La stregoneria a Brescia e la vicenda di Benvegnuda Pincinella la “strega di Nave”

A Brescia e dintorni il cristianesimo si afferma e si diffonde con difficoltà, incontrando decise resistenze, e la storia della lotta alle eresie e dell’Inquisizione s’intreccia strettamente a quella della lotta alla stregoneria, che si sviluppano entrambe sullo sfondo di contrasti e tensioni fra potere laico ed ecclesiastico, potere centrale e potere locale. Nel 1220, in occasione della sua incoronazione imperiale a Roma, Federico II (1194-1250) emana la Costitutio in basilica beati: chi è eretic* è dichiarat* infam* e mess* al bando, i suoi beni confiscati e la prole esclusa dai diritti di successione. Nello stesso anno i domenicani giungono a Brescia, su richiesta del vescovo Alberto da Reggio (?-1246), investito dal pontefice di ampi poteri nella lotta contro l’eterodossia. Nella città tutta l’aristocrazia consolare è duramente colpita, in seguito alla duplice offensiva sferrata da Federico II e da papa Onorio III (?-1227) nel 1224-1225. Benché alcune delle torri delle famiglie nobili siano state già abbattute, Onorio vuole ora che altre siano rase al suolo, specialmente quelle delle famiglie Gambara, Mosi, Ugoni, Bottazzi, né più siano riedificate, a monito e testimonianza della pazzia ereticale e della “giusta” repressione. Nel 1230 il podestà di Brescia, Proino degli Incoardi, nel suo giuramento d’insediamento, s’impegna a infliggere a chi è eretic* il bando perpetuo e ricercarl* e catturarl* a spese del Comune. Per chi è condannat* dal vescovo è previsto il rogo e, per la prima volta, un podestà promuove, sotto la propria responsabilità, la ricerca d’ufficio di chi è colpevole, su denuncia del vescovo. Fra il 1234 e il 1249 sorge, in prossimità delle mura meridionali della città, il convento domenicano, che ospita in un piccolo chiostro la sede dell’Inquisizione. Nel 1251 il comune di Brescia si accolla le spese per il mantenimento e la sorveglianza di eretic* e streghe, il primo tribunale ecclesiastico entra in funzione nel 1277 e, tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, si sviluppa un’ampia azione inquisitoria, che si risolve tuttavia con una sola condanna a morte. Fino al XIV secolo la Chiesa presta poca attenzione alla magia e alla stregoneria, reati esclusi dalla giurisdizione dell’Inquisizione, salvo che non emergano forme palesi di eresia. Le pene comminate dalla Chiesa consistono in penitenze, ma, in seguito, la situazione cambia radicalmente e l’Inquisizione provoca centinaia di vittime. Nel 1426 Brescia passa sotto il dominio della repubblica di Venezia e nel 1454 arriva in città fra Giacomo Pietri o De Petris (XV secolo-post 1470), teologo e inquisitore capo della Lombardia, che entra in contrasto con i rappresentanti del Doge, dando inizio a un rapporto assai teso fra i domenicani locali e il potere laico, che permane per tutta la durata della caccia alle streghe (1486-1518). Dopo poche settimane dal suo arrivo, Pietri sottopone al Comune un lungo elenco di eretic*, uomini e donne, da sottoporre alla pena capitale, a spese dell’ente municipale, che tuttavia rifiuta il ruolo subordinato di esecutore e giudica infondate le accuse. Questo episodio è l’inizio di un braccio di ferro tra potere laico locale, supportato da Venezia, e l’Inquisizione. Nel 1458 si raggiunge una parziale tregua: le udienze pubbliche sono sospese e il popolo deve partecipare allo spettacolo del rogo, rappresentativo del riavvicinamento tra i due poteri. Le tensioni fra domenicani e governo si erano già allentate in precedenza con il placet del Comune, grazie anche all’esecuzione di due streghe, Chiarina e Guielma, decapitate e bruciate in piazza davanti a migliaia di persone. Alla fine del XV secolo si diffondono in città profezie apocalittiche e un clima di sospetto generalizzato, che trovano espressione nell’imposizione di segni infamanti, marcatori sociali per gli emarginati: ebre*, prostitute, eretic* e sospette streghe. Dal 1479 eretic* e streghe presunte sono tenut* a indossare, davanti alla chiesa parrocchiale, la “pazienza”, un indumento di foggia ecclesiastica, senza maniche e aperto ai lati. Il maggior cacciatore di streghe nel Bresciano è il Provinciale di Lombardia dell’Ordine dei Predicatori, Antonio Petoselli. La sua prima vittima, nel 1480, è Maria la Medica che, secondo quanto risulta dai verbali degli interrogatori, esercita il mestiere di guaritrice  in una spelonca, sotto la guida di un certo Lucibello, chiamando innumerevoli volte il demonio in suo aiuto per curare chi è stregat*. Maria rinnova molto frequentemente il suo patto con Satana, sacrificando can*, gatt*, galline e perfino cristian*. È inoltre accusata di avere stregato una trentina di bambin*, lasciandone morire la metà e guarendone, per denaro, l’altra metà con una contro-fattura da lei stessa preparata, nonché del peccato capitale di lussuria, reso ancor più grave dal suo essere attempata e dunque non feconda. Dopo aver letto pubblicamente la sentenza e aver mostrato Maria alla folla, l’inquisitore la fa segregare a vita nella torre della Pallata, luogo di prigionia delle donne.

Pallata
Malleus Maleficarum

La vicenda di Maria è rappresentativa di quella che Luisa Muraro definisce la «pericolosità sociale» delle streghe, che emerge, tra gli altri, anche dal Malleus Maleficarum (Il martello delle Streghe), pubblicato per la prima volta a Strasburgo nel 1486-1487.

L’accusa maggiore rivolta alle streghe è di insidiare la vita e in particolare la procreazione e questo avviene nel momento in cui la società europea prende coscienza della mortalità infantile come male sociale, non considerandola più naturale e inevitabile, e vede il sapere e il potere della strega come turbative alla «buona generazione», fondata sulla complementarità tra un corpo femminile fecondabile e la paternità; per questo il sapere della donna sterile costituisce una minaccia sociale.

Dopo la bolla contro le streghe di Innocenzo VIII (1432-1492) del 1484, destinata specificamente all’area germanica ma estesa anche all’Italia settentrionale, l’intervento dell’Inquisizione diviene più intenso e capillare e si concentra, con una violenza prima mai dispiegata, sulla lotta alla stregoneria. Nel 1485 fra Antonio Petoselli si reca in Valcamonica dando inizio alla caccia alle streghe, una delle più grandi e intense serie di processi in Italia.

Streghe in Valcamonica

Ne cattura diverse, ma il braccio secolare prende tempo e non esegue le condanne. Un delegato di Petoselli si reca quindi dal doge a perorarne la causa, e questi invia l’ordine di sostenere l’azione dell’Inquisizione ai rettori bresciani, che però temporeggiano ulteriormente e chiedono di sottoporre i verbali processuali a esperti di diritto e d’inquisizione. In base all’esame dei documenti, il prelato Nicolò Franco (1425-1499), il doge Marco Barbarigo (1413 ca-1486), e tutto il senato stabiliscono che la situazione di emergenza giustifica l’azione inquisitoria, che deve pertanto continuare. Anche la ragion di stato contribuisce alla decisione della Serenissima; Venezia ha da poco firmato un trattato di pace con il ducato di Milano e le è stata revocata la scomunica papale, inoltre, l’intervento dell’Inquisizione in una valle di confine rappresenta un utile strumento di controllo e intimidazione sociale.
A Brescia il provvedimento non è recepito dalle autorità cittadine e lo stesso vescovo, Paolo Zane (1460-1531), si mostra stupito per la caccia alle streghe in Valcamonica, scatenata senza la sua autorizzazione. Il braccio di ferro tra Brescia e i domenicani, sostenuti dal Papa, continua e trova conclusione solo quando Antonio Petoselli accusa come unico responsabile della diffusione della stregoneria il dottor Alberto de Alberti, consigliere del podestà bresciano, letterato, umanista e corrispondente e amico di Laura Cereta (1469-1499). A questo punto Venezia difende esplicitamente De Alberti e rifiuta ogni intromissione, ma la persecuzione continua, senza che la città lagunare possa impedirla, mentre l’opinione pubblica locale si spacca tra filo-domenicani e laici convinti. Nel 1505 presso Cemmo, in Valcamonica, vanno al rogo sette donne e un uomo, nel 1510 presso Edolo, sempre in Valcamonica, sessanta streghe sono condannate dal vescovo di Brescia Paolo Zane con l’accusa di aver arrecato siccità e fatto ammalare persone e animali con i loro malefici. Nei primi mesi del 1518 approdano in Valle cinque inquisitori inviati dal vescovo, che tra giugno e luglio mandano al rogo tra le sessantadue e le ottanta streghe, tra cui, il 17 luglio 1518, otto donne di Pisogne, località sulla riva nord-orientale del lago d’Iseo, in prossimità dell’imboccatura per la Valcamonica, in cui serpeggia la rivolta dei contadini, esasperati per il comportamento dell’Inquisizione. Venezia cerca di tenere sotto controllo sia la diffusione della stregoneria, sia l’opera dei tribunali dell’Inquisizione e il Senato decide di limitare i poteri dei tribunali ecclesiastici, esercitando un effetto moderatore sulla caccia alle streghe. Secondo la relazione di un informatore della Serenissima, trascritta nei diari di Marin Sanudo o Sanuto (1466-1536), nel 1518 in Valcamonica sarebbero già state mandate al rogo sessantaquattro persone, uomini e donne, e 5000 si troverebbero in prigione con l’accusa di stregoneria, sulla base di procedimenti scorretti e torture eccessive, e si ipotizza che i metodi usati dagli inquisitori possano produrre menzogne. In effetti, in età moderna la tortura costituisce normale metodo d’interrogatorio e le dichiarazioni rese de plano – senza tortura – devono essere confermate da quelle rese sotto tortura, e viceversa. L’estensore della relazione dichiara che don Bernardino Grossi, vicario dell’Inquisizione, avrebbe impedito a lui e a molte altre persone di incontrare le condannate di Pisogne il giorno precedente l’esecuzione, e che, durante la lettura della sentenza, diverse donne avrebbero dichiarato che l’inquisitore aveva promesso di liberarle nel caso avessero confessato, sottolinea la crudeltà del supplizio inflitto, ma conclude affermando che alcune di esse sono veramente streghe, che «si accoppiano con il demonio sopra la croce».             Il giorno successivo Benvegnuda Pincinella (1458 ca-1518) espia definitivamente il peccato di stregoneria, a sessant’anni di età. Originaria di Nave, paese poco lontano da Brescia, la donna è già stata condannata nel 1509 per il medesimo reato; nella dichiarazione che nel 1518 monsignor Zuane de Stephani, curato e presbitero della chiesa di Santa Maria in Nave, rende all’inquisitore, la ricorda proprio nel 1509, all’indomani della condanna, seduta sui gradini della chiesa del paese, singhiozzando e supplicando il perdono. Tuttavia, benché la donna pratichi i sacramenti, compresa la confessione, e nonostante la diffida dopo la prima condanna, continua a praticare la magia. Le grandi abilità di Benvegnuda che briga e disbriga incantamenti, lega e slega matrimoni, libera dalle possessioni, cura i dolori intestinali, confeziona cataplasmi, debella infezioni, ne fanno una figura molto richiesta non solo fra gli strati umili della popolazione, ma anche fra i potenti. Come lei stessa dichiara, a lei accorrono «signori, gentilomeni, citadini et mercadanti, et artefici et populari, et altre persone» e si trova dunque al centro della società, come dominatrice della vita, della morte e di tutte le forme di guarigione, e si appropria del ruolo tradizionalmente attribuito ai medici, dei quali, anzi, afferma di essere migliore. Con il suo potere e la sua immaginazione, questa «intellettuale del corpo e del “cuore”», questa strega si pone al fianco e al pari di medici e anatomisti, minandone e minacciandone l’auctoritas e il potere, creando a una nuova forma d’intellettuale; per questo va combattuta e fisicamente eliminata. Nel 1509 Benvegnuda Pincinella cura e guarisce la figlia del podestà di Brescia, Sebastiano Giustiniani (1459-1543), dichiarando di avere appreso l’arte da un tale Zulian o Giuliano, omonimo del santo ospedaliere protettore di malati e guaritori, che aiuta i fedeli morsicati da serpenti o con ferite profonde. L’omonimia del consigliere diabolico e del santo non è casuale, come non lo è la circostanza che la donna nelle sue invocazioni si rivolga alle divinità cristiane, ai martiri, ai santi, denotando una «continuità fra un rituale religioso e un rituale che rispecchia un’altra interpretazione del corpo e della società». Benvegnuda avrebbe incontrato Zulian molti anni prima, recandosi in una notte di fine settembre a uno zuogo, gioco, oppure ballo lungo gli argini del fiume Mella, presieduto da una «signora del gioco», che indossa un abito di ricco velluto nero. La donna, accortasi durante gli amplessi che lo sperma di Zulian era freddo, avrebbe sospettato della natura diabolica del partner e avrebbe pertanto, invano, deciso di troncare ogni contatto con lui. In realtà, lui le si sarebbe nascosto in una gamba e le avrebbe perfino fatto visita in carcere, prima della sua esecuzione. I sabba, secondo le deposizioni raccolte dall’Inquisizione, sono molto frequenti, si svolgono prevalentemente di giovedì, e se ne trova traccia perfino nella letteratura popolare e nei dialetti. Il mantovano Teofilo Folengo (1491-1544), usa il termine zubiana, per indicare la «donna del giovedì», strega che galoppa fra le nubi, dopo essersi cosparsa di unguento. I «giovedì delle quattro tempora» – periodo rituale di astinenze e digiuni che cadono il mercoledì, il venerdì e il sabato precedenti la seconda domenica di Quaresima, la prima dopo Pentecoste, la terza di settembre e dell’Avvento – sono una sospensione, una giornata libera da tabù cristiani. In particolare la zobia, legata alla fertilità d’erbe, d’uomini e animali, accentua la carica erotica dei ritrovi in campagna e in boschetti isolati e assume una connotazione magica. Il prevalere del culto per la materialità e il corporeo della zobia induce gli inquisitori a identificare questo rito della cultura materiale con messe nere di devozione al demonio, mentre in realtà si tratta, semplicemente, del lato popolare e sommerso della religione cristiana, impostasi con sincretismo. Nel giugno 1518 un vicino di casa, Benvegnudo da Pontevico, denuncia Benvegnuda Pincinella come strega all’inquisitore padre de Maziis, accusandola di avere scatenato tempeste dannosissime per i raccolti e partecipato ai sabba sul monte Tonale, in Valcamonica. Durante l’istruttoria di questo processo indiziario l’inquisitore sente altri testimoni; la figlia di un certo Antonio de Comini, Pasquina, cui Benvegnuda ha curato e guarito la madre grazie a una visita a distanza, Zuan Francesco de Tolinis, notaio di Gussago, paese alle porte di Brescia, che si è fatto fare una fattura d’amore, monsignor Zuane de Stephani, curato e presbitero della chiesa di Santa Maria in Nave, che accusa la sua parrocchiana della contravvenzione alla sentenza del 1509, che la diffidava dalla pratica delle arti magiche. Non solo la donna non è pentita, anzi è recidiva; libera dalle possessioni, procura aborti e confeziona filtri d’amore. Sommersa da questa mole d’indizi, Benvegnuda, il 24 giugno 1518, è arrestata e incarcerata, senza che le siano notificati i capi d’accusa, e il giorno successivo cominciano gli interrogatori. La donna ritiene di essere stata arrestata per aver esercitato l’arte medica e si giustifica addossando ogni colpa all’ex podestà di Brescia, che, chiamandola al capezzale della figlia, ne avrebbe legittimata l’attività, ma l’inquisitore, sulla base delle testimonianze raccolte, le contesta con successo il carattere non episodico, bensì continuato e ripetuto del reato. L’inquisita confessa quindi la sua permanenza di due mesi presso i conti di Lodrone, per curarne il figlio, con cui non solo ha contravvenuto al divieto di «far la medica», ma anche al domicilio coatto impostole dalla stessa sentenza. A questo punto non mancherebbero elementi per condannarla, ma l’inquisitore le offre la possibilità, che lei rifiuta, di trovarsi un avvocato difensore e le concede tre giorni di tempo per preparare la propria difesa.

Angelo Caroselli. La negromante, XVII secolo. Foto di Claudia Speziali

Nel frattempo, la giuria dei probiviri, composta di tre religiosi e tre laici, tutti uomini, si riunisce a esaminare gli incartamenti del processo e, alla presenza di sei frati predicatori, l’ufficiale del tribunale, il vicario dell’inquisitore e il notaio – nuovamente tutti uomini – giudica l’imputata recidiva del reato di eresia e colpevole di tradimento della religione cattolica, deliberandone la consegna al braccio secolare, che ha il compito di eseguire la sentenza del tribunale ecclesiastico dell’inquisizione. Benvegnuda Pincinella è arsa viva su una pira di legna alla base della colonna di San Marco, che fino agli inizi dell’Ottocento occupava lo slargo nord-orientale di Piazza della Loggia a Brescia.

Piazza della Loggia in una stampa del 1750. Foto di Claudia Speziali

Articolo di Claudia Speziali

mbmWJiPdNata a Brescia, si è laureata con lode in Storia contemporanea all’Università di Bologna e ha studiato Translation Studies all’Università di Canberra (Australia). Ha insegnato lingua e letteratura italiana, storia, filosofia nella scuola superiore, lingua e cultura italiana alle Università di Canberra e di Heidelberg; attualmente insegna lettere in un liceo artistico a Brescia.

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