucò (1947), le parole: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.»
Si potrebbe parlare nel suo caso di “morte annunciata”? Forse sì, visto che il suo animo è sempre stato tormentato: per gli amori variamente deludenti, per i rapporti freddi con la madre, per la mancanza della figura paterna, per la difficoltà di confrontarsi con la politica attiva, per la perenne inquietudine, per l’insoddisfazione artistica. Non per nulla il suicidio arriva subito dopo la vittoria del premio Strega per il romanzo La bella estate che avrebbe dovuto rappresentare una immensa soddisfazione, ma da lui fu bollato come un “premio mondano”, anche se nel riceverlo riuscì persino a sorridere, accanto alla sorella della donna che in quel momento avrebbe voluto avere vicino: l’ultimo difficile amore, l’attrice americana Constance Dawling.

Cesare Pavese riceve il premio Strega

Torniamo indietro nel tempo e riandiamo alla nascita di quel bambino di 5 kg che poi diverrà un adulto ossuto, alto, gracile e dall’aria perennemente imbronciata. Nacque per caso a Santo Stefano Belbo, nelle Langhe, perché era ancora estate (9 settembre 1908) e lì la famiglia passava ogni anno le vacanze, trasferendosi da Torino dove viveva stabilmente e il padre lavorava al Tribunale. Cesare era stato preceduto dalla sorella Anna, nata sei anni prima, da due fratellini morti subito dopo la nascita e da un’altra sorella morta di difterite. Forse per i tanti lutti la madre era una donna energica, coraggiosa, ma piuttosto fredda, e questo carattere non favorì un legame affettuoso con  figlio e figlia, specie dopo la prematura morte del marito, avvenuta quando Cesare aveva solo sei anni. Anche se in seguito visse sempre in città, Pavese tuttavia sentì un legame molto forte con le Langhe e la campagna, presenze frequenti nei suoi romanzi e racconti, dove mantenne le più care amicizie, come il famoso “Pinolo” che diverrà Nuto in La luna e i falò.

1. Casa natale casa-di-cesare-pavese
La casa natale

Ogni estate non vedeva l’ora di ritornare alla libertà dei giochi all’aria aperta, alle scorribande lungo i corsi d’acqua o nei campi, alla vita semplice e frugale senza costrizioni.
Intanto frequentava il liceo D’Azeglio a Torino dove incontrò sul suo cammino un uomo che ha illuminato numerose vite: il professor Augusto Monti, che ebbe il compito di appassionarlo agli studi e alle letture, ma anche di aprirgli la mente, proprio negli anni in cui il fascismo si imponeva con la violenza, cambiando le sorti dell’Italia. Nel periodo universitario Pavese proseguì la frequentazione con gli amici del liceo, fucina di intellettuali come Bobbio, Mila, Ginzburg, Geymonat; Torino era una città vivace: qui erano nati i due filoni culturali legati, da un lato, a Gramsci, dall’altro a Gobetti; qui a breve verrà fondata la casa editrice Einaudi, dove molti si ritroveranno, a fianco di Vittorini e di Calvino. Mentre preparava la tesi sulla poesia di Walt Whitman, continuava a scrivere poesie, andava spesso al cinema e studiava Moby Dick, il suo romanzo preferito. La letteratura anglo-americana sarà tutta la vita un pilastro nella sua formazione e nei suoi interessi; una volta laureato, mentre si ingegnava a dare ripetizioni e a insegnare in scuole pubbliche e private, comincerà a scrivere su riviste (“La  Cultura”) e a collaborare con l’editore Frassinelli; dal 1931 inizierà una bella serie di traduzioni, proseguita fino al ’47. Ecco dunque, fra le altre, oltre a Moby Dick (’32), Dedalus di Joyce, Moll Flanders, Benito Cereno, ancora di Melville, due romanzi di Gertrude Stein (Autobiografia di Alice Toklas e Tre esistenze).
Alla morte della madre Pavese si ritrova a vivere nella solita abitazione, con la sorella e la sua famiglia; riserverà per sé la cameretta-studio in cui rimarrà sempre. Un evento tuttavia gli ha appena sconvolto l’esistenza: l’incontro con la donna dalla voce rauca (non la chiamerà mai in altro modo, ma sappiamo che era Battistina Pizzardo) che amerà, non ricambiato, e che determinerà i suoi travagliati e contraddittori rapporti con l’altro sesso. Non è bella, ma atletica, sportiva, forte, impegnata nel movimento antifascista, portata agli studi scientifici, praticamente l’opposto di Pavese in tutto. Sarà per causa sua che lo scrittore – avendo con leggerezza accettato di prendere con sé documenti compromettenti – finirà condannato al confino per tre anni, a Brancaleone Calabro. Di fatto vi resterà un anno: dal 1935 al ’36. Scrive sul diario: «Andare al confino è niente; tornare di là è atroce.» (25.12.1937)
Al ritorno, l’agognato incontro non avverrà: la donna dalla voce rauca si è appena sposata. Mai più ci sarà per lui un altro amore così forte e profondo, tante le relazioni ma superficiali, brevi, deludenti. Si immerge nel lavoro: studia, si occupa di editoria per Einaudi, scrive racconti e i primi romanzi, rivede le poesie della raccolta Lavorare stanca (edite nel 1936 e poi nel ’43). Alcuni amici non ci sono più, altri sono partiti per la guerra di Spagna, qualcuno è ancora al confino o in carcere, qualcun altro è espatriato. Nel 1939, in poco più di due mesi, scrive Paesi tuoi, vicenda drammatica di passioni e morte, quasi come in una tragedia greca, ambientata nelle Langhe, fra campi assolati e stalle, miseria e ignoranza. Il romanzo, il primo suo che venga stampato (nel 1941), osteggiato dalle voci del fascismo più intransigente, a sorpresa avrà un grande successo di pubblico e di critica. Mentre l’Italia viene coinvolta nella guerra, Pavese affronta con una nuova opera (La bella estate) temi apparentemente distanti dalla realtà, in un continuo dialogo dai toni leggeri fra uomini e donne; la pubblicazione avverrà anni dopo, nel ’49, insieme a Il diavolo sulle colline e Tra donne sole.

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Un nuovo amore entra nella vita di Pavese, una giovane promettente che diventerà un’intellettuale di spicco: Fernanda Pivano, che era stata brevemente sua allieva. La vicenda, fra alti e bassi, durerà cinque anni: dal ’40 al ’45, periodo compreso fra le due proposte di matrimonio, entrambe rifiutate. In realtà lei era una amica, una confidente che rispettava l’ex-insegnante, lo stimava al punto da fargli leggere per primo la sua traduzione dell’Antologia di Spoon River.
Frequentando assiduamente gli intellettuali antifascisti torinesi e l’ambiente della casa editrice Einaudi, Pavese diventa più sicuro delle proprie opinioni politiche che non disdegna di manifestare apertamente; mentre è a Roma, il 4 marzo ’43 (data che a molti/e lettori e lettrici susciterà ben altro ricordo…) una sorpresa sgradita: arriva la cartolina precetto. Pavese non aveva fatto il militare essendo orfano, ma già alla visita verrà esonerato a causa dell’asma. Dopo l’8 settembre, di nuovo nel capoluogo piemontese, trova una situazione disastrosa: la città è stata bombardata, la sua casa non esiste più, la sorella è sfollata a Serralunga, vicino a Casale Monferrato. I vecchi amici e compagni sono militari oppure già attivi nella Resistenza, a lui non resta che raggiungere la famiglia di Maria e attendere la fine della guerra. Non è un uomo d’azione, teme la violenza, gli spari, le bombe, si macera in silenzio; terribile arriverà la notizia della morte di Leone Ginzburg, torturato a Regina Coeli.

«Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l’arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.»

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In breve tempo (settembre-ottobre ’49) realizza la sua opera più compiuta, il suo romanzo più bello, con il personaggio più vero e umano: La luna e i falò (edito ai primi del ’50 con dedica a C.-Constance Dawling), in cui Nuto è un uomo semplice e positivo, falegname ed ex suonatore di clarinetto modellato fedelmente sull’amico Pinolo Scaglione grazie a un continuo carteggio, a visite frequenti, a ricordi comuni. Ma anche in questo romanzo-testamento si affacciano amarezze, delusioni, lutti, fallimenti e – di nuovo – il suicidio. Tristemente profetiche le parole scritte a mano: «A Pinolo questo libro – forse l’ultimo che avrò mai scritto – dove si parla di lui – chiedendo scusa delle “invenzioni”, da Cesare.»
Attingendo alle pagine del diario, sfogo intimo e al tempo stesso riflessione sul mito, sulle letture, sull’arte, sulla cultura, sul contrasto campagna-città, sui rapporti con le donne (sulle quali i giudizi sono spesso amari, se non crudeli), le parole morte e suicidio si susseguono; impossibile enumerare le tante citazioni, ma è utile comprendere come ne scriva il 10 e il 24 aprile 1936, torni sul tema il 6 novembre 1937, e così via: un tarlo nella mente che si rinnova a ogni delusione. Fino alle ultime pagine: «Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela la nostra nudità, miseria, inermità, nulla.» (25 marzo 1950)
Così il destino fu compiuto quel 27 agosto di settanta anni fa.

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Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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