Lise Meitner, la fisica

«La vita non deve essere necessariamente facile, basta che non sia priva di contenuto»: è sempre stata una delle mie frasi preferite quando ancora non conoscevo chi l’avesse pronunciata. Che io non lo sapessi – certamente una lacuna nel mio bagaglio culturale – è parzialmente dovuto al fatto che in ogni ambito del sapere le donne hanno subìto un processo di rimozione costante: la narrazione mainstream, infatti, a partire dalle antologie scolastiche, ci consegna una storia mutilata di figure femminili di prim’ordine. Oggi, tuttavia, le cose sono cambiate, o meglio, stanno cambiando: oltre trent’anni di critica femminista, varie forme di attivismo e associazioni – come la nostra – tengono alta l’attenzione sulla questione e restituiscono alla memoria collettiva l’operato delle donne che hanno contribuito in tutti i campi a migliorare la società attraverso opere, scoperte e invenzioni, a dispetto di quel monumento granitico e canonico che annovera nel sacro olimpo dei grandi nomi, per la maggior parte, uomini. Il settore scientifico è forse quello in cui l’agito femminile è rimasto più in ombra, vuoi perché da sempre considerato terreno maschile – mentre le discipline umanistiche più afferenti ad attività che convenivano alle donne in epoche passate. A fronte di questa panoramica quello che oggi possiamo fare è assumere un posizionamento altro e diverso, uno sguardo volto a restituire alle donne un posto che da sempre hanno occupato ma che era invisibile ai nostri occhi, al fine di ri-costruire una memoria in cui esse vivano come modelli concreti cui le giovani generazioni, ma non solo, possano ispirarsi per figurarsi ampi orizzonti e nuove prospettive lavorative, senza limite alcuno.

La straordinaria donna soggetto del nostro racconto – che si propone di contribuire al suddetto fine ultimo, come la serie in cui si inserisce – è Lise Meitner, fisica austriaca di famiglia ebrea, che è stata privata dapprima del permesso d’insegnamento all’Università di Berlino a causa delle sue origini – e costretta a emigrare in Svezia – poi del Nobel, andato al collega maschio Otto Hann – nonostante ella avesse fornito la spiegazione teorica della fissione nucleare. Di casi come questo, ossia di furti delle scoperte scientifiche realizzate da donne, ce ne sono a profusione. Come nota a ragione Sara Sesti nel suo ultimo volume che approfondisce la questione Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie, firmato assieme a Liliana Moro, «si tratta di quello che nei paesi anglosassoni è stato chiamato “effetto Matilda” – titolo che celebra nelle lettere del suo nome Matilda Gage, una delle prime attiviste americane per i diritti delle donne – un concetto definito negli anni Novanta del Novecento dalla storica della scienza Margaret Rossiter, per descrivere il lavoro misconosciuto di molte ricercatrici i cui studi sono stati ingiustamente attribuiti agli uomini, non a causa della loro scarsa qualità scientifica, ma per motivi di genere: da Trotula de Ruggiero, una delle Mulieres Salernitanae della famosa Scuola di medicina nata nel XII secolo. Divenuta medica e docente, Trotula scrisse e firmò opere che vennero attribuite ad un fantomatico medico “Trottus”, nelle trascrizioni successive alla sua morte, alle più recenti Mileva Marić- Einstein, Rosalind Franklin e Jocelyn Bell-Burnell e appunto Lise Meitner». Nata a Vienna il 7 novembre 1878, figlia dell’avvocato ebreo Philipp Meitner e di Hedwig Meitner-Skovran, frequenta le scuole medie, sostenendo dapprima l’esame per divenire insegnante di francese, una professione che conveniva alle figlie femmine di buona famiglia, per poi per poi proseguire da autodidatta e diplomarsi nel 1901 presso l’Akademisches Gymnasium di Vienna. Intraprende gli studi di fisica, matematica e filosofia all’Università di Vienna, seguita dall’autorevole professore e noto fisico teorico Ludwig Boltzmann, mostrando da subito interesse per la radioattività. Nel 1906 diviene la seconda donna a conseguire il Dottorato in Fisica con una tesi dal titolo Conduzione termica in materie eterogenee. Per seguire le lezioni di Max Planck, nel 1907 si trasferisce a Berlino, dove incontra il chimico Otto Hahn, con il quale inizia una collaborazione che sarebbe durata trent’anni. Nel laboratorio situato nelle cantine dell’Istituto di Chimica dell’Università di Berlino, locale originariamente adibito a lavori di falegnameria, figurava come “ospite non pagato”: non poteva pertanto entrare dall’ingresso principale né accedere alle aule e ai laboratori degli studenti, poiché all’epoca – e fino al 1909 – alle donne non era permesso di accedere all’università.

Nel 1909 Meitner e Hahn dimostrano il fenomeno del “rinculo atomico”, scoperto nel 1904 dalla fisica Harriet Brooks. Negli anni a venire individuano inoltre alcuni nuclidi radioattivi. Grazie a questi importanti contributi la notorietà di Lise Meitner nel mondo della fisica cresce tanto da consentirle di entrare in contatto con personaggi eminenti del settore, due su tutti: Albert Einstein e Marie Curie. Continua a lavorare gratuitamente nel nuovo Istituto di Chimica Kaiser-Wilhelm-Gesellschaft, fondato da Hahn, fino al 1913, quando finalmente diviene membro scientifico retribuito. Durante la Prima Guerra Mondiale lavora come infermiera di radiologia per l’esercito austriaco in un ospedale militare del fronte orientale. Nel 1917 Meitner comincia le ricerche che la conducono alla scoperta del Protoattinio. Nel 1926 diviene professoressa (fuori organico) di fisica nucleare sperimentale all’Università di Berlino, e vi resta fino al 1933, quando, a causa delle sue origini ebraiche, le viene ritirato il permesso d’insegnamento. Continua a lavorare al Kaiser-Wilhelm Institut finché nel 1938, a seguito dell’annessione dell’Austria alla Germania nazista, in quanto ebrea, anche se convertita al protestantesimo e cittadina tedesca, deve rifugiarsi in Svezia. Lì persegue nelle sue ricerche e assieme al collega Fritz Strassmann scopre che irradiando nuclei di uranio con neutroni lenti si sviluppa una sorta di deflagrazione.
L’11 febbraio 1939 sulla rivista Nature appare un articolo, scritto da Meitner assieme al nipote Otto Robert Frisch, fisico nucleare dell’Istituto di Niels Bohr di Copenaghen, intitolato Disintegration of Uranium by Neutrons: a New Type of Nuclear Reaction, nel quale si ponevano le basi teoriche per lo sviluppo sperimentale della fissione nucleare. Di idee pacifiste, Meitner rifiuta di fare ricerca per la costruzione di una bomba atomica, nonostante le ripetute richieste degli Stati Uniti. Nel 1945 Otto Hahn riceve il premio Nobel per la Chimica e nel discorso di accettazione non menziona il nome di Meitner. Dal 1947 Lise Meitner dirige il Dipartimento di Fisica Nucleare dell’Istituto di Fisica del Politecnico di Stoccolma e diviene, diremmo oggi, professoressa associata, in diverse università statunitensi.


Fino alla sua morte, avvenuta a Cambridge il 27 ottobre 1968, lo stesso anno in cui muore Otto Hahn, promuove l’uso pacifico della fissione nucleare. Come donna, non avrebbe potuto impiegare una tale scoperta per perpetrare la cultura mortifera della guerra: si batte invece per un uso luminoso e generativo di quella nuova forma di energia (nucleare), uno strumento di cui avvalersi non per dare la morte ma per dare vita a un mondo migliore. Di fatica le donne ne hanno sempre fatta molta, molto più degli uomini, per ottenere gli stessi risultati, quando non addirittura di migliori, come sosteneva con convinzione la cara estinta Franca Valeri: «La vita che non costa un po’ di fatica non è mai stata divertente. La fatica era ingegno, la fatica era invenzione, la fatica era amore. Non so come mi sia venuta in mente questa parola abbastanza magica, fatica, ma il mondo era più bello quando ce n’era molta». Ed è giusto che il mondo oggi riscopra la portata della fatica delle donne che hanno cambiato il mondo.

Articolo di Eleonora Camilli

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Eleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS ‒ Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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