Editoriale. “Bellezza e ragione si incontrano all’infinito”

Carissime lettrici e carissimi lettori,

che c’entra la geometria con un film? Come si collega ai poeti e alla poesia? Leopardi, con i suoi pastori erranti e le sue riflessioni, gli sguardi alla luna, può spiegare un’iperbole e un asintoto? Come funziona? Come legare la geometria, l’arte cinematografica e la poesia a un divorzio? Dove troviamo la connessione per spiegare il quinto re dei Sensi che questa settimana tratta della Vista? In un arcobaleno. Uno di quegli archi colorati che tanto ci affascinavano, come una magia del cielo dopo che ha sfogato tutta la sua rabbia. E più acqua ha dato giù, con più forza e rabbia, maggiore era (ed è ogni volta) ed è bella la ricompensa, con i sette colori dell’universo, a base di tutto il visibile e dell’immaginario invisibile: rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco e violetto. Sezionati, voluti e venuti al mondo grazie al bianco, annullati tutti nel nero.

L’arcobaleno, il meno reale delle cose viste, ci conduce a ciò che vediamo realmente. Lo possiamo riprodurre anche in casa, sul terrazzo o innaffiando le rose in giardino, come fa l’autore dell’articolo, con la speranza nascosta di apparire agli occhi del figlioletto di appena due anni come un dio o un uomo-creatore che ambisce alle azioni date solo agli dei. Così è che l’iperbole si sforza di diventare cerchio e fiancheggia senza sfiorarlo l’altrettanto immaginario appoggio geometrico formato dalle rette dell’asintoto, a- sympiptein, che non tocca. Poesia pura. Il cerchio si chiude davvero smentendo quella donna (ma potrebbe essere, caso per caso, anche un uomo) che pensa che tutto sia razionale, tangibile nella dimostrazione, e che al cinema non si piange, mai, neppure per un film cult come Fragole e sangue con la sua commovente colonna sonora.

Tante donne, tutte vestite di bianco, il giorno prima di ferragosto hanno di nuovo osteggiato con i fiori, bianchi ugualmente, la sesta rielezione, e la repressione violenta che ne è seguita da parte della polizia, di Alexander Lukašenko, da 26 anni alla guida della Bielorussia (in russo Bielij significa bianco!). I fiori bianchi sono stati portati anche davanti al carcere di Minsk come un augurio per il quarantaduesimo compleanno di Serghej Tichanovskij, marito di Svetlana Tichanovskaja, la maggiore oppositrice e reale vincitrice di queste elezioni contro il presidente uscente. Svetlana non è l’unica attrice di questa tornata elettorale. Con lei sono apparse sulla scena politica altre due donne. Sono le «donne che fanno tremare Lukashenko», come ha titolato un giornale. Si chiamano, oltre a Svetlana Tichanovskaja, Maria Kolesnikova e Veronika Zepkalo. Il presidente in carica le ha accolte con machismo: «La nostra costituzione non è fatta per le donne, la nostra società non è maturata al punto di votare una donna». Ma queste tre giovani donne che amano la pace, che portano i fiori ai loro comizi e sorridono a chi le ha scelte per governare, hanno messo, come si è detto, una seria paura al sessantacinquenne presidente che non vuole lasciare il potere e che di fatto è al minimo dei consensi, al tre per cento delle preferenze. Il resto è frutto di brogli.

Ora andiamo indietro nel tempo e diamo uno sguardo a una mostra che sta ormai per chiudere i battenti (fino al 30 agosto alle Scuderie del Quirinale) e celebra, con opere provenienti da tutto il mondo, il grande Raffaello Sanzio, il pennello di Urbino, il cui cinquecentenario dalla morte stava per essere archiviato in sordina a causa dell’arrivo del Covid-19.

E invece la grazia di Raffaello si è donata ai visitatori della mostra delle Scuderie che hanno comunque aperto i battenti, seppure con qualche mese di ritardo. Favorita da un’organizzazione impeccabile, che ha saputo gestire con sapienza le entrate e gli accessi scaglionati alle sale, la mostra ha donato giustizia al grande pittore marchigiano e ha permesso ai moltissimi e alle moltissime visitatrici di godere appieno (in compagnia per altro di una utilissima app da scaricare sul proprio telefonino) dell’opera di questo pupillo dei papi, scomparso appena trentasettenne, un venerdì santo. Si racconta che la sua morte provocò in territorio Vaticano un tremore simile al terremoto seguito alla morte del Cristo, lo stesso tremore che si prova davanti al suo capolavoro incompiuto, La trasfigurazione, che «faceva scoppiare di dolore colui che quivi guardava», come riporta il Vasari.

Oltre al bellissimo dipinto che ritrae papa Leone X (una sala è dedicata alla famosa lettera a lui scritta dal pittore urbinate) con i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, proveniente dagli Uffizi, troviamo, oltre al famosissimo Autoritratto con amico, il Ritratto di Tommaso Inghirami (detto Fedra) o il meraviglioso Ritratto di Giulio II, un Della Rovere che ebbe un’incondizionata ammirazione per il pittore di Urbino. Quindi il legame con i Classici, importantissimi per la sua opera e l’incanto delle Stanze Vaticane. Poi le Madonne: dalla Madonna d’Alba, dei suoi primi anni romani, alla Madonna dell’Impannata (completata dagli allievi) agli stupendi bozzetti per la Madonna di Foligno e per la Madonna del Pesce.

Raffaello è stato sicuramente il pittore della grazia e della bellezza, soprattutto di quella femminile, almeno stando sempre alle parole di Giorgio Vasari, che lo definisce come “persona molto amorosa e affezionato alle donne”, alimentando così anche una diceria di eccessi erotici che ne avrebbero causato la morte così prematura. Ma, al di là di tutto questo, sicuramente l’Urbinate ha dipinto la bellezza femminile come sublimata, un concetto di bellezza che va al di là delle imperfezioni terrene e si lega al neoplatonismo e alla poesia di Francesco Petrarca, molto caro a Raffaello. Alla mostra di Roma possiamo apprezzare due bellissime tele: La Velata e La Fornarina, due straordinarie figure di donna che si offrono al nostro sguardo «due figure ricche di fascino, sublimate e concrete allo stesso tempo che rispecchiano appieno l’idea del pittore. L’immagine ideale si trova lì, sotto l’immagine reale e si rivela ai nostri occhi con la materia preziosissima e fluida della pittura».

Raffaello ci farebbe conoscere con le due donne il volto della sua amata, Margherita Luti, La Fornarina, la stessa rappresentata nuda in un dipinto più recente, che si trova a Roma. Dunque due versioni della stessa donna? Forse. La Donna Velata si presenta come una nobildonna, elegante, con una perla che le orna il capo coperto, in segno della sua condizione di donna sposata. I suoi vestiti raffinati e lo sguardo «che ci coinvolge in un dialogo muto» ci indicano una rappresentazione ideale di bellezza. Mentre l’altra tela è più carnale: è una giovane donna, un’effigie in chiave mitologica, semivestita, con la mano a nascondere i seni nudi e potrebbe rappresentare una cortigiana, l’ideale dell’amore più terreno. Bellissime entrambe, una in ricche vesti, l’altra con un turbante dorato e poco vestita, posta davanti a un cespuglio di mirto, sono ornate però ugualmente di gioielli antichi. Ricordano entrambe, secondo la critica, per quel gesto di porre la mano al seno, la statua classica della Venere pudica. La dea, pronta a farsi il bagno, sembra coprirsi, accennando un gesto di pudore che, invece, al contrario, rivela una seducente carnalità.

Dalle donne in pittura passiamo alle donne della letteratura, a Emma che è al centro della Tesi pubblicata qui questo mese (Università dell’Aquila, corso di laurea in mediazione linguistica, a.a. 2018/19). La protagonista del romanzo di Jane Austen viene analizzata partendo dal focus economico-giuridico del matrimonio, ma, come succede, lo spettro di osservazione si allarga e si aggiunge il desiderio, come scrive l’autrice che «lettori e lettrici abbandonassero l’idea di una Austen dedita solo a romanzetti dai finali smielati per riconsiderarla sotto un aspetto meno superficiale, ovvero come un’acuta osservatrice della società a lei coeva, un processo che ci aiuterebbe sicuramente anche nella comprensione delle dinamiche che regolano la società a noi contemporanea, a sostegno dell’idea secondo cui Austen sia una scrittrice sempre attuale».

Affascinanti le storie delle maestre vetraie che hanno ereditato, negli anni Venti del secolo scorso, dal padre, l’arte e l’officina per poi tramandarle sempre, fino ad oggi, in linea femminile. Bella anche la storia di Lavinia Fontana, un’artista diva, come viene nominata nel titolo dell’articolo a lei dedicato, cresciuta anche lei nella bottega paterna nel tardo cinquecento e capace di capolavori incredibili. Altro bell’incontro quello con Judy Chicago, un’artista che ha avuto il privilegio di essere nominata, nel 2008 dal Time Magazine tra le 100 personalità più influenti del mondo, «artista coraggiosa e spregiudicata, artefice di una rivoluzione artistica in senso femminile e femminista, in aperta sfida con un mondo, anche quello dell’arte, dominato da uomini», come recita all’inizio l’articolo che troverete in questo numero della rivista. Né sono da dimenticare le donne de fora tratte dallo studio dell’antropologo siciliano Pitrè nella sua fertile e antica terra.

Poi un tuffo nella letteratura. Si comincia a ritroso dal più vicino a noi, con un’analisi di Riccardino, ultimo romanzo di Andrea Camilleri, rivelatore delle sorti del commissario Montalbano e dato da tempo alla Sellerio (stupendo il negozio nel cuore della Kalsa a Palermo davanti al convento delle suore e a Piazza Bellini!) con la promessa di pubblicarlo postumo. Poi l’intervista impossibile a Ignazio Silone, il cantore di Fontamara, “socialista senza partito e cattolico senza chiesa” come amava definirsi.

Infine Cesare Pavese, morto suicida il 27 agosto del 1950 in una stanza al secondo piano dell’albergo Roma-Rocca Cavour, appena a un passo dalla stazione di Porta Nuova, a Torino. La solitudine di Pavese mi affascinava e nei ricordi d’adolescenza la sentivo mia, come sentivo miei la sua malinconia e il suo desiderio palese e umanissimo di compagnia e affetto, lui che era stato tradito e rifiutato più volte.

Così Cesare Pavese, l’uomo che aveva le Langhe nel cuore, sognava: “Traversare una strada per scappare di casa/ lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira/tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo/e non scappa di casa. /Ci sono d’estate/ pomeriggi che fino/ le piazze son vuote, distese/ sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge/ per un viale d’inutili piante, si ferma. / Val la pena esser solo, per essere sempre più solo? /Solamente girarle, le piazze e le strade /sono vuote. Bisogna fermare una donna/ e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte/ c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi/ e racconta i progetti di tutta la vita. / Non è certo attendendo nella piazza deserta/ che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade/ si sofferma ogni tanto. Se fossero in due, /anche andando per strada, la casa sarebbe/ dove c’è quella donna e varrebbe la pena. / Nella notte la piazza ritorna deserta/ e quest’uomo, che passa, non vede le case/ tra le inutili luci, non leva più gli occhi:/sente solo il selciato, che han fatto altri uomini/dalle mani indurite, come sono le sue. /Non è giusto restare sulla piazza deserta. / Ci sarà certamente quella donna per strada/ che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa”. (da Lavorare stanca, 1936)

Buona lettura a tutte e a tutti.

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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