Ester Pirami: donna di scienza, donna di penna

Ester Pirami è veramente un bel personaggio da ricordare, a 130 anni dalla nascita, perché racchiude in sé due esistenze: quella della laureata in Medicina che pratica con ottimi risultati la professione di chirurga e quella della narratrice e poeta. Era nata a Urbino (?) l’8 dicembre 1890, figlia di Alberto, un pesciatino illustre e colto, docente di liceo con incarichi universitari e autore di articoli per quotidiani sia locali sia nazionali. La mamma, Virginia Amedei, era una romagnola, lettrice appassionata e amante delle arti. Ester era la primogenita di quattro figlie femmine; dopo di lei nacquero Raffaella, Edmea, Lea. Nel 1901 la famiglia si trasferì a Livorno e poi a Pescia (oggi in provincia di Pistoia), luogo con il quale era rimasto un profondo legame affettivo. Nel 1906 un nuovo trasferimento condusse i Pirami a Bologna dove le ragazze studiarono.

Ester Pirami

Mentre frequentava il liceo e poi l’università, Ester scriveva poesie, pubblicate sulla stampa pesciatina dal 1912. Si tratta di opere giovanili, un po’ ingenue, incentrate su temi amorosi e su riflessioni autobiografiche, ma emergono tematiche nuove, in particolare la questione femminile, che le stava a cuore e di cui lei stessa stava per infrangere certi stereotipi. Nel 1914 si laureò brillantemente, con lode, in Medicina e Chirurgia e decise di intraprendere la carriera ospedaliera, in un’epoca in cui le poche donne si occupavano esclusivamente di pediatria e di ginecologia.

A settembre era già a Pescia come praticante e a dicembre vinse il concorso come assistente nel reparto di chirurgia. Di lì a poco ottenne l’incarico di “medico militare” durante la Grande guerra e non esitò neppure ad andare come volontaria a curare le persone ferite nel terribile terremoto di Avezzano (1915), dimostrando coraggio, altruismo, determinazione. Nel frattempo continuava a dedicarsi alla scrittura attraverso racconti e poesie, spesso ospitati su riviste a carattere locale, come il settimanale “La Lanterna”, ma anche pubblicava testi scientifici di alto livello che le valsero riconoscimenti dall’Università di Bologna. Era una brava dottoressa, una chirurga attenta che non si assentava mai, le vennero addirittura attribuite guarigioni quasi miracolose e la sua dedizione al lavoro divenne proverbiale a Pescia e dintorni. Non si contano i ringraziamenti che ricevette.

Pescia, panorama. Foto di Laura Candiani

Nella cittadina toscana, dove sempre rimase a vivere sua madre, aveva due abitazioni: una in centro, dove risiedeva abitualmente, anche per raggiungere in breve il vicino Regio Ospedale Civile SS. Cosma e Damiano, l’altra in campagna, con annesso un podere; i Pirami possedevano poi un allevamento di bachi da seta, attività assai diffusa all’epoca in questa area geografica.

A partire dal 1915 Ester si dedicò con più continuità alla narrativa e nel ’16 iniziò il romanzo L’estrema offerta, pubblicato nel ’24, con la prefazione dell’onorevole Ferdinando Martini, uno dei personaggi politici di spicco a livello toscano e nazionale. Ora una rara copia del libro, in edizione originale autografata, si può consultare presso la biblioteca comunale “Magnani” a Pescia. L’anno precedente aveva pubblicato un libro per l’infanzia: Fiordineve-romanzo fantastico, per le edizioni fiorentine La Voce.

Copertina e illustrazioni di Fiordineve

Un elemento essenziale della produzione letteraria di Pirami riguarda la condizione della donna che non vede legata alla realizzazione attraverso la famiglia: anzi, crede fermamente nel ruolo del lavoro, nell’emancipazione, nell’importanza dell’istruzione, tutti aspetti che la coinvolgono in prima persona, di cui è essa stessa testimonianza. Al contrario, in modo convenzionale e stereotipato si pronuncia la madre del protagonista del romanzo, la signora Aristea, ostile al «progresso [che] ha fatto molto male alla donna. Con tutto questo aumentar di scuole e queste eccessive concessioni di libertà, può viaggiar da sola e occupare posti e avere professioni fin qui consentite solamente all’uomo, può fare a scelta il medico, l’avvocato o l’ingegnere o la maestra lontano da casa…»

Il dibattito su questi argomenti di interesse sociale era vivo; sulla stampa a carattere nazionale e locale si discuteva sul diritto di voto, sulle prime rivendicazioni femminili, sull’eventuale ingresso delle donne nella carriera politica, sull’accesso agli studi superiori; tuttavia la parità era ritenuta da più parti impossibile da realizzare in nome del matrimonio e soprattutto della maternità, e del conseguente allevamento della prole, capace di assorbire ogni energia e ogni interesse. Temi che appassionavano Pirami, donna realizzata professionalmente, che dedicò tutta sé stessa allo studio e al lavoro, senza mai sposarsi.

Il romanzo si ambienta inizialmente a Spoleto ed è la storia di un amore travagliato ed ostacolato: incontriamo da un lato Renato, giovane di buona famiglia, oppresso da una educazione cattolica che lo costringe a vuoti rituali e lo porta da ragazzo in un convitto religioso per venire “guidato” sulla retta via. Dall’altra parte abbiamo Grazia, bionda bellezza, elegante e raffinata, costretta dalle circostanze a cercare un lavoro: diventa maestra e accetta di trasferirsi lontano, come spesso accadeva allora, e si ritrova a Luino, sul Lago Maggiore. I due giovani si amano e ritengono la città di origine molto chiusa e «meschina», quindi cercano un futuro insieme in un altro luogo, meno provinciale. Assai interessante è lo sfondo della vicenda, che riesce a equilibrare storia privata e storia nazionale. Ecco dunque ben delineata la situazione dell’epoca con la sua ipocrisia, con le differenze sociali, con i pregiudizi, con la paura dei sovversivi e del socialismo, argomento che Pirami non evita di trattare. Addirittura ne tratteggia i diversi aspetti: il socialismo violento e aggressivo dei rivoltosi, quello democratico e moderato dei riformisti, quello della propaganda rivoluzionaria arrivata da lontano.

Si introduce come elemento di squilibrio nella coppia una figura femminile, Vera Lercher, una bella e spigliata ungherese, che potrebbe in qualche modo ricordare il fascino oratorio e l’intelligenza di Anna Kuliscioff. Per causa sua Renato, appassionato e ingenuo, si lascia coinvolgere in moti dalle finalità confuse e dall’esito tragico: sul terreno rimane un morto e dell’assassinio viene accusato proprio lui. Finisce in carcere. Ripudiato dalla famiglia, tocca a Grazia farsi carico della sua difesa, spendendo tutti i suoi modesti risparmi. L’avvocato assunto si rivela un personaggio squallido e profittatore: come Scarpia di fronte a Tosca che lo implora per la salvezza di Cavaradossi, fa l’oscena proposta a Grazia. La ragazza, per la scarcerazione di Renato, è disposta all'”estrema offerta”, l’offerta di sé stessa, mentre intorno si accendono allegre le luci natalizie. «Grazia non era più Grazia, era un’ombra che sopravviveva a se stessa aspettando che l’ultima prova venisse a persuaderla che il suo sacrificio non era stato vano.» Consapevole che niente sarà come prima, che Renato non dovrà sospettare nulla, che il futuro non avrà più senso, la giovane ha comunque deciso di togliersi la vita, atto ancora più doloroso sapendo che l’amato è stato davvero assolto e glielo annuncia festoso con un telegramma: «Finalmente libero partirò per il paese del sogno» che sarebbe poi la graziosa cittadina di Stresa, dove si erano giurati fedeltà e reciproco amore. Grazia sceglie di morire proprio in quei luoghi ameni, dove il paesaggio è sereno e luminoso: raggiunta l’Isola Bella, come Virginia Woolf avrebbe fatto anni dopo nel fiume Ouse, trova la morte immergendosi nell’acqua placida del lago.

Questo finale potrebbe apparire una rinuncia e una contraddizione, ma si deve comprendere il clima italiano degli anni Venti: una ragazza che spende i suoi soldi e si “concede “, anche se a fin di bene, per salvare il proprio innamorato, sarebbe stata destinata all’isolamento, alla critica, al rifiuto dei suoi stessi familiari e forse dello stesso uomo per cui si era sacrificata. Grazia ne è lucidamente consapevole. È dunque una fine coerente, non tanto con i princìpi della scrittrice, ma con quanto la società dell’epoca si attendeva.

L’estrema offerta, frontespizio

Successivamente Ester Pirami, messa da parte l’attività letteraria, si dedicò con rinnovata passione alla medicina tanto che nel ’26 si specializzò all’Università di Bologna in Patologia coloniale e per un breve periodo fu in Africa, ad Asmara, dove fu colpita da una grave forma di tifo; rientrata per curarsi in Italia e lasciata Pescia definitivamente, nel ’32 si trasferì – a seguito di concorso – a Pesaro, lavorando ancora per parecchi anni prevalentemente in ambito psichiatrico. Viaggiò molto, talvolta con le sorelle, e raggiunse varie parti del mondo, anche le meno visitate, dalle Filippine al Polo Nord.

Durante la Seconda guerra mondiale assisté nuovamente la popolazione e in seguito scelse la libera professione di analista fino al 1967, quando le precarie condizioni di salute la portarono a dimettersi dall’Ordine dei Medici. Una bella festa era stata organizzata per salutarla degnamente, ma dovette rinunciare a causa dei dolori al fegato e a difficoltà respiratorie. Morì il 19 settembre dello stesso anno a Pesaro (Bologna?).

A dimostrazione del legame rimasto con la cittadina toscana, lasciò per testamento un suo piccolo oliveto all’ospedale di Pescia.                                                                                                         

L’ospedale di Pescia, 1900 circa  

Prima di concludere, è necessario informare chi avrà la cortesia di leggere questo articolo che le notizie reperibili su Pirami risultano talvolta imprecise e capita che venga fatta confusione fra Ester e la sorella Edmea, nata nel 1899, che fu una illustre pediatra. Un dato poco chiaro è relativo ai luoghi di nascita e di morte di Ester: ovunque si trova scritto Urbino come luogo di nascita (vedi saggio di Francesca Giurlani, in Donne di penna, ed. Vannini, Buggiano, 2003), ma la scheda anagrafica del relativo ufficio di Pescia indica Ascoli Piceno; come luogo della morte per lo più si trova Bologna (vedi Enciclopedia Treccani), ma il Dizionario biografico Treccani riporta Pesaro, come pure la voce in Aspi-Archivio storico della psicologia italiana. Addirittura la voce su Wikipedia mette entrambe le città! Anche il cognome della madre, che sulla scheda anagrafica risulta Amedei, talvolta diventa Amidei, altre Amadei.

Mentre a Edmea Pirami è stato dedicato un giardino pubblico a Bologna, di Ester non si hanno ricordi tangibili.

In copertina: il fiume Pescia

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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