Judy Chicago. Dedicato a tutte le donne

Immaginiamo di essere a New York, di voler visitare il Brooklyn Museum e arrivare al quarto piano. Veniamo introdotti nel mondo di Judy Chicago,  nominata nel 2008 da “Time Magazine” una delle 100 personalità più influenti al mondo, artista coraggiosa e spregiudicata, artefice di una rivoluzione artistica in senso femminile e femminista in aperta sfida con un mondo, anche quello dell’arte, dominato da uomini.

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Judy Chicago

Nata a Chicago, Illinois, il 20 luglio 1939 Judith Sylvia Cohen dopo la formazione artistica a Los Angeles debuttò con opere astratte di successo come ad esempio Rainbow Pickett e Bigamy Hood, sperimentando varie tecniche nell’ambito della performance art diffusa a partire dagli anni Sessanta. Il suo obiettivo era, ed è, quello di colmare il divario esistente con il mondo dell’arte maschile realizzando opere del tutto al femminile che diventassero contemporaneamente il manifesto del movimento femminista attivo dai Sessanta ai Settanta del XX secolo e atto di ribellione concreto contro il dominio maschile. Divenne così la portavoce delle donne in un mondo dominato dagli uomini e la scelta di cambiare il cognome in Chicago, in omaggio alla sua città, rappresentò un passo in questa direzione.
«Sono io a determinare la mia identità» aveva dichiarato in un’intervista e infatti, rifiutando i cognomi ereditati dalla sua famiglia e dal marito, aveva compiuto un gesto dirompente nei confronti della società patriarcale e delle implicazioni culturali che essa portava con sé.
Nel 1970 creò un programma di arte femminile nel college di Fresno in California e, l’anno successivo, al California Institute of the Arts, incontrò Miriam Schapiro, anche lei pioniera del movimento artistico femminista nordamericano.

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Miriam Schapiro

Dalla loro collaborazione nacque Womanhouse, un laboratorio creato in un vecchio edificio abbandonato e interamente ristrutturato dalle esponenti del gruppo. Diventò uno spazio artistico aperto a tutte le donne nel quale ciascuna poteva dare liberamente il proprio contributo secondo le competenze individuali: pittura, scultura, cucito, ricamo, ceramica uscendo così dai ristretti spazi ricavati saltuariamente nelle loro abitazioni e iniziando a superare lo stereotipo della divisione tra alta cultura (pittura, scultura) e bassa (porcellana, ricamo, decorazioni) di solito di pertinenza delle donne.

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Womenhouse

Fu questo il laboratorio anche e soprattutto ideologico in cui vide la luce The Dinner Party, un’opera realizzata tra il 1974 e il 1979 con il contributo di circa 400 persone tra tessitrici, ricamatrici, pittrici, scultrici, ceramiste, che si consideravano finalmente artiste e non più artigiane: «Gli uomini facevano arte, le donne artigianato. Negli anni Settanta il movimento artistico femminista sfidò questa gerarchia» affermò Judy Chicago.
Un’opera pensata da una donna, dedicata alle donne di tutti i tempi cancellate o dimenticate dalla storia e alle quali l’autrice ha voluto restituire memoria, come dichiarò in una intervista: «…quante donne hanno lottato per diventare importanti o sono state in grado di far conoscere le loro idee, a volte di fronte a ostacoli schiaccianti, solo per avere i loro successi faticosamente guadagnati emarginati o cancellati».
Giungendo al quarto piano del museo, nel corridoio di accesso alla sala di esposizione, visitatori e visitatrici sono accolti da sei arazzi realizzati personalmente da Judy Chicago dipinti nei colori rosso, bianco, nero e oro secondo una tecnica in uso nel Rinascimento e arricchiti con motivi floreali, triangolari e farfalle astratte. Temi, immagini e colori che introducono all’opera vera e propria: una imponente tavola imbandita per un banchetto di sole donne!
Nel tentare di descriverla credo sia doveroso evidenziare il fatto che una trattazione globale non possa rendere piena giustizia alla complessità di un’ opera che ha richiesto anni di studio e ha impegnato centinaia di persone per almeno cinque anni, tanto che ogni postazione, personalizzata con immagini e simboli della donna alla quale è dedicata, meriterebbe una descrizione specifica.

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The Dinner Party

The Dinner Party crea certamente un forte impatto visivo: un’enorme tavola sontuosamente apparecchiata per 39 commensali, di forma triangolare, i cui lati misurano ciascuno 14 metri circa, e che poggia su una base di circa 2300 mattonelle di porcellana, anch’esse triangolari. Ogni lato del tavolo è allestito con 13 postazioni, ciascuna delle quali comprende un tovagliolo e una tovaglia  rifiniti con orlo ricamato in oro; sulla stessa tovaglia il nome del soggetto cui è dedicata è finemente ricamato ed essa è ulteriormente personalizzata con decorazioni e materiali che richiamano le caratteristiche culturali e ambientali dell’epoca in cui visse la donna. Completano la postazione posate, calice e piatto in ceramica. E proprio le decorazioni dei piatti, uno diverso dall’altro naturalmente, rivelando la volontà dell’autrice di rompere il tabù dell’iconografia vulvare nell’arte suscitarono la profonda indignazione di parte dell’opinione pubblica americana, ma non solo americana, che catalogò l’opera come pura pornografia, un affronto alla virtù e modestia delle donne americane. Secondo molti altri pareri autorevoli invece The Dinner Party rappresenta uno dei capolavori del secolo.
Un’opera che, al di là della bellezza e dell’accuratezza dei pezzi che la compongono, è densa di riferimenti simbolici, una miscela di sacro e profano, a partire dalla forma triangolare del tavolo come triangolare era il noto simbolo femminista fatto con le dita, ed esibito nelle manifestazioni che contraddistinsero gli anni Sessanta e Settanta; ma anche triangolo equilatero come simbolo di equità, di parità. Le 13 postazioni per ogni lato rimandano ai 13 commensali dell’Ultima Cena, mentre negli Arcani Maggiori dei Tarocchi il 13 è il numero che corrisponde alla Morte, intesa come trasformazione, rinnovo e inizio di un nuovo cammino; lo stesso numero 39 è il risultato di 13 per 3. Ma ora è il momento di dedicarci alle protagoniste, alle donne dimenticate.
Chicago spiegò di aver scelto, dopo un lungo lavoro di ricerca, donne che hanno dato un contributo utile alla loro società, che hanno cercato di migliorare la vita femminile e hanno fornito un modello, un esempio per un futuro basato sull’eguaglianza.
Il punto di partenza è il dato cronologico: percorrendo tutto il perimetro del tavolo si incontrano donne di tutte le epoche a partire dalla preistoria, anzi dal mito, fino all’età contemporanea: dalla Madre Terra, la n. 1, la sacra entità femminile creatrice della Terra e delle sue forme di vita primordiali, a Georgia O’Keeffe, la n. 39, considerata da Judy Chicago come la madre del movimento artistico femminista, ovvero «la madre di tutti noi».

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Georgia O’Keeffe

Sul primo lato del tavolo sono quindi collocate figure appartenenti all’età mitologica fino alla Roma classica: la Madre Terra; la dea della fertilità; la dea dell’amore babilonese Ishtar; la dea Kali; la dea Madre della civiltà minoica; Sofia, la personificazione biblica della saggezza; le Amazzoni; la regina egizia Hatshepsut; la nobile Giuditta di Betulia; Saffo; l’insegnante di retorica e filosofia Aspasia di Mileto; Boadaceia, regina guerriera dei Celti; l’astronoma e matematica Ipazia.
Si prosegue con personalità dell’età del Cristianesimo fino al XVII secolo: la matrona romana Marcella; santa Brigida d’Irlanda; l’imperatrice Teodora; Hroswitha o Roswitha, prima poeta tedesca; Trotula, medica della scuola di Salerno; Eleonora d’Aquitania; la monaca cristiana Ildegarda di Bingen; la prima irlandese morta sul rogo Petronilla de Meath; la scrittrice e poeta Cristina da Pizzano; Isabella d’Este; Elisabetta I; la pittrice Artemisia Gentileschi; Anna Maria van Schurman, filosofa e scienziata olandese.
L’ultimo lato è dedicato all’età della Rivoluzione americana e della Rivoluzione delle donne: la teologa inglese Anne Hutchinson; Sacajawea, nativa americana della tribù degli Shoshoni; l’astronoma e matematica Caroline Herschel; Mary Wollstonecraft, considerata la fondatrice del femminismo liberale; Sojourner Truth, sostenitrice dell’abolizionismo e dei diritti delle donne negli Usa; Susan Brownell Anthony, attivista statunitense e pioniera dei diritti civili; la medica britannica Elizabeth Blackwell; la poeta Emily Dickinson; Ethel Smith, compositrice e attivista nel movimento delle suffragette britanniche; Margaret Sanger, infermiera e attivista per i diritti legati alla contraccezione; Natalie Barney, scrittrice e poeta; Virginia Woolf; Georgia O’Keeffe.
Ma non è ancora finita! I nomi di altre 999 donne sono stati scritti a mano, nei colori dell’oro, sulle mattonelle luminose poste sul pavimento: ognuna di esse ha degli elementi in comune con le 39 commensali e i loro nomi vogliono essere testimonianza del contributo femminile al progresso dell’umanità. Le loro storie, i collegamenti con le commensali e le difficoltà che hanno dovuto affrontare nella vita sono presentate con collage, foto e testi colorati  manualmente su alcuni pannelli che fanno parte dell’esposizione.
E all’uscita visitatori e visitatrici possono fare la conoscenza delle artiste che hanno collaborato alla realizzazione di The Dinner Party fermandosi di fronte ai pannelli dove sono elencati i loro nomi e dove sono presenti fotografie che le ritraggono in vari momenti delle rispettive lavorazioni.
Judy Chicago ha ricevuto numerosi riconoscimenti, le sue opere sono state presentate in moltissimi musei e istituzioni prestigiose non solo americane. Nel 2019, anno del suo ottantesimo compleanno, è stata organizzata una retrospettiva a Gateshead in Inghilterra, effetto di una rivalutazione internazionale delle sue opere. La mostra britannica ha permesso di ripercorrere l’evoluzione artistica di Chicago dai temi prevalentemente femministi ai quali sono seguiti nel tempo quelli legati all’emergenza ambientale e all’estinzione come The End: a Meditation on Death and Extinction ovvero una serie di immagini, manufatti di vetro e porcellana dipinti che rappresentano riflessioni sul tema della morte del genere umano e di tutte le specie viventi.

Foto 6. The End
The End: a Meditation on Death and Extinction

Per saperne di più:
https://www.brooklynmuseum.org
I. SESLER, Numeri e conoscenza:simboli, energie e significato dei numeri, 2005
D. TENNANT, It Happened in Houston: Judy Chicago’s The Dinner Party at UH Clear Lake in Arts and Culture Texas, 19 luglio 2018
M. CORGNATI, Artiste: dall’impressionismo al nuovo millennio, 2004
S. MONK KIDD, L’invenzione delle ali, 2014

 

 

Articolo di Marina Antonelli

zjHdr1YM.jpegLaureata in Lettere, appassionata di ricerca storica, satira politica e tematiche di genere ma anche letteratura e questioni linguistiche e sociali, da anni si dedica al volontariato a favore di persone in difficoltà ed è profondamente convinta dell’utilità dell’associarsi per sostenere i propri ideali e cercare, per quanto possibile, di trasformarli in realtà. È autrice del volume Satira politica e Risorgimento. I giornali italiani 1848-1849.

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