Artiste toscane del Novecento: dai ritratti e dalle nature morte alla Body Art

Un folto gruppo di artiste nella prima metà del Novecento, facendo perno a Firenze, offrirono un ampio saggio della capacità femminile di partecipare a pieno titolo al contemporaneo dibattito artistico, esibendo un linguaggio innovativo in linea con le tendenze artistiche europee.

Elisabeth Chaplin, Nanette che legge
Elisabeth  Chaplin, Le tre sorelle (sinistra) – Ritratto di famiglia in giardino, 1906 (destra)

Elisabeth Chaplin (Fontainebleau, 1890 – Firenze, 1982) è l’artista donna col maggior numero di opere conservate nelle collezioni fiorentine. Francese di nascita, figlia di una scultrice e nipote del pittore e incisore Charles Chaplin, a Firenze ebbe modo di accostarsi alla pittura di Francesco Gioli e dell’ormai anziano Giovanni Fattori. Autodidatta, si esercitò copiando opere classiche conservate alla Galleria degli Uffizi. Nel 1916 si trasferì con la famiglia a Roma dove cominciò a esporre le sue opere; alla fine degli anni Trenta a Parigi fu allieva di Maurice Denis, che l’avvicinò ai Nabis, un gruppo di artisti francesi simbolisti. Dopo la Seconda guerra mondiale si trasferì definitivamente a Firenze dove ricevette numerose commissioni e premi. I soggetti preferiti della pittrice sono tranquille scene di vita familiare e ritratti dai colori vivaci. Negli anni successivi sviluppò uno stile più colorato, su grandi superfici affollate di figure. 

La Galleria di Palazzo Pitti conserva più di settecento sue opere, del periodo post-macchiaiolo, ma la maggior parte non è esposta.

Vittoria Morelli, Interno con figure

Vittoria Morelli (Firenze, 1892 – Roma, 1931) Benché le sue opere di pittrice fossero ampiamente apprezzate, si guadagnava da vivere principalmente come creatrice di figurini di moda e illustratrice di libri. A Firenze nell’immediato dopoguerra l’editoria per l’infanzia aveva infatti un peso rilevante, percepita quale un’occupazione conveniente per un’artista, un esercizio creativo che poteva svolgersi entro le mura di casa. Poche sono le notizie su Vittoria Morelli, morta all’età di trentanove anni. Attiva tra Roma e Firenze negli anni Dieci e Venti, fu cara amica di Fillide Giorgi. L’Interno con figure della Galleria d’arte moderna del Pitti (oggi parte della Galleria degli Uffizi), restaurato nel 2018 da Awa, dimostra, con mano sicura, la sua capacità di narrare il quotidiano.

Marisa Mori, Lettura sulla spiaggia
Marisa Mori, Divisione meccanica della folla

Marisa Luisa Lurini (Firenze, 1900 – 1985) più nota come Marisa Mori, dal cognome del marito, imparentata alla lontana con lo scultore Gian Lorenzo Bernini (la madre era figlia dell’ultimo discendente maschio del grande scultore) a Torino fu allieva di Felice Casorati, divenendone più tardi assistente. Le sue visioni malinconiche sono nello stile del Realismo magico del maestro. Poi, grazie all’amico Fillia (Luigi Colombo) si avvicinò ai futuristi piemontesi: fu proprio Marinetti a convincerla a sperimentare l’aeropittura. Nel frattempo allargò l’interesse alla fotografia e alla scenografia teatrale. Quando nel 1938 cominciò la discriminazione degli ebrei, Marisa prese le distanze dal movimento futurista e tornò ai soggetti e ai paesaggi del primo periodo, dipingendo in solitudine ed esponendo solo di rado le sue opere.

Elena Salvaneschi, Natura morta (sinistra) – Terrazza sul mare (destra)

Elena Salvaneschi (Pavia, 1900 – Firenze, 1961) di famiglia benestante, a Torino studiò alla scuola di Felice Casorati, avendo come compagne Paola Levi Montalcini, Marisa Mori, Nella Marchesini. Trasferitasi a Firenze, dopo il successo della personale tenutasi nella sede del Lyceum Club Internazionale, entrò nel consiglio direttivo del Lyceum prima come vicepresidente della sezione artistica, poi come referente principale fino al 1935. Numerose sono le sue partecipazioni a esposizioni soprattutto a quelle organizzate dal Sindacato Interprovinciale Fascista. Del 1943 è l’ultima esposizione al Lyceum di Firenze.

Eloisa Pacini, Il giardino del Roseto, 1971

Eloisa Pacini (Pistoia, 1903 – 1974), a causa di un dissesto economico provocato dalla Grande guerra, si trasferì con la famiglia a Roma, dove cominciò a studiare musica, unendo alle sue doti di pianista anche un talento pittorico. Cominciò a esporre a Pistoia, Firenze, Venezia, influenzata dal Gruppo dei Nuovi Pittori Romani (Cagli, Capogrossi). In seguito alla tragica morte del fratello, non partecipò più a eventi espositivi; quando riprese a dipingere, lo fece per sé stessa. Dedicandosi col marito a lunghe passeggiate sull’Appennino pistoiese, sperimentò un rinnovato approccio al tema della natura. Alla fine degli anni Cinquanta nella sua villa Il Roseto si dedicò al giardino, la sua ultima tavolozza di colori.

Nella Marchesini, Donne assise con bambino, 1925
Nella Marchesini, Persone di famiglia, 1948/50

Nella Marchesini (Marina di Massa, 1901 – Torino, 1953), allieva prediletta di Felice Casorati, a volte anche modella, lo affiancò poi nell’attività didattica e amministrativa della scuola. Le sue prime esperienze pittoriche la videro cimentarsi in nature morte e soggetti tratti dalla vita familiare. Cominciò a esporre accanto alle opere del maestro, poi intensificò la sua attività espositiva partecipando a varie edizioni della Biennale di Venezia e della Quadriennale di Roma. Col marito, il pittore torinese Ugo Malvano, si accostò all’arte francese e all’impressionismo e il suo stile divenne più fluido con pennellate veloci e una minore attenzione alla solidità dei volumi. La morte del padre e quella delle sorelle fornirono ispirazione per un’arte che diventava sempre più espressionistica, mentre la pittrice rimaneva isolata dall’ambiente artistico. 

Adriana Pincherle, Ritratto di Alberto Moravia (sinistra) – Ritratto di Elsa Morante (destra)

Adriana Pincherle (Roma, 1905 – Firenze, 1996), nata da padre ebreo, ingegnere, e da madre cattolica, di origini nobili, fu molto legata al fratello Alberto, che diventerà famoso con lo pseudonimo di Alberto Moravia. Dopo gli studi classici frequentò la Scuola libera del nudo ed esordì alla Prima mostra romana d’arte femminile.  Il viaggio a Parigi, dove rimase colpita dagli impressionisti e dall’intensa cromia di Matisse, fu decisivo per la sua maturazione artistica. Artista prediletta dal critico Roberto Longhi, che definì le sue pitture «plastiline intrise di colori violenti», espose in molte città italiane e anche negli Usa. La sua specializzazione erano i ritratti, spesso ha ritratto anche sé stessa, e negli ultimi tempi gli interni domestici. La sua pittura era figurativa, ma con una grande passione per il colore.

Flavia Arlotta, Le Apuane da Forte dei Marmi, 1945
Flavia Arlotta, Natura morta con fruttiera e bottiglia, 1990

Flavia Arlotta (Napoli, 1913 – Firenze, 2010), nata da padre italiano e madre russa, scultrice, si trasferì a Firenze per studiare pittura all’Accademia, dove si laureò nel 1935. Partecipò a varie mostre collettive negli anni Trenta e Quaranta a Palazzo Strozzi a Firenze, e alla Galleria d’arte Moderna a Roma. Nella sua casa fiorentina di via dell’Osservatorio dipingeva ritratti, nature morte e paesaggi, che espose in tre mostre personali negli anni Settanta e Ottanta. Oltre alla pittura Flavia era molto attenta anche al tema della salvaguardia dell’ambiente di Firenze e dintorni.

Ketty La Rocca, Elettroaddomesticati, 1965
Ketty La Rocca, Le mie parole e tu?
Ketty La Rocca, Craniologie, 1973

Ketty (Gaetana) La Rocca (La Spezia, 1938 – Firenze, 1976) salì alla ribalta internazionale come esponente di primo piano della Poesia visiva, una corrente artistica che sperimentava la simultanea presenza di scrittura e immagini su una superficie. I suoi collage poetico-visivi miravano a una profonda critica al sistema politico, e misero in discussione la società dei consumi, dominata e condizionata dai media. I suoi primi lavori sono dei collage di denuncia contro lo sfruttamento dell’immagine femminile operato da un atteggiamento sessista. Pioniera nell’uso di videotape, installazioni e performance, si è poi accostata alla Body Art, concentrandosi sul linguaggio del corpo. Tra le sue opere più note c’è Le mie parole e tu?, dove protagonista è il linguaggio del corpo, soprattutto delle mani che, oltre al volto, sono la parte più comunicativa del corpo umano, capaci di esprimere sentimenti, una specie di prolungamento fisico della parola. Nelle Craniologie arrivò a servirsi delle radiografie del suo cranio, attaccato dalla malattia che la stava consumando, in un collage con la sua mano e tutt’intorno una serie di “you”, come una supplica al suo interlocutore.

In copertina: Elena Salvaneschi, La maestrina dalla penna rossa

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Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.

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