Renata Fonte, l’impavida

«E sono ancora qui che cerco di scrivere una storia, la mia storia. Ma che cosa scriverò di me, io, poeta mai nata? Volevo solo cantare l’antico Inno alla Vita… Io, essere umano che vivo di pane, illusioni e speranze come mille altri, io che volevo cantare l’antico Inno alla Vita. Qualcuno ha fatto tacere la mia voce… ma c’è ancora in sottofondo un motivo di poche note, un ritornello struggente che esce da qualche angolo del mio animo e che è il tema musicale di tutto quello che ho dentro».

Renata Fonte è stata la prima Assessora alla Cultura e alla Pubblica Istruzione del Comune di Nardò. È stata assassinata la notte tra il 31 marzo e il primo aprile 1984 con tre colpi d’arma da fuoco a pochi passi dal portone di casa, durante il tragitto di ritorno da un Consiglio comunale. Aveva da poco compiuto trentatré anni, per la maggior parte profusi nell’impegno politico a tutela della città e dell’ambiente: una voce dissonante in un panorama politico avvizzito dalla lottizzazione e dalla speculazione edilizia.

Nata a Nardò il 10 marzo 1951, frequenta il liceo classico ma ben presto interrompe gli studi per sposarsi con Attilio Matrangola, un sottufficiale dell’Aeronautica, con cui avrà due figlie, Sabrina e Viviana. Il lavoro del marito la costringerà a spostarsi di luogo in luogo, senza mai rinunciare al sogno di tornare nella sua terra natia e terminare gli studi. Nel 1980, con il trasferimento del marito all’aeroporto di Brindisi, potrà finalmente conseguire il diploma di maturità magistrale, poi la Laurea in Lingue e Letterature straniere presso l’Università di Lecce, che le permetterà di insegnare nella scuola elementare di Nardò. In questi anni si dedica alla scrittura, scrive racconti, poesie, e sull’onda delle suggestioni di Pantaleo Inguisci, avvocato, storico e antifascista, e si impegna attivamente nella vita politica della città: milita nel Partito Repubblicano Italiano, fino a diventare Segretaria cittadina del Comune di Nardò, ponendo al centro del suo mandato la difesa del territorio attraverso la direzione del Comitato per la Tutela di Porto Selvaggio. Candidatasi alle successive elezioni amministrative della città, che vincerà a discapito un noto personaggio locale, Antonio Spagnolo — il futuro mandante del suo assassinio — diviene la prima assessora di Nardò, dapprima alle Finanze, in seguito alla Pubblica Istruzione. Nello stesso periodo entra a far parte del direttivo provinciale del partito e diviene anche responsabile della Cultura per la provincia.

Ricordo di Renata Fonte a Nardò

In una Nardò travolta dalla violenza della lotta politica, Renata Fonte rappresenta un faro di legalità e giustizia: denuncia illeciti ambientali e speculazioni edilizie a Porto Selvaggio, portando il caso all’attenzione dei media, favorendo l’emanazione dalla regione Puglia di una legge a tutela del parco, ancora oggi vigente. Alle minacce di morte da parte di chi aveva interessi economici in quei luoghi seguiranno gli efferati fatti che conosciamo. I mandanti, Antonio Spagnolo e Giuseppe Durante, e gli esecutori materiali, Marcello My e Pantaleo Sequestro, saranno tutti condannati nel febbraio del 1987. Non si tratta solo del primo assassinio di mafia commesso nel Salento; a ben vedere la vicenda può essere riletta all’acme dell’iceberg della violenza di genere. La sentenza, infatti, recita: «La Fonte, che occupa un posto che non le sarebbe spettato “stava facendo perdere un sacco di soldi” ostacolando un progetto di speculazione edilizia, la realizzazione di un residence lungo la costa salentina, verso Porto Selvaggio». Una donna uccisa perché occupante un posto che non le sarebbe spettato, è una motivazione di triste e notevole attualità: richiama alla mente i veri moventi per cui le donne vengono uccise per mano di uomini, a partire dal primo femminicidio della storia, quello di Ipazia, una martire non della scienza ma politica, in quanto aveva messo il naso “negli affari di uomini”, sino ai femminicidi attuali, una forma sistemica di violenza di genere a discapito di donne che esuberano i canoni che la società patriarcale e sessista ha imposto loro. La voce delle donne è lo strumento più potente per smantellare la sovrastruttura del patriarcato — secondo Virginia Woolf, il germe alla radice di ogni forma di oppressione, a ben vedere anche quella di stampo mafioso.

Nel 2002 la Commissione del Dipartimento Affari Civili del Ministero dell’Interno ha riconosciuto a Renata Fonte il carattere di vittima di criminalità mafiosa.  La sua memoria oggi vive nell’operato delle figlie Viviana e Sabrina, che nel corso degli anni hanno dato vita a un progetto nelle scuole d’Italia volto a diffondere la storia della madre, anche attraverso la tutela Riserva naturale di Porto Selvaggio, dove nel 2009 è stata posta una stele in ricordo del suo impegno civile e politico. A Renata Fonte è altresì dedicata l’associazione Donne Insieme, con l’intento di promuovere legalità e non violenza; poi ancora dalla collaborazione tra Procura Nazionale Antimafia, la Questura e il Pool Antiviolenza del Tribunale nel 1998 è nata la Rete Antiviolenza Renata Fonte, primo centro antiviolenza riconosciuto dal Ministero dell’Interno in collaborazione con il Ministero delle Pari Opportunità, a suggello delle sue molteplici battaglie civili e sociali – nell’Unione Donne Italiane, seguiva le attività del Consultorio locale e si dedicava alla tutela dei diritti delle donne.

Ogni 21 marzo, in occasione della Giornata della Memoria e dell’impegno di Libera — che le ha dedicato vari presidi, su tutti quello di Nardò — il suo nome è ricordato tra le vittime innocenti di mafia. Anche la scuola di politica della Fondazione Benvenuti in Italia, fondata nel 2011 a Torino, porta le lettere del suo nome. Nel 2014, a trent’anni dall’assassinio, il comune di Nardò ha organizzato delle manifestazioni per ricordare la concittadina. Nel comune di Mottola le è stata intitolata una piazzetta su proposta di una classe dell’Ic Manzoni che ha vinto la seconda edizione del concorso indetto da Toponomastica Femminile.

Bari. Via Renata Fonte. Foto di Marina Convertino

Renata Fonte è stata una donna impavida che in nome dell’amore per la sua terra ha combattuto la mafia, guidata dal faro della giustizia e della legalità. Alla criminalità organizzata che pensa di averla messa a tacere ricordiamo che ogni donna uccisa dalla violenza si fa “voce dell’altra” — per citare un titolo significativo di Grazia Livi: la sua voce vive nel canto di tutte le donne che combattono la propria battaglia per la libertà di essere e vivere. Anche quando vogliono seppellirci, infatti, rinasceremo come fiori, proprio come nella bellissima fotografia che la ritrae con un ibisco tra i capelli (in copertina) e come l’orchidea che porta il suo nome, la Ophrys x sivana nothosubsp. Renatafontae, piantata nella Riserva naturale di Porto Selvaggio, la sua terra tanto amata.

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Articolo di Eleonora Camilli

Eleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS — Associazione Italiana Sommelier — conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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