IO VOLERE IMPARARE L’ITALIANO: LIBRI dI TESTO E STEREOTIPI ETNICO-RAZZIALI

Lo stereotipo è un modello fisso di conoscenza e di rappresentazione della realtà; è un’opinione precostituita su individui, gruppi o oggetti. Etimologicamente, il termine deriva dall’unione di due parole greche: stereòs traducibile con rigido, stabile, solido e typos con tipo, modello. Tra i/le primi/e studiosi/e ad occuparsi sistematicamente degli stereotipi, la letteratura specialistica annovera lo psicologo sociale Gordon Willard Allport: l’autore statunitense li colloca nei normali meccanismi cognitivi della mente umana. La funzione principale degli stereotipi risiederebbe nella facoltà di semplificare e sistematizzare le differenze che incontriamo per renderle più accettabili: ridurre cioè la complessità del reale attraverso cognizioni che anticipano eventi futuri. La mente, pertanto, adotterebbe una strategia di semplificazione dei dati detta categorizzazione.  Per quanto tale strategia permetta alla mente di non essere travolta e bombardata dalla miriade di informazione in ingresso, non si può negare il rischio di generalizzazione che ne deriva: si tende, infatti, ad inserire nelle categorie precostituite un nuovo oggetto di cui si è fatta esperienza con la pretesa di universalizzarne conoscenze e valutazioni.  Allport ci mette in guardia dai processi di categorizzazione e generalizzazione in quanto producono valutazioni di tipo errato, detti biases che possono portare, talvolta, all’etichettamento (labelling) degli individui. Il meccanismo cognitivo di generalizzazione, infatti, diviene più complesso quando viene esteso a una classe di individui o gruppi sociali, favorendo, per esempio, infelici espressioni del calibro: gli insegnanti italiani sono tutti meridionali; i cinesi sono freddi e chiusi, i cinesi sono tutti uguali (sul popolo cinese, al quale va tutta la nostra solidarietà, si concentrano il maggior numero di stereotipi e false credenze!). Sempre la psicologia sociale spiega bene come lo stereotipo, una volta affermatosi, sopravviva nel tempo, nonostante la messa in discussione di evidenze di vario genere. Meccanismi inconsci, ci fanno privilegiare, per esempio, dati e fatti che confermano la nostra visione stereotipata della realtà rispetto a quelli che la smentiscono: viene spontaneo ritenere naturale la bravura di un calciatore argentino (sottolineandone il paese di provenienza), mentre i brillanti risultati di un atleta filippino li attribuiremmo ad un allenamento duro o ad un allenatore severo. Come sostenuto da Rupert Brown, nel suo volume del 1995, Prejudice: its social psychology, stereotipi e pregiudizi, sono frutto di categorizzazioni sociali che hanno lo scopo di suddividere gli individui in gruppi, delimitando il proprio gruppo di appartenenza (ingroup) dal gruppo esterno (outgroup).  Un potente meccanismo che cristallizza lo stereotipo, determinando reazioni infelici nel soggetto-bersaglio è la cosiddetta profezia che si auto avvera: se un/una bambino/a pensa, per esempio, che un/una coetaneo/a abbia determinate caratteristiche fisiche o psicologiche, lo/la tratterà di conseguenza. Ciò provocherà nel/la bambino/a determinate reazioni emotive che confermeranno lo stereotipo iniziale da parte del/la primo/a bambino/a. Il/la bambino/a discriminato/a svilupperà così un pregiudizio su se stesso. Varie ricerche condotte nel corso del XX secolo hanno confermato che gli stereotipi prendono forma sin dalle prime forme di socializzazione e che il linguaggio ne rappresenta la modalità privilegiata di trasmissione. Tuttavia, la maggior parte delle ricerche ha analizzato gli stereotipi negli/nelle adulti e/o adolescenti, soffermandosi solo successivamente sui/sulle bambini/e. Gli studi su questi ultimi hanno privilegiato approcci e metodologie differenti, focalizzandosi su aspetti multiformi: sociali, cognitivi, culturali. I risultati, però, sono andati in un’unica direzione, confermando la precocità con la quale il/la bambino/a comincia a sviluppare quel senso di appartenenza etnica che lo porterà ad elaborare stereotipi e pregiudizi, ma anche il senso di autostima. Negli anni Quaranta i coniugi psicologi Kenneth e Mamie Clark misero a punto una serie di originali esperimenti (Doll Test) per studiare come l’emarginazione fosse percepita dai/dalle bambini/e afroamericani/e a causa di stereotipi e pregiudizi razziali. Gli sperimentatori esaminarono 253 bambini/e di tale etnia di età compresa tra i tre e i sette anni, utilizzando quattro bambole identiche tranne che per il colore, al fine di valutare le percezioni razziale dei/delle bambini/e. Dei 253 bambini, 134 avevano frequentato scuole materne “non inclusive” in Arkansas, 119, invece, scuole integrate nel Massachusetts. A ogni bambino/a vennero mostrate le quattro bambole: due con pelle bianca e capelli biondi, e due con pelle marrone e capelli neri. Gli sperimentatori chiesero ripetutamente ai bambini con quale bambola meglio riuscivano ad identificarsi e con quale preferivano giocare. I tre quarti dei/delle bambini/e indicò la bambola bianca con i capelli biondi, assegnandole tratti positivi e scartò la bambola marrone con i capelli neri, assegnandole tratti negativi: numerosi bambini del campione avrebbe preferito nascere con la pelle bianca e, addirittura, i/le bambini/e con la pelle un po’ più chiara dissero di identificarsi con le bambole bianche. Gli sperimentatori conclusero che all’età di tre anni i/le bambini/e afroamericani/e si erano già formati un’identità razziale, attribuendo tratti negativi alla propria identità, danneggiandone, inevitabilmente, l’ autostima. L’esperimento mostra, pertanto, come i/le bambini/e esaminati avessero interiorizzato la bassa considerazione riservata al loro gruppo etnico dalla società in cui vivevano, arrivando a svalutare la propria persona e, talvolta, a percepire in modo discriminante la propria etnia. Soltanto a partire dai dieci anni di età gli/le stessi/e bambini/e avrebbero cominciato a prediligere i membri del proprio gruppo etnico. Anche studi successivi confermarono la natura sociale di stereotipi e pregiudizi, appresi dai/dalle bambini/e durante il processo di socializzazione. Sebbene l’esperimento non fu esente da critiche, soprattutto riferite alle modalità di conduzione dello stesso, il lavoro dei coniugi psicologi ebbe vasta eco e aprì la strada ad una serie di politiche educative basate sull’intercultura. Esse, insieme ai movimenti sociali e culturali degli anni Sessanta, determinarono una trasformazione all’interno delle scuole statunitensi, attraverso l’elaborazione di nuovi principi in ambito educativo. Successive ricerche evidenziarono, infatti, che i/le bambini/e afroamericani/e avevano una migliore visione del proprio gruppo etnico e una minore identificazione col gruppo dominante dei/delle bianchi/e. Chissà se gli autori e le autrici e gli editori e le editrici del testo, destinato alle prime tre classi delle elementari, intitolato Rossofuoco, hanno mai incontrato e fatto esperienza con il Test delle Bambole, test che negli ultimi anni è stato utilizzato anche in Italia (in considerazione dell’aumento globale dei fenomeni migratori) per studiare eventuali forme di razzismo. 

Nei giorni scorsi, il libro di testo è finito al centro di una polemica, partita e alimentata dai social, per via di una vignetta in cui un bambino chiede a una sua coetanea di colore: «Sei sporca o sei tutta nera?». Il paragrafo da cui è tratta la vignetta è intitolato Una nuova amica. In esso viene riportato un incontro tra il bambino bianco e quella di colore. Il bimbo racconta: «Mentre ero al parco e guardavo un insetto nelle terra, si è fermata una bambina accanto a me. Era piccola e tutta nera. Aveva delle buffe treccine sulla testa e degli occhi birbanti». Il bambino allora chiede: «Sei sporca o sei tutta nera?». Poi continua a raccontare: «Lei non mi ha risposto, ma ha fatto una capriola, allora ne ho fatta una anch’io, ma sono caduto tutto storto. Poi è venuta vicino a me». «Sei proprio nera», dice ancora il bambino. Raccontando come finisce l’incontro: «Lei ha sorriso ed è scappata via».

A dare il la all’animata discussione ci ha pensato Marwa Mahmoud, Consigliera comunale di Reggio Emilia e Presidente della commissione consiliare Diritti umani e pari opportunità. Nella sua pagina Facebook, la consigliera ha così tuonato: «Una narrativa inferiorizzante che accosta la pelle nera alla sporcizia è inaccettabile! È giunta l’ora di fare seriamente i conti con il colonialismo mai rielaborato e la percezione interiorizzata che ciò che nero è inferiore e male. La scuola oggi ha un ruolo ancora più rilevante che nei decenni passati, ha il dovere di educare alle diversità e alla ricchezza che da esse ne deriva». A dimostrazione di quanto tali pratiche diseducative e discriminanti siano ancora dure a morire, ci aveva già pensato, due giorni prima, un altro volume, sempre destinato a classi delle elementari, questa volta intitolato Le avventure di Leo. La pagina inquisita del libro di testo è quella utilizzata per i primi giorni di scuola, con un insegnante che porge il bentornato ai/alle bambini/e e chiede loro di dire cosa vorrebbero fare quest’anno, gli obiettivi cioè che vorrebbero realizzare. I/le bambini/e con la pelle bianca iniziano la frase correttamente, dicendo «Quest’anno io vorrei». L’unico bambino di colore rappresentato nell’immagine afferma, invece: «Quest’anno io vuole imparare italiano bene». 

Sembra quasi una parodia tratta dai film in bianco e nero del grande Totò! Anche in questo caso la partita si è giocata tutta a suon di social, con l’organizzazione no-profit Educare alle differenze che ha pubblicato l’immagine stigmatizzandone la carica razziale in essa contenuta. A seguire numerosi post di insegnanti e genitori/rici che hanno chiesto, imbufaliti/e, il ritiro del volume. Come da prassi sono arrivate le circostanziate scuse della casa editrice che ci ha tenuto a puntualizzare come il libro in questione è un progetto di «oltre 600 pagine e il messaggio veicolato è di totale inclusione». Nel post dell’editore si legge anche che il libro, in fase di ristampa, sarà modificato. Al post fa seguito la pubblicazione della nuova immagine contenuta nel volume futuro, in cui il bambino di colore afferma: «Quest’anno vorrei aiutare di più i miei compagni». Anche in questa imbarazzante vicenda, la classe politica si è pronunciata. Lo ha fatto per bocca di Davide Faraone, capogruppo al Senato di Italia Viva che, preannunciando un’interrogazione parlamentare alla Ministra Azzolina, sempre sui social, ha affermato: «Non c’è scusa che tenga da parte della casa editrice Raffaello. La scuola è una cosa seria e un libro di testo per i bimbi della seconda elementare non può avere una frase razzista e volgare come questa: Quest’anno io vuole imparare italiano. Quel libro di testo non va solo ritirato: quella casa editrice non può occuparsi della formazione dei nostri figli, delle scuse non ce ne facciamo niente. Pretendo chiarezza dal ministero dell’Istruzione e presento un’interrogazione su questa vicenda». In realtà, almeno formalmente, la politica italiana, già dal 1999 ha recepito il progetto della Comunità europea denominato Polite (Pari Opportunità nei LIbri di TEsto) con la stesura di un vero e proprio codice di autoregolamentazione per l’editoria scolastica. Nel codice viene esplicitata la scelta italiana, culturale oltre che politica, di lotta alla discriminazione, di contrasto agli stereotipi (manifesti e impliciti) e di promozione di testi scolastici attenti al linguaggio e alle immagini utilizzate. L’accordo del 1999 fu sottoscritto di concerto con L’Aie (Associazione italiana editori). È noto a tutti il bizantinismo della politica italiana che, alla forma non fa seguire la sostanza. Come già affermato sulle pagine di questa stessa testata, https://vitaminevaganti.com/2020/07/11/lucia-e-troppo-grassa-per-indossare-la-minigonna-libri-di-testo-e-stereotipi-di-genere/ la politica italiana, contrariamente a quanto accade in altri Paesi europei, non attua alcun controllo diretto o tramite terzi sui contenuti dei libri di testo, svuotando di fatto il progetto Polite delle sue prerogative. Le disavventure editoriali di questi ultimi giorni hanno fatto da sfondo, ad un altro episodio, altrettanto imbarazzante, che ha visto coinvolti illustri personaggi, club calcistici e Università per stranieri: l’esame “taroccato” del calciatore uruguaiano Luis Suarez finalizzato al superamento dell’esame di conoscenza della lingua italiana livello B1, grimaldello ulteriore per ottenere la cittadinanza italiana. Chissà come i miei giovani studenti e studentesse, parlanti fluenti non solo in italiano, ma di svariate altre lingue, hanno interiorizzato le disavventure del calciatore! Studenti e studentesse che aspettano di compiere i diciotto anni per giurare fedeltà alla Repubblica italiana! Studenti e studentesse che vivono sulla propria pelle gli stereotipi etnico-razziali a cominciare proprio dai libri di testo che anziché favorire il contatto tra gruppi di origine diversa, rafforza stereotipi radicati nel senso comune. La psicologia sociale e numerose pratiche educative (si pensi a tutti i progetti di intercultura presenti nelle aule scolastiche italiane già da diversi anni) ci restituiscono però, la felice convinzione che, per quanto radicati nella nostra cultura, gli stereotipi non sono immutabili. Solo il conoscere e incontrare l’altro (ma ciò dovrebbe avvenire in situazioni di uguale status) può liberarci da stereotipi etnico-razziali, arricchendoci e liberandoci da nuove e vecchie zavorre alimentate da una socializzazione scolastica nella quale i libri di testo fanno ancora la differenza. Libri di testo che si spera, d’ora in avanti, vengano prodotti prima e adottati poi con un’assunzione di responsabilità e di rispetto verso il diverso da sé.

Articolo di Modesta Abbandonato

Foto per presentazione.200x200

Docente abilitata in Filosofia e Scienze Umane, specializzata nel sostegno e nella didattica dell’italiano a stranieri, ha promosso progetti sull’inclusione scolastica, partecipato a ricerche sociologiche di settore e si è occupata di imprenditoria femminile. Spera che prima o poi l’insegnamento del cinema in tutte le scuole divenga realtà.

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