Tracce femminili lungo le vie di Brescia: Fortunata Gallina

Nel tratto iniziale, contrada Sant’Urbano è contigua alla piazzetta, un tempo detta dell’Albera, lo slargo nel quale, durante le Dieci giornate del 1849, i patrioti e le patriote bresciane riescono a fermare le truppe austriache. Da qui ha inizio — perpendicolarmente alla contrada e in salita verso la sommità del colle Cidneo — la via Barricate, che nella definizione toponomastica ben esemplifica il modo con cui la cittadinanza insorta blocca le sortite dei dominatori arroccati nel Castello.

F. Perrin, Rivolta di Brescia, litografia 1851

La piazzetta, immersa nel verde e molto raccolta, si dispone in pendenza lungo l’ultimo lembo delle pendici del Cidneo e le fanno da sfondo le facciate di antichi edifici, tra cui quello di una storica osteria, già esistente nel 1849. Inoltre, si trova in una posizione davvero strategica: prospetta su via Musei, l’antico decumano massimo, tra la centralissima Piazza della Loggia e il Capitolium, tempio romano di età imperiale, e, attraverso vicolo Sant’Agostino, conduce a un’altra delle grandi piazze cittadine, Piazza Paolo VI, ancora nota come Piazza Duomo, nonostante l’intitolazione al papa bresciano risalga al 1982. È un luogo di transito e di raccordo nel cuore profondo di Brescia che, tuttavia, invita alla sosta, grazie al refrigerio della brezza che spira dal Cidneo e a vari locali all’aperto. In seguito la piazzetta è intitolata a uno dei protagonisti dell’insurrezione antiaustriaca del 1849, Tito Speri (1825-1853), e, al centro, spicca nel verde del giardino urbano una statua di marmo che lo rappresenta in piedi su un alto basamento mentre incita alla rivolta.

Brescia, Piazzetta Tito Speri

Il giovane patriota, tra i capi delle Dieci giornate, guida la difesa di Porta Torrelunga — oggi Piazza Arnaldo — e della piazzetta che gli è ora dedicata. Promuove in ambito locale la vasta cospirazione mazziniana del 1850-51, che coinvolge patrioti e patriote di numerose province del regno Lombardo-Veneto ed è perciò arrestato nel 1852 e giustiziato a ventisette anni, nel 1853, insieme agli altri “martiri di Belfiore”, in totale centodieci patrioti, mandati a morte tra il 1852 e il 1855. Il suo nome è ancora molto noto, per lo meno a Brescia, mentre poche sono le persone che conoscono quello della ragazza, morta giovanissima, che lo ha teneramente amato: Fortunata Gallina detta Fortunina.

Fortunata Gallina in un disegno di Carlo Salodini, 1931

Nata il 14 gennaio 1829 a Milano, in una famiglia di attori, l’anno successivo si trasferisce con i genitori a Manerbio, un grosso paese nella pianura a sud di Brescia, in cui i Gallina abitano in una casa di loro proprietà ereditata, insieme ad altri immobili, dal nonno paterno, godendo di una discreta agiatezza. Nel 1845, probabilmente in casa del farmacista Giacomo Bontardelli, inquilino dei Gallina e in stretta amicizia con Tito Speri, Fortunina incontra per la prima volta il giovane patriota e ha inizio la relazione tra i due, fortemente osteggiata dalla madre di lei, Clementina Lenzi, sia per la disparità sociale tra i due giovani, sia perché l’ardente passione politica di lui non è sicuramente garanzia di un futuro tranquillo. L’idillio continua fino alla morte per tisi di Fortunina, a soli ventidue anni, come testimoniano le lettere d’amore scritte dalla ragazza a Speri. Il carteggio è, in realtà, unilaterale, poiché non ci sono pervenute le missive inviate, probabilmente tramite Giacomo Bontardelli, a Fortunata. La gloriosa aureola patriottica di Tito, che affascina senz’altro Fortunina, per la madre non è altro che disprezzabile fanatismo. Scrive la giovane, nella lettera del 26 gennaio 1851: «ti puoi immaginare quelli che ti chiamano fanatico, cosa dicono adesso, e specialmente mia madre». Tuttavia la ragazza resta ferma nell’amore per il suo eroe, strettamente intrecciato a quello per la Patria «mio Tito, io… amo tutto quello che contiene questa cara Patria e Iddio mi concesse di coronare questo amore, sciegliendo (sic) per compagno uno de’ più Prodi, de’ più Valorosi difensori di essa». Nonostante la comune passione politica, la ragazza pensa concretamente a un futuro condiviso, un progetto di vita insieme: «o Tito? quello che t’impedisce di pensare a me, non puo (sic) impedirti di unirti con me? puoi tu infine liberamente ammogliarti? … la moglie non può essere d’inciampo, alla carriera che tu hai ideato d’imprendere?» L’epistolario rivela screzi non infrequenti tra i due e incertezze sulla portata dei sentimenti dell’amato da parte di Fortunina: «tu mi ami come si può amare una Pianta, un Fiore, un Quadro». In effetti, durante la cospirazione del 1850-51, Tito cerca e trova l’amore in altre donne; è documentata la sua passione per Angiolina Ferretti, insegnante delle scuole normali e fervente mazziniana. Fortunina è malata di tisi e, in una lettera senza data, scrive: «adesso sto un po’ meglio… sono malattie lunghe». La ragazza muore il 10 novembre 1851 e la madre impedisce a Tito Speri di prendere parte al funerale, ma il giovane corrompe il sacrestano, si fa aprire la bara e dà in privato un ultimo addio alla sua amata, baciandola in fronte. Dopo la morte di Fortunina, la sua storia d’amore assume per Tito Speri una dimensione ideale. Per lui il ricordo della giovane ritorna come un fantasma consolatore nel silenzio della cella, una donna angelicata, una Beatrice che lo ispira a scrivere un romanzo, Fortunata da Pontevico, andato perso. Come il carteggio, anche l’amore tra Fortunina e Tito pare piuttosto unilaterale, o forse, semplicemente, un amore di carta.

In copertina: Faustino Joli da Brescia, 1814-1876. Combattimento in Piazzetta dell’Albera (particolare)

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Articolo di Claudia Speziali

mbmWJiPdNata a Brescia, si è laureata con lode in Storia contemporanea all’Università di Bologna e ha studiato Translation Studies all’Università di Canberra (Australia). Ha insegnato lingua e letteratura italiana, storia, filosofia nella scuola superiore, lingua e cultura italiana alle Università di Canberra e di Heidelberg; attualmente insegna lettere in un liceo artistico a Brescia.

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