Sì alla politica della propaganda

Il 20 e il 21 settembre 2020 gli italiani sono stati chiamati alle urne per il referendum costituzionale, saltato lo scorso 29 marzo causa pandemia di Covid-19, sulla riduzione del numero dei parlamentari da 630 a 400 alla Camera e da 315 a 200 al Senato che ha registrato la netta vittoria del Sì con il 69,64% dei voti contro il 30,36% del No. La riforma costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari era già stata approvata da tutti i partiti all’inizio di ottobre 2019 e bloccata, prima dell’effettiva entrata in vigore a gennaio 2020, dalle firme di 71 senatori che hanno reso necessario l’indizione di un referendum. Sponsor principale per il Sì Il M5S ovvero il padre di questa riforma e quindi l’unico partito a spendersi realmente in una martellante campagna referendaria che l’ha visto come protagonista principale. Per il Sì si sono schierati anche la Lega e, con più convinzione, Fratelli D’Italia. Stessa cosa per Forza Italia, anche se ha lasciato libera scelta agli elettori, mentre il PD, dopo un’iniziale contrarietà, ha deciso di salire anch’esso sul carro del Sì probabilmente per non compromettere l’alleanza con i pentastellati e quindi la stabilità del governo. Quindi riassumendo, i quattro principali partiti italiani uniti sotto la stessa bandiera. Per il No si sono schierati solamente realtà più piccole come +Europa e Azione oltre al movimento delle Sardine. Il punto fondamentale su cui tutti i partiti hanno fatto leva per promuovere il Sì è la riduzione dei costi della politica. Poco male che il risparmio sia stato quantificato in circa la metà di quello sbandierato sui media ovvero 57 milioni di euro all’anno pari allo 0,007% della spesa pubblica italiana che si traduce in circa 90 centesimi a testa l’anno per ogni italiano, in pratica un “caffè parlamentare” a testa. “Abbiamo più parlamentari di tutti gli altri paesi europei” è stato quindi il decisivo argomento. Peccato che, anche in questo caso, la verità è ben diversa. Già prima del referendum l’Italia era una delle nazioni europee con il minor rapporto tra popolazione e numero degli eletti e con l’approvazione al taglio piomba in fondo alla classifica con un misero 0,7%. “È comunque un primo passo” si è detto. Vero, peccato che il taglio non sia accompagnato da una riforma sistemica né preveda un progetto strutturato per il futuro. Per non parlare della banale ma importantissima differenza tra quantità e qualità: se 945 parlamentari risultano fannulloni non è portandoli a 600 che li rendiamo di colpo stakanovisti. L’unico dato certo è che perderemo i rappresentanti più piccoli, quindi la diversità e la ricchezza delle voci e delle istanze del territorio. Nel prossimo Parlamento il numero dei senatori calabresi sarà lo stesso dei senatori altoatesini nonostante la Calabria abbia circa il doppio degli abitanti del Trentino-Alto Adige. Trattandosi di una riforma costituzionale e visto il risultato molto combattuto dei precedenti referendum al riguardo, ci si aspettava un contrasto molto più marcato all’interno della politica e, di riflesso, tra gli elettori con un risultato in bilico e invece non è stato così. La vittoria del Sì è parsa fin dall’inizio inevitabile. Come mai quindi non c’è stato un equilibrio maggiore nel risultato di questo referendum nonostante le ragioni del Sì non fossero di certo così schiaccianti rispetto al No? Perché il referendum è stato vissuto come un regolamento di conti tra il popolo rabbioso e la politica nonostante di mezzo ci sia finito il Parlamento e, quindi, il popolo stesso senza nessun confronto costruttivo tra i benefici derivanti da un taglio del numero dei parlamentari, delle ripercussioni sul funzionamento delle Camere e del meccanismo di rappresentanza. Una richiesta di coraggioso e vuoto riformismo senza un vero progetto riformatore sullo sfondo da analizzare, un’autopunizione che gli stessi partiti si sono fintamente imposti pur di non perdere il consenso di quei cittadini ormai distaccati dalla politica e sempre più lontani dal sistema democratico. Punire la casta, mandarli tutti a casa, sfruttati contro privilegiati: un assist a porta vuota per i populisti nostrani cresciuti a pane e fake news, addestrati dai titoli di “Libero”, cullati dalle dirette Facebook di Salvini ed esaltati dalle urla in tv di Mario Giordano. Un sentimento di rivalsa figlio di una mentalità che individua il popolo come una totalità organica di alte qualità etiche a cui si contrappone l’inefficienza e la corruzione delle classi politiche rivendicando il primato al di sopra di ogni forma di rappresentanza e mediazione e cioè l’appello diretto al popolo senza mediazioni istituzionali contro l’intero establishment.
La politica è una cosa seria e il più delle volte le scelte impopolari sono le più sagge. Votare per risposte facili a quesiti complessi in preda a pulsioni irrazionali e, peggio, antipolitiche può portare danni difficilmente calcolabili.

Sitografia:
https://www.ilpost.it/2020/08/22/referendum-taglio-numero-parlamentari/
https://www.corriere.it/politica/20_settembre_20/referendum-ecco-tutte-ragioni-votare-no-7708d0dc-fb09-11ea-a2be-cc6f2f2b148b.shtml
https://www.internazionale.it/opinione/alessandro-calvi/2020/08/19/referendum-taglio-parlamentari

Articolo di Antonio Lupoli

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Pugliese ma romano d’adozione, è un atipico impiegato assicurativo accanito lettore con un curioso debole per la Geografia. Appassionato da sempre di musica, soprattutto rock, non ha ancora una preferenza netta tra i Beatles e i Rolling Stones. Di musica, così come di attualità e di calcio, scrive da anni articoli online. Nel tempo libero studia il francese e tifa Juve.

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