L’Atlante delle Donne

Una buona notizia è l’uscita dell’edizione italiana dell’Atlante delle Donne, «una rimappatura femminista del mondo» come lo definisce l’autrice Joni Seager che diede vita all’impresa per la prima volta nel 1986.
Quella più recente è la quarta edizione ed è stata tradotta nella nostra lingua da Florencia Di Stefano Abichain per i tipi di Add editore.

Salute, lavoro, diritti, politica del corpo, istruzione e connettività, proprietà e povertà, potere vengono esplorati e analizzati «attraverso una lente che permetta di guardare per davvero il modo in cui le donne vivono» afferma Seager, perché se «le vite di uomini e donne sembrano avere molto in comune, e talvolta è così, la realtà quotidiana legata al tessere relazioni, mantenersi ed essere autonomi varia molto tra uomini e donne».
Una sezione a parte è poi quella denominata «Tenere le donne al proprio posto», e già il titolo è tutto un programma. Vi si parla di «gabbie» in cui le donne vengono recluse, in senso metaforico più che reale, e quindi di leggi, di delitto d’onore, di violenza domestica, di matrimoni riparatori, stupro, femminicidio, morti per dote, fondamentalismi.
Un’impresa difficile quella della docente di Global Studies alla Bentley University, perché sulle donne spesso mancano i dati e l’Atlante si chiama così proprio perché i dati, attraverso le mappe, con la loro potenza rappresentativa ne sono i protagonisti. Ed è basandosi sul contributo di fonti non ufficiali e ricerche indipendenti che l’autrice ha potuto realizzare la sua opera, oltre che grazie a una piccola casa editrice gestita da donne che ha creduto nel progetto.
Ovviamente ci sono grandi differenze tra Paese e Paese, ma tutti gli Stati sono patriarcali e lo sono in molti e differenti modi.
Il ruolo che lo Stato ha nel caratterizzare la vita delle donne non va sottovalutato. È lo Stato infatti che stabilisce i termini di accesso a sanità, istruzione, suffragio, diritti riproduttivi.

Ma come si misura la discriminazione?

Il Global gender gap index, sviluppato dal World Economic Forum, misura per ogni Paese l’ampiezza del divario tra uomini e donne su aspetti quali sanità, diritto all’istruzione, partecipazione, opportunità economiche e rappresentanza politica. Il Social institution and gender index, elaborato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, misura invece il grado di discriminazione a livello sociale.
Entrambi mettono in luce l’importanza dell’impegno governativo per il raggiungimento della parità di genere. Non è un caso se i Paesi scandinavi hanno un alto punteggio in entrambi gli indici.

Tenere le donne al loro posto

Le donne subiscono ovunque restrizioni nella vita sociale, in particolare per quanto riguarda il modo di vestirsi ma anche attraverso discriminazioni di tipo economico e giuridico. Per non parlare della violenza che, anche solo attraverso il timore che la sua diffusione genera, costituisce il più efficace strumento di controllo.
L’area geografica con la percentuale più alta di donne che subiscono violenza fisica dal proprio partner è l’Africa subsahariana centrale, con il 66% di donne che l’hanno subìta almeno una volta.
Il governo che più utilizza il potere statale allo scopo di «tenere le donne al loro posto» è invece quello dell’Arabia Saudita dove solo a partire dal 2018 alle donne è stato permesso di guidare, anche se la concessione è subordinata al consenso del tutore maschile.

Diritti di nascita

La contraccezione è ancora responsabilità in maggioranza femminile e il metodo più utilizzato (19%) è la sterilizzazione. Ben il 36% non usa alcun metodo contraccettivo.
In molti Paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina l’aborto è ancora illegale o fortemente circoscritto.
Negli Usa 11 Stati hanno leggi che limitano la copertura dell’aborto nei piani assicurativi privati e in 32 Stati le donne che si affidano ai finanziamenti pubblici per la propria assistenza sanitaria possono avere un rimborso solo quando la loro vita è a rischio o se la gravidanza è conseguenza di stupro o incesto.

Politica del corpo

Le donne si sottopongono a una gran quantità di sofferenze e interventi chirurgici per avere un corpo che risponda agli standard di bellezza canonici.
Tra i primi 10 Paesi per numero totale di interventi estetici facoltativi troviamo l’Italia (4%). Guidano la classifica gli Stati Uniti con il 18%, seguiti dal Giappone con l’11%.
Più di 200 milioni di ragazze e donne sono state sottoposte a mutilazione genitale, che può consistere nella rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni, nel taglio della clitoride o nella cucitura della vagina.
Nonostante in diversi Paesi la prostituzione sia illegale (per chi si vende, per il cliente o per entrambi) è ancora una pratica molto diffusa. Recentemente si è ipotizzato un nesso tra aumento della prostituzione e cambiamento climatico: in molti luoghi i disastri naturali e il degrado ambientale distruggono mezzi di sussistenza e risorse, costringendo le donne a prostituirsi per mantenere sé stesse e le proprie famiglie.

Salute  

L’Hiv, di cui i mezzi di comunicazione si occupano sempre meno, è una delle principali cause di malattia per le donne nel mondo: il 51% delle persone sieropositive sono di sesso femminile. A esserne colpite sono soprattutto le ragazze in giovane età, in maggior difficoltà a imporre l’uso del preservativo ai propri partner.
Nei Paesi industrializzati una donna su otto che arriverà a 85 anni di vita si ammalerà di cancro al seno. Ma l’incidenza di questo tumore sta crescendo in tutto il mondo, a causa della diffusione di stili di vita negativi tipici dei Paesi occidentali.
Solo il 27% della popolazione globale ha accesso a servizi igienici collegati a fognature e con l’acqua di scarico trattata: la loro scarsa disponibilità penalizza soprattutto le donne, limitando la loro partecipazione alla vita pubblica.

Lavoro

Una nota positiva è senz’altro l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, base indispensabile per ogni percorso di autonomia ed emancipazione.
In diversi Paesi dell’Africa e dell’Asia, tuttavia, la percentuale di donne tra i 16 e i 64 anni che svolgono attività lavorative retribuite è ancora inferiore al 30%. Ma anche laddove la loro presenza risulti molto più numerosa rispetto al passato, permangono gravi discriminazioni rispetto a salario e accesso ai ruoli apicali nelle carriere. Se in Islanda la percentuale di donne ai vertici delle aziende più quotate raggiunge il 44% e il 41% in Norvegia, la stessa percentuale crolla vistosamente in Corea del Sud (2%), Cile e Giappone (5%).
Le startup non sembrano essere migliori quanto a equilibrio di genere: nel 2017 negli Stati Uniti il 68% delle aziende “unicorno” nel settore tecnologico non aveva donne nella dirigenza. Qualche piccolo avanzamento si è registrato negli ultimi anni con 3 donne su 9 componenti del Cda di Twitter, 2 su 8 in Apple e Facebook, 3 su 12 in Alphabet-Google.

Istruzione e connettività

Il diritto all’istruzione femminile ha avuto negli ultimi anni una testimonial d’eccezione, premiata anche con il Nobel per la Pace: tutte/i noi infatti ricordiamo Malala e la sua tenace e coraggiosa lotta, che mise perfino a repentaglio la sua stessa vita.
Nonostante ciò ci sono ancora alcuni Paesi dell’Africa centrale (oltre che l’Afghanistan) in cui il tasso di completamento della scuola primaria per le bambine è inferiore al 50%.
Nonostante alcuni miglioramenti nell’alfabetizzazione a livello globale, circa 780 milioni di adulti restano analfabeti e di questi circa due terzi sono donne. Esiste poi il problema del cosiddetto “analfabetismo di ritorno”, che riguarda persone non in grado di leggere, scrivere o fare calcoli di base: in Italia il 53% degli uomini e il 47% delle donne.
Diversa la percentuale anche per il divario di genere nell’uso di internet, che però, in Italia, avvantaggia la componente maschile: 66% contro il 57% di quella femminile.

Proprietà e povertà

Il divario economico è strettamente collegato a quello di genere e la globalizzazione ha accentuato lo svantaggio patrimoniale.
Basta scorrere la classifica dei più ricchi al mondo: dal numero uno Bill Gates al decimo Michael Bloomberg, passando per Warren Buffet, Jeff Bezos, Armancio Ortega, Mark Zuckerberg, Carlos Slim Helu, Larry Ellison, Charles Koch,David Koch.
Idem per i dieci Ceo più pagati nel Regno Unito, tutti di genere maschile, mentre nella classifica statunitense fa capolino una sola donna, Virginia Rometty (presidente e Ceo di Ibm) al sesto posto.
Interessante e indicativo anche il confronto per quanto riguarda il possesso di un conto bancario: in Marocco solo il 27% delle donne ne è titolare contro il 52% degli uomini, negli Emirati Arabi il 66% contro il 90%, in India il 43% contro il 63%.

Potere

Qualche sorpresa riserva l’analisi della presenza delle donne nell’ambito del potere politico. Innanzitutto c’è da dire che la media mondiale di donne al governo resta ancora piuttosto bassa, pari al 23%, ma in lento graduale miglioramento (era il 16% nel 2005).
Quello che non ti aspetti è però vedere che i Paesi con la percentuale più alta sono in Africa e in America Latina (escludendo i Paesi del Nord Europa): superano infatti il 40% Leshoto, Swaziland, Angola, Mozambico, Gambia, Bolivia, Nicaragua, Belize e Cuba.
Se invece si va ad analizzare la percentuale di donne in ruoli ministeriali, oltre a Finlandia (63%) e Svezia(52%), in cima alla classifica troviamo Capo Verde (53%), ma si posizionano discretamente anche alcuni “insospettabili” come Ruanda (36%), Burundi (35%), Tanzania (33%) e Guinea Bissau (32%).
Nel complesso l’analisi presenta risultati «vagamenti incoraggianti» secondo la traduttrice Florencia Di Stefano Abichain, che di recente ha presentato l’Atlante delle Donne al Festival delle Geografie di Villasanta (Mb).
Duro il suo j’accuse nei confronti delle «veterofemministe», colpevoli a suo dire di non aver trasmesso alle generazioni successive «la fatica delle conquiste ottenute». Per Di Stefano Abichain una nuova spinta propulsiva non potrà che venire dai/lle giovanissimi/e, categoria a cui appartiene l’icona dell’ambientalismo Greta Thunberg.

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Giornalista pubblicista con laurea in Filosofia e master in Comunicazione, ha collaborato con alcune delle maggiori testate nazionali. Dirige un sito internet, cura un blog di successo e ha fondato l’associazione CoderMerate, che promuove l’insegnamento del coding e della robotica educativa. Ha pubblicato il romanzo Non fare il male, e l’eBook Abbracciare il nuovo mondo. Le startup cooperative.

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