La suite francese di Irène

«Gli eventi gravi, felici o meno, non cambiano la natura di un uomo, ma la definiscono, come un colpo di vento, spazzando all’improvviso le foglie morte, rivela la forma di un albero; mettono in luce ciò che era rimasto in ombra; danno allo spirito l’inclinazione che d’ora innanzi seguirà. »

Nata in Ucraina nel 1903, in una famiglia ebrea, Irène Némirovsky, ha vissuto gran parte della sua breve vita in Francia, pubblicando quindi le sue opere in lingua francese. Nei suoi pochi anni di attività letteraria ha pubblicato alcuni romanzi di successo, tra cui David Golder del 1929, Jezabel del 1936, Il signore delle anime del 1939 e, ultima pubblicata in vita, I cani e i lupi del 1940.Tuttavia, il suo vero capolavoro è considerato Suite Francese: quella che avrebbe dovuto essere una serie di cinque romanzi, di cui Irène è riuscita a scriverne solo due prima di morire.

A soli 39 anni, dopo aver completato Tempesta in giugno e Dolce, tra il 1941 e il 1942 fu deportata dagli occupanti nazisti nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, dove perse la vita il 17 agosto del 1942.
L’opera fu composta a Issy-l’Évêque ed era frutto di un ambiziosissimo progetto: per Irène i cinque romanzi avrebbero dovuto seguire dei movimenti musicali e ritmici, essere divisi e unitari allo stesso tempo, come una sinfonia.

«Se conoscessi meglio la musica, credo che questo potrebbe aiutarmi. In mancanza della musica, quello che al cinema si chiama ritmo. Insomma, preoccuparsi da una parte della varietà e dall’altra dell’armonia.»

La prima sezione, Tempesta in giugno, tratta dell’esodo da Parigi verso il Sud della Francia, nei giorni in cui il Paese cadde sotto l’occupazione tedesca.
Nel romanzo che apre la serie, ci si trova immersi in un appassionante intreccio di storie e di vite, di tragedie personali che hanno come sfondo crisi collettive, tra le avventure della famiglia notarile Péricand, uno scrittore e la sua amante, i piccolo-borghesi Maurice e Jeanne Michaud, uno scapolo incallito, molto snob, di nome Charlie Langelet e una miriade di comparse che danno colore al mosaico e scoprono la molteplicità delle forme, come fa dire allo scrittore Gabriel Corte.

«Te l’ho sempre detto, non dai abbastanza peso alle comparse. Un romanzo deve assomigliare ad un viale pieno di sconosciuti, in cui passano solo due o tre creature che conosciamo a fondo, non di più. Prendi certi scrittori, come Proust: hanno saputo utilizzare le comparse. Se ne servono per umiliare, per sminuire i personaggi principali. Niente di più salutare, in un romanzo, di questa lezione di umiltà inflitta ai protagonisti. Pensa, in Guerra e pace, alle contadinelle che attraversano la strada davanti alla carrozza del principe André ridendo e la prima immagine che ne hanno è quella di lui che parla con loro, alle loro orecchie; nello stesso tempo la visione del lettore si allarga, non c’è più un singolo volto, una sola anima, si scopre la molteplicità delle forme».

I protagonisti della Tempesta in giugno tendono a non incontrarsi mai o a incrociarsi appena, ma attraverso i loro drammi personali, i conflitti interiori, le contraddizioni dell’essere rappresentano il caos e la paura vissuti da tutti i parigini.

«È risaputo che l’essere umano è complesso, molteplice, diviso, misterioso, ma ci vogliono le guerre o i grandi rivolgimenti per constatarlo. È lo spettacolo più appassionante e terribile, pensò ancora; il più terribile perché è il più vero: non ci si può illudere di conoscere il mare senza averlo visto nella tempesta come nella bonaccia.»

Nel secondo movimento della sinfonia, Dolce, l’ambientazione si sposta invece a Bussy, un villaggio in cui regna la quiete, almeno per i primi mesi di occupazione, che sembra ricordare Issy-l’Évêque, dove l’autrice si era rifugiata con la sua famiglia. La trama principale del romanzo ruota intorno alla figura di Lucile Angellier, sposata con un prigioniero di guerra, e alla sua travolgente storia d’amore con Bruno von Falk, un ufficiale tedesco.
Si scopre anche un legame tra gli Angellier e i Michaud, ma molti fili dell’intreccio rimangono in sospeso proprio a causa dell’incompiutezza del progetto finale dell’opera.

«Tra di loro vi era un mondo di sfumature inquiete, inespresse, qualcosa di fragile come un prezioso cristallo che una parola sarebbe bastata a spezzare. Lui forse ne era consapevole, si fermò infatti con lei solamente per un breve momento. Si tolse il cappello, le prese le mani. Prima di baciarle, appoggiò per un istante su di esse la gota, con un movimento dolce e imperioso insieme. Una presa di possesso? Un tentativo di apporre su di lei, come un sigillo, il fuoco di un ricordo? 《Addio》le disse 《Addio, non la dimenticherò mai.》Lei non rispose. Guardandola vide che aveva gli occhi pieni di lacrime. »

Le successive tre parti sopravvissero solo sotto forma di appunti incompleti e disordinati nei quaderni di Némirovsky: sappiamo che si sarebbero dovute chiamare Captivitè, Baitalles e La Paix, ma degli ultimi due progetti esistono solo i titoli.
Le pagine scritte febbrilmente da Irène prima della deportazione sono rimaste sottochiave in un baule, dimenticate per mezzo secolo, finché sua figlia Denise Epstein non le ha portate alla luce e Denoël, nel 2004, non ha pubblicato l’opera.
Nella storia reale come nel romanzo l’umanità stava sprofondando nel suo lato più oscuro, nel cieco egoismo e nella banalità del male.

«Gli uomini non valgono molto, e la sconfitta risveglia il loro lato peggiore.»

Questo mondo parallelo in cui si intrecciano sentimenti, fantasie, paure e bagliori di speranza potrebbe aver costituito l’ultimo conforto, l’ultimo tentativo di evasione e rifugio dell’autrice, prima della sua, da lei stessa prevista, tragica fine. Eppure, così come nella vita reale la deportazione mise un punto a questa storia, così nel romanzo la partenza per il fronte russo preannuncia l’inizio di una guerra devastante e l’avvento della sanguinaria follia nazista, che distrugge anche gli ultimi semi di speranza.

Due giorni prima del suo arresto, in una delle sue ultime lettere, scritta all’amico direttore letterario dice: «Caro amico… non mi dimentichi. Ho scritto molto. Saranno opere postume, temo, ma scrivere fa passare il tempo».

Recensione suite

 

Articolo di Emma de Pasquale

82266907_464813557755100_6601637314051440640_nEmma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è laureata in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente frequenta la magistrale in Italianistica all’Università Roma Tre. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...