I lenzuolini di Venezia

La parola scivola, dolcissima, su quella “elle evanescente” che poche persone, al di fuori di Venezia, sanno pronunciare e che è inutile tentare di scrivere con grafia diversa dall’originale. I nizioleti, in veneziano “lenzuolini”, sono le iscrizioni murali indicanti la toponomastica urbana, collocate sui muri della città a caratteri neri su rettangoli candidi, come piccole lenzuola da culla. Si incontrano a ogni angolo di strada: lungo le calli, le fondamente, le salizade, nei campi e campielli che altrove si chiamano “vie” e “piazze”. Fanno parte del paesaggio urbano e sono inseparabili dai muri e dai masegni della pavimentazione, ritmano i percorsi su e giù per i ponti, fra un canale e un altro, come segni d’interpunzione che ci fanno meglio comprendere Venezia.
Come altrove, anche la scrittura dei suoi toponimi ha avuto origine all’inizio dell’Ottocento, con Napoleone e poi con la dominazione austriaca. È il mezzo, insieme ai documenti di identità, con cui lo Stato ha imposto il proprio controllo sulla popolazione: una volta stabiliti con esattezza nome cognome e recapito, è impossibile sfuggire alla tassazione e all’arruolamento militare. Così a Venezia, come nelle altre città, due secoli fa i muri si sono ammantati di nomi che quasi sempre ricalcavano quelli vecchi e popolari, con cui la gente aveva denominato i propri luoghi e che sono rimasti per la maggior parte immutati.

Foto1_SantaMariaNova1972.2
Campo Santa Maria Nova, 1972

A Venezia i nizioleti sono sentiti come cosa viva e attuale, al punto da suscitare polemiche. Sono scritti in veneziano e non mancano i puristi che discutono sulla grafia più adatta e “originale”, e che, addirittura, clandestinamente ne correggono l’ortografia, adattandola a quella che (nella loro fantasia, spesso digiuna di rigore filologico) sarebbe quella “vera”. Ma stabilire cosa sia vero e cosa no è piuttosto arduo: la scrittura in veneziano dei nizioleti non sembra trovare conferme storiche poiché in molte fotografie ottocentesche questi appaiono in italiano, e in italiano erano scritti durante il fascismo, dunque la restaurazione della presunta lingua originale, avvenuta dopo il 1945, non sembra basarsi su fondamenta troppo solide. Ma tant’è: i nizioleti sono in veneziano, soprattutto sono di chi a Venezia ci abita, e guai a toccarli.
Nella città lagunare la vox populi è talmente viva che alcuni luoghi hanno ricevuto una nuova intitolazione ufficiale, più aderente alla consuetudine quotidiana: per esempio, il ponte San Giovanni Grisostomo, chiamato popolarmente “dei zogatoli” per via del negozio di giocattoli che vi si è affacciato per decenni, sfoggia da due anni un nuovo nizioleto aggiornato, che veneziane e veneziani sembrano gradire molto. Il negozio non c’è più e io lo ricordo con nostalgia, ma alla finestra del primo piano c’è ancora un papero, uno dei nipotini di Paperino, costruito con il Lego e considerato un monumento a tutti gli effetti, al punto che una pagina facebook su Venezia, voce militante ma romantica, amorevole ma critica della Laguna, è firmata da un Quo Libero che ricorda un Pasquino romano in versione Terzo millennio. Ma, a parte questo esempio, permane la tradizione toponomastica plurisecolare e alcuni toponimi sono difficili da interpretare per chi arriva a Venezia da turista: chi sospetterebbe, infatti, che dietro il nome della chiesa di San Marcuola si celino i santi Ermagora e Fortunato? E che i santi Giovanni e Paolo siano riassunti in San Zanipolo?

Foto2_Ponte dei zogatoli
Quo sul ponte dei Zogatoli

Non mancano le osservazioni critiche: le lettere dei nizioleti sono dipinte direttamente sui muri, con l’ausilio di mascherine metalliche che dovrebbero garantirne profili e dimensioni costanti, ma spesso gli esecutori materiali incaricati dal Comune non hanno che competenze da imbianchini e ignorano le regole basilari della composizione tipografica compromettendone la leggibilità.
La forma delle lettere ricalca grosso modo quella che doveva essere poco più di duecento anni fa, ispirata alla tipografia francese del tardo Settecento (la breve presenza Napoleonica ha comunque lasciato il segno), ma anche le sagome metalliche reperibili in commercio sono mutate nel corso degli anni e ora risalire a una forma originaria è quasi impossibile. D’altro canto il problema sussiste più o meno dappertutto: a Roma, per esempio, le targhe stradali in marmo, ben più durature dei nizioleti, imitano alla meno peggio i primi esempi, francesi anch’essi, che ancora rimangono in rare vie del centro.
Data la tecnica esecutiva, inoltre, moltissimi nizioleti sono scrostati e scoloriti, spesso di difficile decifrazione, e la cittadinanza se ne lamenta perché, pur conoscendo Venezia come le proprie tasche e non avendo bisogno di indicazioni, li vive come ornamenti e non ne tollera la sciatteria e l’incuria.
Probabilmente queste osservazioni risulteranno poco importanti, meri sofismi grafici, ma quella delle lettere è una forma tout-court che, non diversamente dagli edifici, dovrebbe rispettare i contesti.

Foto3_Frari
Un nizioleto rinnovato con scarso successo. La nuova versione, contestatissima a causa dell’italianizzazione della parola “parrocchia”, è anche impaginata in modo del tutto improvvisato e dilettantesco

Per chi gira la città da turista, i nomi possono dire poco perché diverse calli e campi si chiamano allo stesso modo: si contano non meno di trentun calli del Forno, sedici del Magazen, quindici calli di mezzo, sette ponti Storto e via discorrendo; ma i numeri civici si riferiscono ai sette raggruppamenti dei sei sestieri e della Giudecca e, negli indirizzi ufficiali, i nomi delle strade non compaiono neppure. Dunque la toponomastica di Venezia non è molto pratica per chi non vi risiede, ma per il sentire popolare la funzionalità è davvero poco importante.
I nizioleti celano talvolta storie inquietanti. Per citarne una sola fra le tante, la riva de Biasio prende il nome da un luganeghèr (salumiere) o oste cinquecentesco, tale Biagio Cargnio, che là — secondo una tradizione tutt’altro che documentata — produceva e vendeva i suoi manufatti, fra cui un delizioso sguazzetto di carne, che però si rivelò di bambini. Scoperto e denunciato, Biasio sarebbe stato giustiziato con pratiche piuttosto splatter, com’era in uso a quei tempi. La Serenissima avrebbe inflitto al luganeghèr anche la damnatio memoriae, ma la memoria popolare fu più forte e duratura, e l’orrendo Biasio entrò nella toponomastica.
Chi volesse approcciare i nomi e le storie raccontate nei nizioleti, potrebbe sfogliare i quattro bei volumi, pubblicati dal quotidiano Il Gazzettino nel 2012, I nizioleti raccontano, scritti da Piero Zanotto e disegnati da Paolo Piffarerio. Le storie sono godibilissime e fanno opera divulgativa svelando i misteri di toponimi altrimenti poco chiari.
I nomi della tradizione fanno spesso riferimento a mestieri o a famiglie, più di rado a singole persone e, come altrove, le donne non compaiono spesso, sebbene nel 1582 il Veronese avesse raffigurato, in una enorme tela collocata in palazzo Ducale, sul soffitto della sala del Maggior Consiglio, la Serenissima in trionfo proprio con fattezze femminili: una matrona altera circondata in ardita prospettiva dalle allegorie dell’Onore, della Pace e della Fedeltà, al cospetto della venezianità tutta, dalla nobiltà al popolino (guardato a vista, però, da armigeri a cavallo).
Le leggi della Serenissima erano più eque verso le donne che altrove. Nei secoli del suo splendore, a Venezia le donne gestivano attività, producevano, amministravano, studiavano: qui visse la prima laureata europea, Elena Lucrezia Cornaro Piscopia; qui esistevano conventi di monache prosperi e potenti che davano lavoro a molte persone; qui la figlia di Marco Polo, Fantina, trascinò in tribunale il marito che aveva osato rubarle i beni. La memoria spicciola, che ama il pettegolezzo piccante, conosce bene le storie di Giacomo Casanova e delle sue innumerevoli amanti, e la fama delle cortigiane veneziane è stata ammantata di uno splendore non del tutto attendibile. Ma anche la prostituzione, di bordo più o meno alto, ha lasciato tracce vistose perché la morale veneziana, piuttosto pragmatica, dava ampio spazio al business di ogni genere: così compaiono la calle delle Belle donne, quella delle Carampane (ovvero prostitute anziane che esercitavano presso il palazzo (ca’) della famiglia Rampani), il ponte delle Tette (ove — si dice — il governo faceva esibire prostitute a seno nudo per “convertire” gli omosessuali, quelli sì additati alla riprovazione popolare).  Le questioni di sesso, nella Serenissima, appaiono oggi improntate a disincantato pragmatismo liberal e si ricorda che moltissimi personaggi scomodi alla Chiesa trovarono in Laguna libertà d’azione (Giordano Bruno fu invece riconsegnato per direttissima all’Inquisizione, ma solo perché, a quanto pare, aveva intrecciato una storia con la dogaressa…).

Foto4_Trionfo di Venezia
Paolo Caliari detto il Veronese, Il trionfo di Venezia, 1582, Venezia, Palazzo Ducale

Secondo il censimento di Toponomastica femminile, a Venezia 269 strade sono intitolate a donne. Tra queste, 49 a madonne; 88 a sante; 44 a religiose; 22 a figure leggendarie; 37 a personaggi, anche collettivi, della tradizione; una sola a un’artista: la grande Rosalba Carriera.
Non mancano, fortunatamente, le ricerche e le iniziative sullo studio e la divulgazione della conoscenza delle donne veneziane, come il bel volume Storia di Venezia città delle donne. Guida ai tempi, luoghi e presenze femminili della Consulta delle Cittadine del Comune di Venezia, con un preciso e approfondito testo storico di Tiziana Plebani, edito da Marsilio nel 2008. E per far conoscere la presenza femminile veneziana a partire dai toponimi, poi, la cooperativa Limosa organizza visite guidate in giro per la città alla ricerca dei loro nizioleti.

Foto5_Tette
Ponte de le Tette

Quale sarà il futuro dei lenzuolini parlanti e delle loro storie? A confronto con gli altri problemi di Venezia, questa parrebbe una domanda oziosa. Senza voler citare, una volta tanto, il riscaldamento globale che sommergerà la città, i contestatissimi tentativi di arginare l’acqua alta con tecnologie miliardarie e non abbastanza sperimentate, la riduzione della Serenissima a parco a tema, l’espulsione degli e delle abitanti, l’esplosione del turismo mordi-e-fuggi, la metastasi dei bed-and-breakfast più o meno legali, la fuga del lavoro verso la terraferma, l’invasione soffocante dei colossi galleggianti, probabilmente i nizioleti diventeranno ancora più scadenti e dimenticati. Gli edifici lagunari che li ospitano da oltre due secoli sono ben più vecchi di loro, le/i residenti debbono pur poter vivere in case confortevoli e moderne, e aria condizionata, elettrodomestici, impianti a norma devono trovar spazio nella città antica. Nel pianeta controllato dai satelliti e letto con gli smartphone, la cartografia perderà la carta e loro, i lenzuolini bicentenari, rimarranno solo a far colore locale, magari affiancati da QR code ben più utili ai turisti.
Ma la toponomastica è vita e memoria, e la sua scrittura è cultura materiale. Forse è possibile un progetto della città che tenga conto, oltre che delle sacrosante necessità delle e degli abitanti, anche di un uso nuovo, insieme colto e utile, dei vecchi lenzuolini, magari rinnovati con tecnologie innovative ma rispettose di forme e contenuti, perché lasciar marcire la toponomastica è come bruciare i libri.

* * * * *

Alcune pagine facebook dedicate ai nizioleti:
https://www.facebook.com/groups/nizioleti
https://www.facebook.com/masegni
Il sito della cooperativa Limosa, che organizza visite veneziane tra le quali anche quelle ai nizioleti:
https://www.limosa.it/

Articolo di Mauro Zennaro

RXPazl9rMauro Zennaro è grafico e insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e la chitarra in una blues band.

4 commenti

  1. L’identità unica di una città viene raccontata nella storia, i nizioleti sono parta integrale del racconto storico. Cambiarli, “italianizzarli”, è deturpare la loro identità unica e modifichi la loro sonorità quando li leggi.

    "Mi piace"

    1. Nell’articolo non propongo certo di tradurre in italiano i testi dei nizioleti. Tutt’altro! Ma il fatto che esistano grafie diverse e contrastanti, benché tutte considerate “autentiche”, sottolinea il problema. Che è poi il problema delle lingue non nazionali (i cosiddetti “dialetti”, che sono lingue a tutti gli effetti), che potrà essere risolto solo se e quando saranno esperti/e di linguistica, filologia ed etimologia a definire le grafie esatte. Ma ci sarà sempre qualcuno/a che avrà da ridire…

      "Mi piace"

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...