Senso di rivalsa. Lo smalto rosso

Gina era strana. E questa era cosa risaputa.
In paese, tutti la conoscevano: i vecchi e le vecchie, i giovani e le ragazze, chi se ne era andato e chi ci viveva, con testardaggine e rassegnazione, nonostante un posto non pareva esserci più. E se ogni paese, in qualche maniera, è uguale agli altri, nell’ingresso e nel congedo, Gina e la sua bizzarria erano una merce rara che esisteva soltanto lì.
È noto, infatti, che, indipendentemente da dove si arrivi, il paese accoglie sempre con case luminose e un’aria aperta e indaffarata, con rumori e con voci che sono mestieri, insegne e zerbini di benvenuto. E saluta, il paese, sempre con un’ombra che appare un po’ più scura e un vento che sembra un poco più minaccioso, con un verde che pare quasi nero e con gli orti che avanzano di ultime file e di reti terrose e arrugginite, a voler mantenere ostinatamente le distanze da ciò che è foresta e forestiero.
Gina, invece, non la trovavi da nessun’altra parte se non lì, tra quelle case, quell’aria, quegli orti e quelle recinsioni.
Ed era strana. Era la statuetta di legno scheggiato in un presepe raffinato di antica porcellana, quella che pare sfidare il gatto di casa mentre tutte le altre hanno lo sguardo rivolto alla stella cometa.
Ovviamente, era venuta da fuori, per carità!
Questo si diceva e si assicurava. Perché, anche se in paese c’era sempre stata, pareva non avere un suo posto, come un sasso dispettoso che fa inciampare durante una passeggiata.
Addirittura, qualcuno giurava tutto d’un fiato di ricordare il giorno del suo arrivo. E le teste annuivano e i petti sospiravano.
Gina era strana. Giudizio unanime e insindacabile.
Non che qualcuno volesse presentare appello. Nessuno, mai. Nemmeno Gina. Lei si limitava a sorridere.
Gina di mestiere faceva la cavatrice di natura. Girava e raccoglieva per campi e montagna ciò che le serviva per sommare giorno a giorno, per poter veder arrivare la stagione nuova e quella successiva, senza dover troppo soffrire la fame, il freddo, la noia. Cavava dalla terra, senza scompigliarla, senza divellere o sradicare. Non coltivava. Non potava. Camminava e raccoglieva. Testa bassa, schiena china e raccoglieva. Mani sporche, unghie nere e raccoglieva. Per il resto, si faceva bastar quel che già aveva. La si poteva incontrare all’ufficio postale, sempre qualche minuto prima della chiusura, a ritirare i pochi zero di pensione che le arrivavano insieme a incarti gialli di libri spediti chissà da dove. Gli unici soldi spesi nel paese, Gina li lasciava in una merceria, dove acquistava delle boccette di smalto rosso.
Era strana, Gina. E sempre sola. E a chi le chiedeva notizie della sua vita, rispondeva di non essere né vedova né zitella. Non si era mai sposata, diceva, per scelta del destino. Ma aveva amato, continuava con il naso al sole e gli occhi chiusi a guardare ricordi persi nella propria testa. Oh, se aveva amato. Purtroppo, però, il suo amore se l’era portato via il treno. Nessuno sapeva se fosse stata abbandonata o se il suo compagno fosse morto lungo la ferrovia, in quel modo bastardo di andarsene tentando di costruirsi un avvenire.
Era forse per questo che Gina, ogni domenica e alla stessa ora, attraversando il paese deserto di messa e cucina al forno, si avviava alla stazione. Cinque chilometri di sterro e fanghiglia che percorreva solenne fino al grande cartello blu. Una volta arrivata, si sedeva sotto l’orologio bianco dalle lancette nere, sulla panchina fredda e scomoda, uguale a tutte le panchine fredde e scomode di tutte le stazioni del mondo. Lì, immobile, aspettava che giungesse il treno. Non le interessavano quelli che si fermavano. Non ci trovava niente di bello, solo una grandissima confusione. A Gina piacevano i diretti, i treni veloci, quelli che passano senza fermarsi, senza rallentare. E quando sentiva quel fischio in lontananza, inconfondibile, iniziava a sorridere.
Era strana, Gina. E i ritardatari di pranzi e omelie che la incrociavano lungo la strada, dovevano pensarlo con convinzione.
Era strana. Ma la questione della stazione era una piccola cosa. Niente di rilevante. O preoccupante. Alla fine era sola, dicevano in paese. Doveva pur passare il tempo, sentenziavano. Non puoi certo aspettarti che una così venga a messa, mormoravano. L’idea di Gina alla stazione, ogni domenica, poteva benissimo essere affrontata con un’alzata di spalle.
Il fatto è che c’era dell’altro. Un’altra stranezza. Un’altra bizzarria. Troppo per un paese solo. Dal contratto con la storia, ogni villaggio ha in dotazione uno scemo o una scema che spesso dovevano alla guerra il proprio curriculum. Gina però era strana: un grado diverso sulla scala dell’ordine ribaltato. E dove la metti una così? Che ruolo puoi darle? Perché, capiamoci, lo scemo è quella cosa là. Lo sai, lo conosci. Si può inserire. A ben vedere, potrebbe anche esistere una statua di porcellana per il presepe che lo rappresenti. Ma quelle come Gina? Quelle a metà strada? Quelle strane con più di una stranezza? Non c’è un posto per loro, né all’inizio del paese né alla fine. E a Gina non bastava andare tutte le domeniche alla stazione, no. Lei doveva anche mettersi, ogni dannato giorno, dello smalto rosso sulle unghie. Che fosse in casa, in piazza, in strada o negli orti; che camminasse in montagne o nei campi coltivati, a un certo punto la vedevi che si fermava, toglieva dalla tasca la boccetta rossa e si spalmava lo smalto sulle dita. Quale fosse la ragione, lo sapeva solo lei.
Ovviamente, le era stato chiesto. Ché la gente ha tutto il diritto di sapere, che diamine. E Gina aveva pure spiegato. Ma come puoi prendere per buona la risposta di una così?
«Io ho il dentro al posto del fuori, la pelle girata nel verso contrario, ché ormai graffi, botte e spellature non riesco a sopportali più. Mi piego e mi strappo. Mi piego e mi strappo. Mi piego e non sempre riesco a tornare con lo sguardo dritto a osservare il cielo. Gioco a scacchi con il suolo, ma la mia è la mossa inutile di un cavallo zoppo: prona e ferma a far da ombra ai miei stessi piedi. Però c’è una cosa che ho ancora in libertà, una cosa che posso muovere nonostante sia inchiodata alla croce di ciò che sono: le mie mani. Le chiamo e loro vengono verso i miei occhi. Ci gioco, mi carezzano; le schiaffeggio e mi pizzicano. Sono me, le mie mani. La me di un tempo che forse non è esistito mai. La me di un condizionale sperato. E allora mi metto lo smalto. Vale poco, questo rosso, dura il tempo di uno starnuto, che quando ho finito di soffiarmi il naso, già vedo qualche chiazza bianca sulle unghie. Però non importa. Io lo rimetto. E rimetto e rimetto. Perché anche se sono piegata, ferma, prona e stanca, le mani le vedo. Sempre. E quando mi rialzo e guardo in su, posso dire ‘Ho vinto io’».
Era strana, Gina. Coi suoi fianchi larghi, i capelli crespi di nebbia e le unghie dipinte di smalto rosso. Con la sua stazione, i suoi treni e i suoi sorrisi. Era strana. Era una che non stava bene né all’inizio né alla fine del paese. Di nessun paese. Perché, è cosa nota, i paesi si somigliano un po’ tutti. E si somigliano le stazioni, gli orologi e le panchine.
Gina, invece, non somigliava a nessuno. Stonava ovunque. Era un altrove e un altrimenti che non facevano scorrere il discorso.
Era strana. Ma troppo e troppo poco.
A una così non puoi dare un ruolo. Scombina gli equilibri . Nella perfezione inerte del presepe, è il movimento che rovescia l’intero tavolo muschiato.

***

Articolo di Sara Balzerano

FB_IMG_1554752429491.jpgLaureata in Scienze Umanistiche e laureanda in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere, sempre, la forza di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché crede nei dubbi più che nelle certezze; perché domandare significa — in fondo — non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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