Marguerite Porete, una voce tra le fiamme

La religiosa, scrittrice e teologa francese Marguerite Porete (1250/1260-1310) è universalmente famosa per Lo specchio delle anime semplici, scritto fra il 1280 e il 1290, un trattato che le procura la condanna al rogo per eresia a Parigi il 1° giugno 1310 in Place de Grève, dopo un lungo processo per aver rifiutato di ritrattare le sue idee e il suo libro, che finisce per bruciare insieme a lei.

Place de Grève

Le uniche notizie che abbiamo di Porete riguardano il suo processo da parte dell’Inquisizione che la giudica eretica e strega dopo averla tenuta in carcere per un anno. Anticipando quella che il 30 maggio 1431 sarà la stessa sorte di un’altra grande figlia di Francia, Jeanne d’Arc, davanti a una folla immensa, su una catasta di legno ardente, Margherita affronta la morte tra le fiamme, circondata da un’alta colonna di fumo, con eroismo, dignità e la serenità che Dio le infonde anche davanti al patibolo, fiera di difendere fino alla fine le proprie idee, consapevole di possedere l’amore infinito del Padre e di entrare, con l’annullamento del corpo, nell’eternità beata e in quell’abbraccio senza fine dell’Amore celeste in cui ha fermamente creduto per tutta la vita.

Per due secoli l’unico manoscritto, sopravvissuto alla cenere malgrado la scomunica, è stato copiato in segreto più volte, altrimenti sarebbe andato inesorabilmente perduto. Margherita, vittima illustre di una lunga damnatio memoriae, è stata riscoperta dalla studiosa Romana Guarnieri che nel 1944 trova il libro in un codice manoscritto conservato nella biblioteca del convento di Madeleine-lés-Orlèans e ne cura l’edizione critica. Del testo si possiedono solo copie e traduzioni (latine, italiane, francesi, inglesi) che provengono da manoscritti di due secoli posteriori all’originale archetipo.

Presunto ritratto di Marguerite Porete

Margherita, nata probabilmente in Belgio, proviene da una famiglia aristocratica e ha un’eccellente cultura. Certamente è una beghina, una donna nubile di profonda fede che, senza prendere i voti, conduce una vita casta, povera e umile, veste come una monaca, dedita al lavoro e alla preghiera, ma senza clausura.

Diversamente da Ildegarda, che dichiara di trasmettere il messaggio della Voce, Margherita afferma di parlare a nome delle «anime semplici e libere», l’invisibile comunità alla quale sente di appartenere.

Il Miroir des ames simples, che è il più antico testo mistico della letteratura francese scritto com’è in volgare, è un’opera incomparabilmente originale a detta della maggior parte di critici e studiosi/e di tutto il mondo, vicina alle dottrine del movimento dei Fratelli del Libero Spirito, una setta religiosa nata nel XII secolo che predica umiltà e carità, e soprattutto la libertà di leggere le Scritture e di instaurare un rapporto diretto con Dio al di fuori di qualsiasi mediazione ecclesiastica.

Allo stesso modo, Margherita non esita a commentare e interpretare liberamente le Scritture, facendo un’operazione che dista anni luce dalle rigorose prescrizioni della Chiesa che assegna esclusivamente al clero e ai religiosi il compito di leggere, commentare e spiegare la parola divina.

Gli Specchi medievali sono trattati di carattere speculativo, ovvero raccolte monotematiche di riflessione su un argomento. Speculum significa “ciò che serve a vedere”, quindi gli specula sono un insieme di pensieri che fanno aprire gli occhi ai lettori e alle rare lettrici su una determinata problematica.

                                                                                                                  

Il manoscritto Miroir des ames simples. Musée Condé, Chantilly 

Lo specchio delle anime semplici, scritto da una donna per le donne, è un vero e proprio trattato filosofico, strutturato come un dialogo allegorico fra tre personaggi femminili: dama Amore, Anima e Ragione. Amore rappresenta la Divinità, Ragione personifica la Scolastica dell’università del tempo, Anima è l’autrice stessa che scopre la libertà assoluta nell’annullamento totale di sé, del desiderio e della volontà, per perdersi nell’amore infinito di Dio.

«Nulla più la impaccia. È liberata da ogni servizio, poiché vive di libertà…
Fui un tempo rinchiusa nel servaggio d’una prigione, quando il desiderio mi serrava nella volontà d’affetto. Là mi trovò la luce dell’ardente amore divino,
ed ecco uccise in me il desiderio, la volontà e l’affetto, che m’impedivano di seguire l’impresa del divino amore…».

E aggiunge: «Da allora cominciai a uscire dall’infanzia… Infatti l’espandersi del divino amore, che si mostrò a me nella luce divina d’un lampo altissimo e penetrante, mi mostrò d’improvviso e sé e me. Ovvero, lui altissimo e io così in basso, che non potei più risollevarmene, né aiutarmi da me stessa; e là nacque il mio meglio». La teologia di Margherita rispecchia il pensiero neoplatonico e il misticismo che aspirano all’annullamento dell’io per sperimentare la potenza e la bellezza di Dio.

«L’Anima affrancata non ha volontà di volere né di rifiutare, può soltanto volere la volontà di Dio, e soffrire in pace le disposizioni divine… se n’è andato via da lei il volere, che la rendeva spesso, per sentimento d’amore, fiera e orgogliosa e minacciosa verso gli altri… Ora si vede da sé e conosce la Bontà divina, questi due vedere le tolgono volontà e desiderio e opere di bontà, e perciò è interamente in riposo, messa in possesso d’uno stato di libertà che le dà riposo da ogni cosa, con la sua eccellente nobiltà».

Il concetto della totale passività dell’anima e dell’annichilamento dell’io in Dio è ripreso con immagini di viva plasticità: «Colui che arde non ha freddo, e colui che annega non ha sete. Ora, tale Anima arde talmente nella fornace del fuoco d’amore che è divenuta propriamente fuoco, per cui non sente affatto il fuoco, poiché è fuoco in sé stessa, per la virtù d’Amore che l’ha trasformata in fuoco d’amore».

La mistica fa suo il tema, tipico della letteratura cavalleresca e cortese, dell’innamorato lontano (in questo caso Dio), ma vicino nel cuore. Il Dio di Margherita non è quello, spesso severo e minaccioso, della Bibbia, ma un Padre, un Amante, uno Sposo e un Figlio, un Dio trascendente e immanente insieme. Nella sua opera, Porete distingue due Chiese in contrapposizione tra loro: la “piccola” dei potenti e dei dotti, formata dalle gerarchie ecclesiastiche, e la “grande”, composta dalle anime semplici, che anelano all’Eterno, ed è la chiesa vera, povera, invisibile, unita dalla carità, senza dogmi e imposizioni dall’alto.

Che Margherita, pur consapevole di camminare sul filo del rasoio, non si degni di rispondere ai giudici che l’accusano non fa meraviglia: predicando apertamente dottrine eretiche, non solo viola come donna il divieto di insegnare pubblicamente ma anche propone la religione come fede interiore e spontanea, che scavalca la gerarchia ecclesiastica. «È da asini cercare Dio nelle chiese, nei conventi e nelle cerimonie, Dio si nasconde nel fondo del fondo di noi stessi… L’anima annientata non ha più neanche la necessità di ricevere consolazioni e doni da Dio, avendo Dio in se stessa». È un quadro a dir poco idilliaco quello dipinto con una profondissima religiosità, una sorta di paradiso terrestre che riporta l’essere umano alla felicità edenica, ma quanto basta perché le autorità, nel farle terra bruciata attorno, la considerino sovversiva, ribelle e rivoluzionaria, degna della pena capitale. Ultimo tassello dell’assoluta indipendenza di Porete da qualsiasi autorità, è l’uso del volgare, vietato dalla Chiesa per trattare temi teologici.

Un racconto, all’inizio del libro, narra di una fanciulla figlia di un re, che, dopo aver sentito parlare della grande gentilezza di Alessandro, se ne innamora. La fanciulla, per sedare il dolore provato per la lontananza fisica, se ne fa fare il ritratto. Analogamente l’Anima fa scrivere questo libro a Margherita per rendere vicino Colui che è così lontano e così vicino allo stesso tempo, ovvero Dio.

C’è poi un racconto autobiografico che descrive i ripetuti fallimenti di una mendicante nel tentativo di giungere al Creatore: «C’era una volta una mendicante che per lungo tempo cercò Dio nella creatura… Ma non trovò niente e si ritrovò ancora più affamata di quello che andava cercando». Ne consegue che Dio va trovato soprattutto «nell’intimo nucleo intellettuale del proprio più alto pensare». Arrivare all’Assoluto significa scartare il “meno” e proseguire verso l’Intero, che è al di sopra e trascendente. La volontà tende a volere ogni cosa, ma per anelare all’Intero non deve desiderare più nulla; solo spogliandosi di tutto, diventa essa stessa il Tutto. Congiuntamente l’anima si fa Amore puro e sconfinato, e in questo stato non aspira a nient’altro.

Chi cerca ricade nella distinzione tra soggetto e oggetto; chi prega persegue un fine. Ma chi approda all’Amore assoluto e si identifica in esso non ha più bisogno di niente. Con lo Spirito divino si deve instaurare un rapporto di pura amicizia perché l’anima comprenda il vero volto di Dio e lo senta presente in tutte le manifestazioni del creato, pronta ad attraversare senza esitazioni l’abisso della morte.

È questo il messaggio, forte nella sua umiltà, che Marguerite, cancellata dalla storia insieme alla maternità della sua opera in quanto pioniera di una piena emancipazione femminile culturale e spirituale, ci fa giungere a distanza di sette secoli.

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

2 commenti

  1. Un articolo molto interessante. Non conoscevo questa donna e la sua storia, la proporrò in lettura ai/alle miei/studenti con cui sto affrontando proprio la letteratura cortese e stilnovistica. Grazie per l’interessante approfondimento!

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