Figure esemplari di donne nelle serie televisive di Netflix

Mentre ci attende un lungo inverno che in gran parte trascorreremo in casa, conviene prepararsi con tanti buoni libri, la tv a portata di sguardo, la radio in cucina da ascoltare mentre magari si prepara qualche gustosa ricetta, visto che il tempo non ci mancherà.

Quando mi riferisco alla tv, penso sempre a una comoda poltrona, al silenzio, a una luce soffusa: non si può seguire davvero un programma interessante se si stirano i panni o si correggono i compiti o si fa la maglia o se intorno si agitano altre persone. Se è un rito, che lo sia davvero! Personalmente la tv per me significa film, o al massimo qualche trasmissione come Report o Ulisse o Sapiens o Nessun dorma da cui si impara sempre, oppure documentari (sulla natura e la storia), opere e concerti; oggi è facile trovare materiale in abbondanza perché abbiamo a disposizione Raiplay, ci sono poi canali dedicati (come Rai 5) senza le fastidiose interruzioni pubblicitarie. Chi ama il cinema nelle sue varie forme ormai non può prescindere dall’abbonamento a una o più piattaforme da cui è comodo attingere, a piacimento. Questo è il vantaggio delle serie con puntate di 30-50 minuti, da inserire nella nostra giornata: una, due, tre, secondo la voglia e il tempo a disposizione.

Ognuno/a ha le proprie preferenze, quindi la carrellata che sta per iniziare segue necessariamente i miei gusti: non troverete storie sentimentali, o troppo violente, né horror, né fantasy; ci saranno lacune e tante serie ancora da esplorare. Invece parecchi gialli, vicende storiche e biografie (magari tratte da libri), qualche riferimento alla fantascienza, ma l’elemento comune sono le presenze femminili, non di contorno ma preponderanti ed esemplari, ciascuna a suo modo.

La regina degli scacchi

Ultimamente non passa giorno che non si trovi la recensione di La regina degli scacchi, guarda caso tratta da un romanzo di Walter Tevis (il titolo originale è una mossa degli scacchi: The Queen’s Gambit); sono 7 puntate realizzate molto bene con una interprete convincente (Anya Taylor-Joy) nel ruolo di Beth, una piccola orfana americana, poi giovane donna eccezionalmente dotata in un ambito tradizionalmente (e totalmente) maschile. Grazie al custode dell’orfanotrofio, per caso, ha scoperto gli scacchi e se ne è impadronita con una maestria incredibile: vede le partite nella sua mente, proiettate sul soffitto della camerata. Il successo le porterà anche dolori e soprattutto una dipendenza da alcol e farmaci, ma la sua vita avrà una svolta positiva quando acquisterà sicurezza e fiducia in sé stessa. Aspetto da non sottovalutare l’abilità del regista Scott Frank sia nel rendere vive e affascinanti le numerose partite a scacchi, belle anche per chi non conosce il gioco, sia nel ricreare l’ambientazione, perfetta negli abiti, negli arredi, negli spazi esterni, in puro stile anni Cinquanta-Sessanta, in piena Guerra fredda.

Hollywood

Saltando da un genere a un altro, passo a Hollywood, una serie in cuil’ambientazione ha un ruolo essenziale ed è veramente magnifica. Colpiscono le acconciature e gli abiti delle protagoniste, realizzati senza risparmio, con una varietà incredibile di cappelli, sciarpe, borsette, accessori, tutti azzeccati. Ma è soprattutto una storia che valorizza le donne come meritano, se le cose fossero andate diversamente… Una strepitosa attrice, Patti LuPone, già Evita, Gloria Swanson, Fantine sui palcoscenici inglesi e americani, interpreta la manager Avis Amberg, che prende in mano le redini della casa di produzione del marito e fa delle scelte che, purtroppo, in quegli anni post bellici assai bigotti e puritani, nessuno fece davvero. Qui i gay si manifestano senza timore, le attrici di colore ottengono meritati successi, si realizzano film che invece rimasero nei cassetti più nascosti.

The crown

L’accurato sfondo storico è elemento indispensabile nel celebrato The crown di cui sta arrivando la quarta serie (ma se ne annunciano altre due, fino alla conclusione definitiva). Come è risaputo, si tratta della vita della regina Elisabetta II, da quando è una giovane sposa e si ritrova all’improvviso sul trono, fino a tempi più vicini a noi. Nelle prossime puntate entreranno nel cast sia la Prima ministra Thatcher sia la principessa Diana, con la sua ingenuità, i suoi atteggiamenti disinvolti, i suoi disturbi e le sue oggettive difficoltà a farsi accogliere e amare. Anche qui le donne sono al centro: Elisabetta (interpretata nelle prime due serie da Claire Foy e ora dalla più matura e sempre brava Olivia Colman), la madre Elisabetta (proprio colei che Hitler detestava e temeva per il suo innato carisma), la sorella inquieta Margaret, la zia acquisita Wally Simpson, Camilla nei molteplici ruoli di amica-amante-moglie (di un altro, per ora). Inutile sottolineare la precisione nella ricostruzione di avvenimenti storici di cui è facile trovare altrove documenti fotografici e video: l’incoronazione, gli anniversari, i viaggi istituzionali, gli incontri, i personaggi (i Primi ministri, ad esempio), ma anche vicende umane e quotidiane: le gravidanze, le nascite, l’amore sconfinato per i cavalli, la presenza dei cagnolini Welsh corgi, la conoscenza della meccanica (come ausiliaria, durante la guerra, Lilibet guidava le camionette), il rapporto a volte difficile con Filippo, e così via. Una serie che non stanca, perché scorre parallela al passare del tempo e, gradualmente, si avvicina al presente.

Unorthodox

Facendo un balzo audace, dalla Gran Bretagna possiamo passare alla comunità ultraortodossa chassidica di New York dove si ambienta la mini-serie, bellissima e giustamente apprezzata, Unorthodox, tratta dal libro autobiografico di Deborah Feldman. Esty (interpretata magnificamente dalla giovane Shira Haas) è costretta alle regole rigorose della sua comunità, un mondo chiuso, in cui le donne non possono cantare, studiare la musica, accedere ai testi sacri; aspettano il matrimonio (consumato in modi grotteschi, senza baci né abbracci, con camicioni appartenenti a secoli fa…) per diventare madri prolifiche, e guai a non esserlo. Ma Esty è coraggiosa e fa una scelta senza ritorno, riuscendo a raggiungere Berlino dove vive la mamma, da cui è stata forzatamente allontanata. Qui alcune scene sono veramente struggenti (non per nulla la regista è donna): quando fa il bagno e si libera della parrucca, rimanendo calva, quando riesce ad amare con spontaneità, quando canta in modo sublime, e quel dono le era sempre stato negato. Consiglio di vedere anche il breve documentario che racconta come e dove la serie è stata realizzata, come sono stati ricreati in modo accurato tutti i dettagli di quella vita comunitaria, dai cibi ai riti, dalle preghiere ai vestiti, alle parrucche, ai riccioli ai lati dei volti maschili.

L’altra Grace

Tratto ugualmente da un libro, stavolta però un romanzo che riprende una storia vera, è L’altra Grace. L’autrice è la celeberrima Margaret Atwood dicuiè stato trasposto per la tv anche il capolavoro Il racconto dell’ancella; lavicenda si ispira a quella di una giovane, Grace Marks (Sarah Gadon), accusata nel 1843 in Canada di complicità in un duplice omicidio. Difficile districare il vero dal falso, le bugie dalla verità, visto che Grace, chiusa in una angusta cella, alterna lucidità a una vena di follia, su cui indaga abilmente un bravo medico, in un raffinato gioco psicologico.

La casa di carta

Parlando di serie di successo planetario, non posso non citare La casa di carta, di cui abbiamo seguito già quattro serie; anche se si tratta di imprese criminali, ma senza “rubare” a nessuno (un po’ alla Robin Hood), la spettatrice che è in me parteggia per il variegato gruppo guidato dal Professore. Le donne nella vicenda hanno un ruolo paritario, ed è quello che piace e che conta: la mente è di un uomo, ma fra chi lo aiuta e porta avanti i due incredibili “furti” ci sono donne formidabili, cominciando da Tokyo (voce narrante), Stoccolma e Nairobi. Troviamo poi l’ispettrice di polizia che cambia fronte: da Raquel diventa la compagna di rischi e pericoli Lisbona, mentre (sul fronte avverso) c’è un’altra figura interessante: la poliziotta Alicia Sierra con il pancione in bella mostra, acuta e spietata, sempre con il lecca-lecca in bocca. Il fatto che delle scene si svolgano a Firenze e in un convento toscano non ci dispiace, anzi, e ci diverte che dei frati cantino in coro una celebre canzone di Battiato; ho trovato bellissimo poi che, mentre Berlino muore eroicamente per salvare compagni e compagne, la colonna sonora sia Bella ciao, in una versione veloce e ritmata, canto che è presente anche altrove perché il padre di uno della banda aveva combattuto insieme ai partigiani italiani.

Peaky Blinders

Una serie, piuttosto violenta ma avvincente, che non so bene come definire e qualificare: storica, drammatica, noir, è Peaky Blinders, interessante per l’ambientazione che racconta la scalata al potere criminale di una famiglia di “zingari”, gli Shelby, dedita alle scommesse e ai traffici illegali. Siamo a Birmingham, nel 1919, e per circa 10 anni, in cinque serie, vediamo l’evolversi sociale e politico della Gran Bretagna dopo la Prima guerra mondiale. Se i maschi prevalgono, con abbondanza di uccisioni, accoltellamenti, uso delle lamette come veloci rasoi (tenute nascoste nel berretto che tutti portano sempre), scazzottate e così via, ci sono tuttavia almeno due figure di donna che spiccano. Prima fra tutte la zia Polly, anima e sostegno della famiglia, dolce e decisa, coraggiosa e intelligente, mente pensante anche negli affari (illeciti), a differenza spesso dei nipoti impulsivi e superficiali; l’altra è Grace, una bella irlandese che si fa amare per la sua determinazione e diventa la moglie di Tommy, il personaggio chiave. Sarà la sua guida buona e positiva, ma per breve tempo, come capirete seguendo la serie; tuttavia gli rimarrà nella testa e nel cuore per sempre, mentre è inseguito dai suoi dèmoni.

Lost in space

Prima di passare alle serie poliziesche, un breve cenno a due di fantascienza, le uniche a dire il vero che abbia visto, ma le protagoniste mi sembrano da segnalare. In Lost in space (due serie), Alfa Centauri, la madre della famiglia Robinson — nomen omen visto che sono su una navicella e in continuo pericolo per raggiungere la meta — è una ingegnera abilissima che ha progettato il mezzo su cui si trovano e previsto gli ostacoli che avrebbero potuto incontrare, persi nello spazio appunto. Naturalmente è anche una moglie e una madre affettuosa, che per amore del figlio più piccolo è arrivata a commettere un illecito, pur di portarlo con sé, in salvo, visto che la Terra è sempre più inospitale.

Snowpiercer

Anche nella serie Snowpiercer (tratta da un fumetto e dal film omonimo) sulla Terra non si può più vivere perché è gelata, con temperature di 200 gradi sotto zero; da sette anni un treno di 1001 vagoni in perenne corsa porta il suo carico di persone ricche, povere, disperate, divise in rigidissime classi e categorie, in lotta fra di loro. Sembra che tutto venga governato dal misterioso filantropo Wilford, in realtà la voce che parla al microfono, la mente e progettista del treno è Melanie (Jennifer Connelly) che ne conosce quindi ogni centimetro e tutti i segreti. Si troverà a gestire rivolte e a scoprire assassini, per cui cercherà la collaborazione di un ex-detective finito nel Fondo, dove gli esseri umani sono affamati, tenuti nella sporcizia, in perenne soggezione e trattati con crudeltà.

The alienist

La carrellata finisce con alcuni suggerimenti di serie poliziesche o “gialle”, come preferite, realizzate e ambientate in luoghi e epoche diverse. Voglio iniziare con la seconda serie (Angel of darkness) di The alienist, trattadai romanzi di Caleb Carr. La segnalo per prima sia perché è recente sia soprattutto perché questa volta ha per protagonista Sara (Dakota Fanning), la giovane ex-segretaria del commissario che a New York, a fine Ottocento, crea una agenzia investigativa tutta al femminile, collaborando con due medici, con un giornalista (con il quale c’è una vicenda amorosa assai complessa) e con l'”alienista”, il dottor Laszlo Kreizler. Sara è una donna moderna, decisa, coraggiosa, emancipata; porta nella borsetta una pistola piccola ma micidiale, fuma con disinvoltura, guida a gran velocità la carrozza, si proclama contro la pena di morte e la tortura, appoggia le richieste delle suffragiste, pur mantenendo un animo sensibile che la porta a comprendere le pene altrui e ad andare a fondo anche nelle menti criminali.

Marcella

Proseguo velocemente con le mie personali scelte per voi: Marcella (3 serie in cui una poliziotta finisce nel degrado, per poi assumere la nuova veste di infiltrata sotto falsa identità, ma alla perenne ricerca disperata di sé stessa), Broadchurch, ancora con Olivia Colman nel ruolo di una detective alle prese con i segreti di una piccola comunità inglese, Ozark in cui una intera famiglia americana “normale” si trasforma in una famiglia “criminale” e almeno tre figure femminili risaltano: la moglie Wendy (l’ottima Laura Linney), la collaboratrice Ruth, l’avvocata senza scrupoli al servizio del narcotraffico.

The bridge

Per finire in bellezza ho lasciato le mie preferite, una delle quali ora però sparita dalla piattaforma (non so se rintracciabile altrove): si tratta della serie originale danese-svedese The bridge in cui la poliziotta di Malmö Saga Norén è una figura straordinariamente interessante, con la sua fragilità dovuta alla sindrome di Asperger, per cui non riesce ad essere empatica con il prossimo, è goffa negli atteggiamenti, non sa piangere né abbracciare. Ma ha una mente fine, è battagliera e ostinata, amica fedele del collega danese con cui collabora. In After life il protagonista Tony (il bravissimo Ricky Gervais) è un uomo, èvero, ma l’adorata moglie non lo lascia mai, nel ricordo affettuoso grazie ai commoventi ma non lacrimevoli video sul computer. È lei a spronarlo a vivere, in nome del suo amore e del cane che gli ha affidato; questo lo trattiene dal suicidio a cui pensa costantemente. Molto bella, anche per la bravura degli interpreti principali, la mini serie River il cui inizio spiazzante va seguito con attenzione perché mostra qualcosa che non è, ma non aggiungo altro. Il burbero poliziotto, che si chiama appunto River, è affiancato in auto dalla stimata (e un po’ amata) collega e cantano allegri, ma poi la trama si dipana, e diventa nera, nerissima, con risvolti dolorosi. Anche il finale merita perché ci porta in un’altra dimensione, in cui il ricordo si fa gioia, una gioia del resto impossibile.

Non mi resta che augurare un sereno inverno, per quello che speriamo e sarà possibile, con qualche ora passata a distrarsi davanti alla tv.

«Si esce poco la sera compreso quando è festa
e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra,
e si sta senza parlare per intere settimane,
e a quelli che hanno niente da dire
del tempo ne rimane. […]

L’anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando è questa la novità.»

(L’anno che verrà, Lucio Dalla)

***

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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