Questione palestinese. Una pace impossibile

Alla fine degli anni Ottanta le uniche zone palestinesi occupate ma non annesse a Israele sono la Cisgiordania e la striscia di Gaza. La crisi dell’Unione Sovietica toglie ai Paesi arabi un valido alleato. Nel 1988 i territori occupati vedono scoppiare una rivolta nota come intifada. È la popolazione giovanissima, cresciuta sotto l’occupazione, che si ribella come può a un oppressore enormemente più forte, spesso lanciando pietre contro i carri armati. Con l’intifada per la prima volta si manifesta un sentimento nazionalista, legato non ai Paesi arabi preesistenti ma all’identità del popolo palestinese, che non esisteva nei valori di chi abitava quelle terre prima del 1948.

Insieme all’intifada nasce Hamas, gruppo legato al movimento egiziano dei Fratelli Musulmani e in competizione con il partito di Arafat, Al Fatah. Nello statuto di Hamas è chiaro il suo intento politico, nonostante l’evidente disparità militare: Israele deve sparire dalle carte geografiche. 

All’inizio degli anni Novanta l’Unione Sovietica è definitivamente crollata. Con gli Stati arabi in posizione di totale debolezza, il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton tenta una nuova mediazione tra Arafat e il governo israeliano. Datati 1993 e 1995, gli accordi di Oslo (in foto) segnano una tappa importante nella questione palestinese: Arafat riconosce la legittimità di Israele e Israele riconosce l’OLP come rappresentante del popolo palestinese. Inoltre il governo israeliano si impegna a ritirare le truppe dalla striscia di Gaza, dalla città di Gerico e dalla Cisgiordania, che passano sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), lungi dall’essere uno Stato sovrano ma con un formale riconoscimento di autonomia. Poco dopo Rabin, il presidente israeliano laburista firmatario degli accordi di Oslo, viene ucciso da un esponente della destra israeliana più intransigente. Alle elezioni del 1996 i laburisti sono nuovamente sconfitti dal Likud di Benjamin Netanyahu, dimostrando che la società israeliana non ha approvato la pace. Sotto il governo Netanyahu le trattative e i negoziati saranno estremamente più difficili.

ACCORDI DI OSLO

Nel 2000 esplode la seconda intifada. La scintilla che fa scoppiare la rabbia della popolazione palestinese è la provocatoria passeggiata di Sharon davanti alla moschea di Al Aqsa, il terzo luogo sacro al mondo secondo l’Islam dopo Medina e La Mecca, situata vicino ai luoghi di culto cristiani ed ebraici. La zona adibita al culto islamico nota come Spianata delle moschee, di cui fa parte la moschea di Al Aqsa, era controllata dalla Giordania fino al 1967 ma è passata sotto il controllo israeliano con la guerra dei sei giorni. Sempre nel 1967, dopo la conquista di Gerusalemme, i soldati per provocazione avevano issato la bandiera ebraica sulla Cupola della roccia, la più importante moschea della Spianata, poi tolta dallo stesso ministro della difesa per evitare che la questione diventasse una guerra di religione coinvolgendo l’intero mondo musulmano. La passeggiata di Sharon ad Al Aqsa scatena immediatamente scontri tra la popolazione palestinese e la polizia israeliana. (In foto la seconda intifada)

INTIFADA-GENERATION

Nel giro di pochi giorni la rivolta si estende a tutti i territori occupati, in particolare la striscia di Gaza e la Cisgiordania. A Gaza piovono missili dagli elicotteri e a Ramallah i carri armati sparano sui civili che rispondono con lanci di pietre. L’ONU interviene condannando l’uso eccessivo della forza contro la popolazione civile inerme, ma le pressioni israeliane e statunitensi impediscono l’apertura di una commissione di inchiesta internazionale.

All’inizio del 2001 una imponente manifestazione della società civile israeliana si schiera contro eventuali concessioni territoriali al popolo palestinese; Ariel Sharon, responsabile degli ultimi scontri, è eletto primo ministro. Le strade che conducono alla Cisgiordania e alla striscia di Gaza vengono chiuse e bloccate con fossati: chi vuole passare, abitanti inclusi, deve affrontare i posti di blocco dell’esercito israeliano che può negare il passaggio a propria discrezione. Israele invade nuovamente la striscia di Gaza e la divide in tre settori non comunicanti. L’ONU propone l’invio di osservatori internazionali per tutelare la popolazione palestinese ma gli USA pongono il veto.

Territori palestinesi

Intanto Sharon viene accusato dal Tribunale dell’Aja di crimini di guerra e violazione dei diritti umani. Come risposta, lo stesso Sharon autorizza la costruzione di nuovi insediamenti ebraici in Cisgiordania, nonostante la contrarietà dell’ONU. Intanto Arafat è bloccato a Ramallah e la sede della radiotelevisione portavoce dell’ANP viene rasa al suolo. Israele dà il via alla costruzione di un muro in cemento — con tanto di telecamere, torri di guardia e check point armati — che ufficialmente serve a proteggere Gerusalemme, separando i quartieri arabi da quelli ebraici, ma in realtà chiude l’intera Cisgiordania.

Muro Cisgiordania

Una pratica usata spesso dall’esercito israeliano per reprimere l’intifada consiste nel demolire le case dei presunti terroristi, prevalentemente ragazzini provenienti da famiglie povere, con il volto coperto dalla kefyah e armati di pietre e fionde, del tutto inutili e impotenti davanti ai carri armati. L’ONU impone il ritiro delle truppe dalle città occupate, ma Israele rifiuta di applicare la risoluzione e attacca il campo profughi di Jenin; il governo respinge la richiesta delle Nazioni Unite di inviare osservatori internazionali e aprire una commissione d’inchiesta. L’Assemblea Generale dell’ONU condanna Israele a maggioranza. Anche l’Unione Europea, che nel 1948 era favorevole alla creazione dello Stato ebraico, condanna la violenza israeliana, ma continua a considerare terroristiche la maggior parte delle organizzazioni della resistenza palestinese. Israele, noncurante delle accuse, inizia la costruzione di nuovi insediamenti ebraici in Cisgiordania. Un ulteriore atto razzista israeliano consiste nella legge che nega la cittadinanza e la residenza permanente ai palestinesi, anche quelli che hanno sposato cittadini israeliani.

Mappa degli insediamenti israeliani in Cisgiordania

Mappa degli insediamenti israeliani in Cisgiordania

Nel 2004, Arafat muore a Parigi in circostanze poco chiare. Non sarà mai resa pubblica nessuna diagnosi della sua malattia né comunicate ufficialmente le cause del decesso. Su pressioni della comunità internazionale, nel 2005 Israele inizia un apparente ritiro delle truppe e dei coloni dalla striscia di Gaza. Il ritiro è solo formale, in quanto l’esercito israeliano abbandona la striscia ma tutti gli accessi rimangono chiusi e la popolazione palestinese è ancora bloccata in un territorio piccolissimo. Il progetto, chiamato in un primo momento «piano di separazione», viene ribattezzato «piano di disimpegno» per non evocare l’apartheid sudafricano. La “legalità di guerra” internazionale non riconosce l’operazione come una vera e propria fine dell’occupazione, in quanto non solo i varchi terrestri ma anche lo spazio aereo e marittimo sono ancora sotto il totale controllo diretto dell’esercito israeliano e le attività di pesca, commercio e transito sono interdette. Con la seconda intifada la resistenza palestinese (in particolare l’ala armata legata ad Hamas) inaugura la tattica del lancio di missili Qassam, piccoli e rudimentali razzi artigianali con una gittata breve e una traiettoria non controllabile.

Le elezioni per il parlamento dell’ANP del 2006 segnano la vittoria di Hamas, soprattutto nella striscia di Gaza che di fatto vive sotto assedio (mentre la Cisgiordania continua a sostenere prevalentemente Al Fatah). La crisi politica tra i due partiti si inasprisce. Approfittando delle faide interne ai due gruppi palestinesi, Israele riduce di tre quarti i beni di prima necessità (alimenti e medicine, elettricità e carburante) di cui è consentito l’accesso nella striscia. Hamas risponde con il lancio di Qassam ferendo alcuni cittadini israeliani. Il governo israeliano dichiara non Hamas ma l’intera striscia di Gaza «entità nemica» e, senza mezzi termini, minaccia «una shoah» contro la striscia. In risposta a un nuovo lancio di razzi, la tensione cresce giorno dopo giorno.

Missili Qassam

Missili Qassam

Alla fine del 2008, dopo un’escalation di attacchi politici e militari, Israele dà il via all’operazione “Piombo Fuso”, una rappresaglia aerea e terrestre contro la popolazione della striscia di Gaza che non risparmia obiettivi civili come ospedali e ambulanze della Mezza Luna Rossa. Durante l’operazione i bombardieri israeliani usano anche armi vietate dalle convenzioni internazionali sul diritto di guerra, come le bombe al fosforo bianco. Israele interrompe la carneficina appena due giorni prima dell’insediamento alla Casa Bianca del presidente Barack Obama, per assicurarsi di una buona reputazione agli occhi della nuova amministrazione statunitense.

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Operazione Piombo Fuso

L’ultima legge della Knesset, non riconosciuta dall’ONU, legalizza unilateralmente e a posteriori le colonie ebraiche in Cisgiordania. I militari e politici israeliani responsabili dell’operazione sono accusati di crimini di guerra dalle organizzazioni dei diritti umani e lo Stato di Israele ha un fascicolo aperto presso il Tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità e genocidio: lo Stato ebraico è accusato degli stessi crimini che il popolo ebraico aveva subito mezzo secolo prima in Europa.

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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