Teresa Sarti Strada, la giusta

“Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano –
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena –
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano.”

Emily Dickinson, Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi (n. 919)

Questi i versi a firma di Emily Dickinson, signora della poesia che per lungo tempo è stata (s)oggetto di mistificazioni, come ben osserva Sara De Simone nel suo ultimo articolo volto a correggere il tiro della narrazione mainstream che ancora oggi ritrae la poeta come «un essere incorporeo, lontano, irraggiungibile», e ancora «una donna tutta spirito, eterea, diafana, vergine, che vestita di bianco attraversa il pianerottolo della casa di famiglia di Amherst, in Massachusetts, per rinchiudersi nella sua camera, con lo scrittoio di ciliegio e la cassapanca in cui nasconde le poesie». In casa ci si chiude veramente: nel 1867, all’età di trentasette anni, decide di allentare i suoi contatti con il mondo e di ricevere gli ospiti di là da una porta socchiusa. «Non si trattava di rifiuto degli altri, né di mistica sottrazione al mondo» tuttavia, precisa De Simone, quanto una solitudine legata e necessaria all’atto stesso del pensare o ri-pensare il mondo attraverso una prospettiva altra e diversa, privata se volete, eppure così universale, perché obliqua nel tenere insieme alto e basso, aulico e prosaico, felicità e dolore, vita e morte. Se Dickinson ha tradotto in parola il comune sentire dell’essere umano nel miracolo che è la sua poesia, secondo una scelta uguale e contraria, la straordinaria donna protagonista del nostro racconto ha fatto dell’impegno umanitario il fulcro della propria esistenza. In entrambi i casi (ci) hanno salvato, con le parole e con i gesti.

Undici lunghe primavere sono passate da quando Teresa Sarti Strada è venuta a mancare al nostro amore e a quello del marito, Luigi Strada, detto “Gino”, con il quale ha dato vita a Emergency, oltre che alla loro creatura Cecilia. Chi l’ha conosciuta, la ricorda come una donna che fra le tante cose, era soprattutto una donna di pace. Non a caso il centro di cardiochirurgia inaugurato assieme al marito nel maggio del 2007 in Sudan si chiama “Salam”, ossia pace in arabo. Un concetto di pace molto concreto che si colloca e si sostiene su un posizionamento, uno sguardo e ancora un progetto visionario in nome di diritti che dovrebbero essere fondamentali e che ancora oggi rimarcano il confine tra la civiltà e la barbarie: il diritto alla salute, in primis, per ogni singolo essere umano al mondo, senza discriminazione alcuna. Nata a Sesto San Giovanni il 28 marzo 1946, laureata in Lettere Moderne all’Università Cattolica di Milano, con una tesi sulla didattica della storia, inizia a insegnare nella scuola media statale Giolli, nel quartiere Bicocca di Milano, periferia in cui vive un sottoproletariato costituito in buona parte da immigrati provenienti dal sud del Paese, luogo in cui inizia a familiarizzare con le discriminazioni e le ingiustizie sociali, economiche e culturali. Nel 1979 sposa Gino Strada, studente di medicina e militante del movimento studentesco, il quale dopo la laurea inizierà a lavorare per la Croce Rossa. Ed è proprio al marito che Teresa manifesta la volontà di creare un presidio medico in zone di guerra. Da quell’idea nel 1994 nasce Emergency, di cui Teresa è la prima presidente. Continua a insegnare nelle scuole medie superiori, per poi trovarsi costretta ad andare in pensione perché il ruolo che ricopre è molto impegnativo. Tuttavia non smette mai di insegnare attraverso il suo esempio: dapprima si fa promotrice della campagna per la messa al bando delle mine anti-persona, di cui l’Italia è produttrice ed esportatrice nel mondo, poi organizza esposizioni di lastre e fotografie scattate da medici e paramedici nei luoghi di guerra per accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica sugli orrori della guerra, e le diffonde nelle scuole, luogo che ella ritiene essere il punto di partenza per migliorare il mondo. Alla stregua di questo progetto si inserisce il fumetto, protagonista Lupo Alberto, il cui motto significativo è «Sopra la guerra c’è chi campa, sotto la guerra c’è chi crepa». Poi ancora, firma le campagne volte a diffondere una cultura della pace in Uno straccio di Pace (2001) e Fuori l’Italia dalla guerra (2002), sostenendo l’idea che la pace non si costruisca solo manifestando contro la guerra, ma fornendo prospettive reali alle persone, garantendo a tutti in primo luogo un tetto sicuro e un lavoro, e con essi il diritto alla salute. E questo si può attuare, portando la sanità di eccellenza nei luoghi più remoti del mondo, quelli più vessati dalla povertà e dalle guerre. Un’idea che si concretizza a Kartum, nei cui ospedali vengono garantite cure gratuite per donne e bambini, in Africa come in Afghanistan, e in altri sedici paesi. Garantire i diritti praticandoli, questo il modo di fare politica di Emergency – una politica neutra, quasi una contraddizione in termini, una posizione non caso e non poche volte invisa a destra e sinistra – che però dal 1994 a oggi ha curato dieci milioni di persone. Numeri che per il peso specifico dell’opera che portano in sé, schiacciano quelli ancora più esorbitanti che si spendono – che anche l’Italia spende – per l’acquisto delle vili armi. Chi conosceva in prima persona Teresa Sarti, dicevo, ricorda le sue parole «La guerra è scandalo, e dunque intollerabile. Ogni vittima ci riguarda, tutti, sempre», parole che fanno eco alla penna morantiana che nel suo capolavoro denunciava la Storia, con la esse maiuscola, quella dei vincitori e degli oppressori a discapito dei più deboli, «Uno scandalo che dura da diecimila anni».

Di fronte alla «banalità del male», del massacro e dell’orrore della guerra, la presidente di Emergency non ha mai rinunciato alla sua fiducia nell’altro e nell’altro da sé, nella possibilità di un mondo migliore: «Emergency esiste perché tantissime persone non si girano dall’altra parte di fronte a chi soffre». Se moltissime persone oggi non sono indifferenti alla barbarie, se non diventiamo insensibili all’orrore è anche grazie alla sua umanità. Teresa muore di cancro nella sua casa di Milano il primo settembre 2009: oggi è celebrata tra le tredici donne che hanno fatto l’Italia, cittadina onoraria di Pontedera e insignita del premio Art. 3 «Per il suo impegno quotidiano volto a sollevare dal dolore le vittime della guerra e i meno fortunati».

Eppure Gino Strada la ricorda come una donna, alla quale non piacevano gli onori. E se grazie non possiamo più dirglielo in presenza, possiamo esserle grate e grati per quello che Emergency fa oggi – curare una persona ogni due minuti –, per quello che farà domani, e magari per quello che faremo noi stessi, forti del suo esempio. «Se ciascuno di noi facesse il suo pezzettino» diceva sempre «ci troveremmo in un mondo più bello senza neanche accorgercene». Del resto, come scriveva oltre un secolo prima Emily Dickinson, «La competenza dei salvati / dovrebbe essere l’arte – di salvare».

Articolo di Eleonora Camilli

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Eleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS ‒ Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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