Parole in contropiede

I mass media sono infarciti di corpi. La società del consumo li ha trasformati in repertori di proposte e di sollecitazioni a valorizzare le merci, a farsi merce essi stessi, meccanismi principali nella fabbrica del desiderio.
La società dello sguardo non poteva ignorare l’oggetto primo dei sogni e delle ossessioni degli esseri umani e l’ha esposto a ogni flash esplorandolo da ogni parte, abolendo la censura ma mantenendo gli eterni presupposti simbolici dell’immaginario, che per le donne prevede solo corpi erotici feticizzati o corpi materni desessualizzati. La cultura commerciale impacchetta vecchi stereotipi in un nuovo festoso vocabolario che parla di potere “rosa” e di celebrazione esuberante del sesso.
Il corpo emancipato viene utilizzato – come ogni altro bene strumentale – a fini produttivi, e fornisce un efficace diversivo al discorso sulle strutture di potere e sul conflitto.
Essere belle è un dovere sociale, sottrarsi una colpa. Vestire, addobbare, tingere, truccare, snellire, levigare, rassodare, ammorbidire, aspirare, spianare, rimpolpare, asciugare, rimodellare: i riti perfino faticosi legati alla bellezza fisica e al suo ossessivo monitoraggio costituiscono il nucleo centrale di quella nuova esperienza che è la cultura post-moderna del corpo.
Alla base di molti ricchi e articolati settori di attività si suggerisce l’idea che esso così com’è sia inadeguato e dunque vada riplasmato, modificato e messo a norma per adattarsi a una triade imperativa: giovinezza-bellezza-salute. Direttamente o indirettamente il corpo cui si pensa è quello adatto a stare in vetrina, a favore di telecamera, sotto i riflettori o più artigianalmente sotto l’occhio onnipresente del telefonino.
Sul palcoscenico degli onnipresenti mezzi di comunicazione passano i corpi infinitamente perfettibili ed eternamente giovani delle società ricche, a volte alternati alle concentrazioni anonime dei corpi di scarto: le carni mute, offese, mutilate, prostituite, violate che vengono dall’altra faccia della terra. Possiamo aggiungere i corpi delle donne picchiate, seviziate, stuprate, assassinate: vengono sbattuti sugli schermi e in prima pagina soprattutto se giovani, perché attraggono l’audience.
Intere generazioni vivono la socializzazione attraverso la mediazione simbolica delle figure omologate che popolano lo star system. Anche le donne che fanno politica o informazione vengono valutate e selezionate in base a questi criteri.
La figura della donna “riuscita” si associa all’immagine perfetta, fotoritoccata, che ne dimostra la realizzazione. Se la matrigna di Biancaneve domanda allo specchio «chi è la più bella del reame?», insieme alla conferma della propria bellezza chiede di più: vuol essere rassicurata sul fatto di avere accesso alle condizioni di privilegio che essa apre, a forme di visibilità inaccessibili alle persone insignificanti, brutte, vecchie.
«Io sono mia», gridavamo nelle piazze: la rivendicazione riguardava non la singola donna e il suo destino ma la polis intera, il controllo pubblico sui corpi sessuati.
Adesso ci accorgiamo di subire forme di controllo non meno insidiose, non meno costanti. Non seguiamo più la religione di un dio maschio ma quella del neutro denaro, egemone nella società secolarizzata. Meno punitiva, più accattivante, più subdola.
«Avere il controllo» fu un altro dei motti della cultura femminista. Oggi le donne vengono indotte a un controllo invisibile basato sull’essere apprezzate, intorno al quale spendono tempo, energie, attenzioni, soldi. Molti/e lo chiamano empowerment.
«Il corpo è mio e lo gestisco io», «Ma quale Stato ma quale Dio, sul mio corpo decido io»: furono slogan polemici, inventati per esprimere la volontà di sottrarsi alla sudditanza del potere patriarcale per riappropriarsi di sé e della propria capacità decisionale, non più oggetto o strumento di nessuno. Un loro impensato utilizzo a codice capovolto, un enorme fraintendimento in una prospettiva decontestualizzata e svincolata da ogni istanza relazionale, servono oggi non solo a conquistare un’effimera ribalta pubblica ma perfino a legittimare la prostituzione volontaria (“sedute sulla propria fortuna” …!).
Anche “partire da sé” si presta a essere frainteso: può diventare il banale “ognuna per sé”. Le scelte individuali si autolegittimano, sono diventate indiscutibili, si ammantano di un fasullo anticonformismo.
In questo modo anche il pensiero dei femminismi finisce per allinearsi alla grande narrazione – l’unica che risuona: quella che in tutti gli ambiti dell’esistenza umana identifica la libertà con il liberismo, che estende a dismisura i confini di ciò che è commerciabile, che rinuncia a ogni soluzione collettiva dei problemi e a ogni legame di solidarietà.
In questa versione fashion il patriarcato viene taciuto perché viene implicitamente ripulito del suo radicamento nel potere, della sua dipendenza dal sistema socio-economico. Non a caso ormai l’assoluta proprietà del corpo coincide con la precettistica generale  dell’autoimprenditorialità e dello sfruttamento del proprio capitale, con la legge della vittoria del/della più forte in quanto più pronto/a a cogliere lo spirito del tempo.

Così si esprimeva nel 1975 Pier Paolo Pasolini, profeta inascoltato.

«Primo: la lotta progressista per la democratizzazione espressiva e per la liberazione sessuale è stata brutalmente superata e vanificata dalla decisione del potere consumistico di concedere una vasta (quanto falsa) tolleranza.
Secondo: anche la “realtà” dei corpi innocenti è stata violata, manipolata, manomessa dal potere consumistico; anzi, tale violenza sui corpi è diventata il dato più macroscopico della nuova epoca umana.»

da Trilogia della vita

***

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: “C’è differenza. Identità di genere e linguaggi”, “Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo”, “Viaggio nel paese degli stereotipi”.

Un commento

  1. vedo molto moralismo in questo articolo che non condivido. il corpo esiste, esiste la bellezza fisica maschile e femminile e il suo potere attrattivo esiste dobbiamo accettarlo. esiste chi ha vinto la lotteria genetica e ha un corpo più bello e più attraente accettiamolo senza offendere nessuno non c’è nulla di patriarcale nè mercificante il sex appeal è cosa umana e bella. Truccarsi, depilarsi, fare palestra sono libere scelte estetiche chi le fa è persona libera come ciunque altro, la cura estetica è libera scelta

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