Il corpo e gli abiti

L’abito è strumento fondamentale per la relazione tra il corpo individuale e il mondo sociale. Essere parte di un gruppo implica abitudini consolidate che si manifestano anche nelle modalità del vestire. Si può studiare la storia seguendo le mode.
Nei tempi andati stoffe, fogge e pratiche differenti indicavano gruppi territoriali, sociali e religiosi diversi: dai vestiti e dai copricapi era possibile comprendere l’origine, l’età, lo status di una persona. In epoche in cui le lingue rappresentavano barriere, il linguaggio dell’abito comunicava in modo immediato e comprensibile.
Nel mondo interconnesso questo non è più necessario ma, come avviene per ogni forma di comunicazione, anche per l’abbigliamento variabile, determinante continua ad essere la situazione sociale: il luogo, il momento e lo scopo del nostro stare insieme.
Che cosa significa ‘comunicare’? «Dischiudere uno spazio comune di relazione tra interlocutori/trici»: si tratta di una prassi di responsabilità e di riconoscimento reciproco, di una prospettiva che rifiuta l’idea dell’individualismo come stella polare dell’etica. Ascoltare, capire, dialogare, mediare: l’arte della comunicazione è complessa come è complessa la polis.
Un parametro importante, per i vestiti come per le parole, è costituito dal grado di formalità della situazione per cui — in una scala — si contrappongono i registri formali a quelli informali. La scala è codificata da indicazioni più o meno esplicite che regolano le interazioni: chiacchierare al bar, tenere una lezione a scuola (e quale scuola), fare un’arringa in tribunale sono attività che richiedono messe in opera differenti delle possibilità offerte dalla lingua. Dote grande è la flessibilità.
Anche nelle società più aperte ci si esprime diversamente non solo scrivendo o parlando, ma parlando in un incontro d’amore o in una riunione di condominio, rivolgendosi a un superiore o a un compagno, a un/a vecchio/a o a un/a bambino/a. Ci si veste diversamente a un matrimonio o a una gita, in casa o in ufficio: non solo per comodità, ma per adesione alle norme non scritte che ogni comunità si dà per evitare i rischi dell’anomia.
Il rispetto dei registri è un atto di cortesia che rende più umani i rapporti, oltre a essere una dimostrazione di intelligenza (l’intelligenza — anche tra gli animali — è per definizione la capacità di adeguarsi all’ambiente e alle circostanze). Chi non sa o non vuole usare i registri appropriati crea situazioni d’imbarazzo e disagio, può ferire o offendere.
Non è solo una faccenda di educazione formale, non è solo bon ton ed è tutt’altro che ipocrisia.
Il leaderismo finto-plebeo congiunto al voyeurismo televisivo ha forgiato negli ultimi decenni una rozza mitologia della spontaneità, per cui l’abolizione dei freni inibitori si gabella per rivincita delle persone umili o per rifiuto del perbenismo; ha costruito una falsa immagine della libertà, troppo spesso scambiata con la licenza. Scandalizzare a tutti i costi, provocare per il gusto di farlo è invece il comportamento tipico di chi è debole e non ha argomenti. Intercetta pulsioni elementari ma non ha la forza di cambiare la realtà, anche se si camuffa dietro il comodo paravento dell’apertura mentale, dei costumi evoluti, della strizzata d’occhio postmoderna.
Il confine tra formalità e informalità si può intrecciare con quello tra lecito e illecito.
In molte culture gli esseri umani nascondono, a seconda delle circostanze e per ragioni sociali, religiose, politiche, psicologiche, alcune parti del proprio corpo: l’abito è capace infatti di trasformare il corpo umano in una scacchiera di zone di repulsione e di attrazione.
La rigidità dei codici che regolano la visibilità fisica si è spostata oggi dalle divisioni fra classi sociali alle divisioni fra culture. Spesso tendiamo a ricondurre i canoni dell’appropriatezza dei nostri corpi alla libera scelta, mentre condanniamo i corpi altrui al regime della discriminazione.
Se il vestiario crea un gioco di alternanze tra copertura e scopertura, questo gioco è orientato ovunque secondo il genere, a ribadire l’identità tra fatto biologico e fatto sociale: il corpo femminile genera una matrice di senso che è concepita come diversa da quella maschile e che è fondata non tanto sul corpo che si veste, quanto sulla reazione altrui al suo vestire.
Ritenute responsabili dell’ordine morale e quindi continuamente sotto osservazione, le donne sono protagoniste principali di un processo per cui si disegna sui loro corpi la linea simbolica di demarcazione tra privato e pubblico, accettabile e non accettabile.
Nelle laiche società contemporanee d’Occidente il diverso standard fra i generi si è man mano affievolito e si limita oggi alle differenze anatomiche più rilevanti: ad esempio non è più “spudorato” mostrare le gambe in pubblico né per una donna né per un uomo, mentre permane quasi sempre la differenza relativa al seno.
Ogni cambiamento diventa moda, ma quest’ultima si evolve molto più rapidamente per la popolazione femminile, che non a caso segue le tendenze fashion con un’ansia maggiore.
Come Coco Chanel, in anticipo sui tempi, aveva liberato le nostre ave dalla schiavitù del vitino di vespa, così Mary Quant, nel vento della contestazione, liberò noi dall’imperativo della gonna al ginocchio. Libertà: dei corpi e degli spiriti. «Io sono mia», gridavamo nelle piazze. Era una rivendicazione che riguardava non la singola donna e il suo destino ma la polis intera, il controllo pubblico sui corpi sessuati.
Adesso ci accorgiamo di subire forme di controllo non meno insidiose, non meno costanti. Non più la religione di un dio maschio ma quella del neutro denaro nella società secolarizzata. Meno brutale, più accattivante. Meno visibile, più subdola.
Come accade per ogni moda, quella che era spontaneità dissacrante è diventata dopo un po’ il frutto di un’attenta regia pianificata a freddo da parte di chi ne ricava profitto e sa che il processo di allineamento è un processo a spirale, in cui il comportamento della singola persona è rafforzato da quello altrui fino a creare conformismo.
Quella che era istanza di liberazione è diventata commercializzazione della sessualità. La nudità non ha più valore trasgressivo mentre il potenziale erotico dei corpi si desensibilizza. Il decisivo territorio della sessualità è il terreno principale del riaddomesticamento del femminile neoliberale. Ogni operazione commerciale può esser ricondotta all’alveo di un preteso femminismo, purché sia dotata del marchio della libertà di scelta individuale, da parte di un ego avulso dal contesto, ossia del contrario della critica al patriarcato che ispirava il femminismo.
Ogni società insegna ai propri membri a usare il proprio corpo. Una volta il potere interveniva sui corpi nelle scuole, nelle caserme, nei monasteri, nelle prigioni attraverso regimi disciplinari; oggi la loro docilità è garantita dalle tecnologie da un lato, dal consumismo e dalla pubblicità dall’altro. Sono messaggi che fanno molto di più che vendere prodotti: sono incaricati di fornire criteri di autovalutazione che i/le destinatari/e interiorizzano.
Il modello vincente è arrivato alle più giovani senza alcun filtro. Sono convinte di vestire come vogliono, ma è sufficiente andare all’uscita da una scuola per notare un’omologazione complessiva fin dalle elementari. Sono convinte di agire per il proprio piacere, ma se esce con la pancia scoperta a metà dicembre il nostro corpo non prova piacere. Sono convinte di scegliere, ma se pagano i jeans stracciati più di quelli integri non è per gusto personale ma per pressione di un’industria che non sa più cosa inventare per spingerle agli acquisti.
Corpi femminili e merci sono inglobati in un medesimo sistema di segni, la pubblicità è eloquente. Si chiama consumismo ed è il potere assoluto che oggi domina il mondo. A differenza dei poteri che l’hanno preceduto non costringe con la forza ma con la seduzione. Il vantaggio eterno del seduttore è che chi viene sedotto non solo non si accorge di una costrizione ma ne è entusiasta.

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: “C’è differenza. Identità di genere e linguaggi”, “Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo”, “Viaggio nel paese degli stereotipi”.

2 commenti

  1. articolo moralista, oggi in occidente uomini e donne vestono liberamente, come vogliojo, chi sta in minigonna è persona libera come chi indossa i pantaloni o gonne lunghe

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  2. articolo moralista, oggi in occidente uomini e donne vestono liberamente, come vogliono, chi sta in minigonna è persona libera come chi indossa i pantaloni o gonne lunghe

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