“Realiste e visionarie”. 42° festival internazionale di Cinema e donne. Parte prima

Nel giorno in cui si celebra con molteplici iniziative la battaglia comune contro le violenze sulle donne, per lo più perpetrate nell’ambito familiare, è iniziato a Firenze il 42° festival Cinema e donne con un programma molto vario e ricco, da seguire attraverso lo schermo del pc. Come in ogni manifestazione, anche in questa forma senza pubblico in presenza, ci sono stati i saluti istituzionali dell’assessora Alessia Bettini, l’introduzione della curatrice, le premiazioni, a cui si sono affiancate le interviste a Silvana Mazzocchi per il suo libro Come in un labirinto di specchi e a Silvio Danese per Intervista alla sposa.

Per entrare nel vivo del festival e dovendo necessariamente operare una selezione, sono partita dalla visione di alcuni “corti” di cui già sapevo qualcosa. Il primo film, di 15′, Lontano da qui (foto sottostante) per la regia di Tommaso Santi ha ricevuto il premio Gilda bistrot ed è risultato vincitore del bando “Non violenza-Lo schiaffo più forte” del Mibact.

Ci troviamo in un ambiente neutro, poco connotato: un parcheggio sotterraneo, e una operatrice di sorveglianza osserva quanto accade. Scopriremo solo alla fine che, in realtà, sta vedendo sé stessa: come le cose sono andate davvero e come invece avrebbero potuto avere un altro destino, se solo lei, Sara (Elisa Cecilia Langone), avesse fatto per tempo la scelta giusta. Trattandosi di una sorta di piccolo “giallo” è bene non rivelare altro, con l’augurio che tante persone, nei contesti più vari, possano apprezzarlo come merita e condividerne i contenuti. Spiega il regista nell’introduzione: di fronte alla violenza «non solo non dobbiamo mai essere complici, ma neppure testimoni silenziosi e impotenti».

Histoire d’H-racconti del silenzio (2018), di 12′, per la regia di Silvia Lelli, antropologa e documentarista, non è una storia di fantasia, ma un documento toccante, narrato in prima persona da una donna anonima di cui ascoltiamo solo la voce sotto forma di monologo. La lettera H sta a significare, spiega Lelli, il silenzio, il mutismo a cui non ci si deve rassegnare. La adulta che parla, su uno sfondo fisso (prima un interno borghese, poi il paesaggio ricco di fronde fuori da una finestra), racconta qualcosa che non vorremmo mai sapere: un incesto perpetrato dal padre, medico stimato, sulla figlia quattordicenne, nel corso di oltre un anno.

Histoire d’H 

La donna riflette su quella vicenda dolorosa che visse in segreto e tenendo all’oscuro la mamma, giocata sull’ambiguità, sulla violenza psicologica, sulla ricerca di affetto, mascherata com’era da “esperienza” per cui figli e figlie imparano tutto dai genitori, anche il sesso. Gradualmente quella sottomissione finì, quando lei cominciò ad essere più indipendente e consapevole, ma ha pesato sempre sulla sua psiche. Sa di essere stata in seguito troppo disponibile con gli uomini e di non aver mai superato completamente quel trauma, sa di aver subito in Francia un vero e proprio stupro, che neppure denunciò, ma — spiega — quella fu una violenza solo fisica, tutto sommato una situazione più chiara, in cui «è evidente che sei tu la vittima». Intorno ai 24 anni scrisse al genitore una lettera per affrontare una volta per tutte l’accaduto, ma lui non le rispose mai.

Un altro documentario, ispirato alla vita del padre Giuseppe, è stato realizzato da Alessia Bottone, veronese, laureata in Diritti umani; prima del video informa che La Napoli di mio padre, 20′, ha per voce narrante quella paterna e che utilizza materiali d’archivio, per lo più in bianco e nero.

La Napoli di mio padre

L’uomo ormai adulto racconta, durante un viaggio in treno da Nord a Sud, la sua infanzia nel quartiere Vicarìa, insieme alla allegra confusione dei vicoli e all’amicizia preziosa con una specie di scugnizzo: Napoleone, che gli insegnò a vivere. Il popolo vociante, povero ma generoso, si serviva dell’aiuto gratuito di tale don Mario che accoglieva bambini e bambine per qualche ora, quando le madri erano occupate, in cambio di una pagnotta o di un pacco di pasta, oppure ricorreva alla misera bottega di Nanninella, disposta sempre a fare credito. L’incontro con i pregiudizi arrivò con il trasferimento in una casa più confortevole, in un quartiere di professionisti e impiegati: il sorriso sparì dal volto di sua madre che, in difficoltà anche con la lingua italiana, si chiuse in sé stessa. Il raffronto fra migranti di ieri e migranti di oggi era inevitabile e nel documentario si affacciano immagini a colori a testimonianza di eventi che ci riguardano da vicino; gli scopi del viaggio tuttavia sono rimasti i medesimi: cercare la libertà personale, lottare per l’indipendenza economica e realizzare i propri sogni.

Girato negli Usa Cuba’s forgotten jewels: a Haven in Havana (46′) è un documentario davvero originale e interessante, ben strutturato e montato, che racconta una vicenda praticamente sconosciuta: l’espatrio di circa 12.000 persone di religione ebraica dal Nord Europa (specie dal Belgio e dall’Olanda) nell’isola di Cuba, per sfuggire alle persecuzioni naziste. Judy Kreith e Robin Truesdale si sono serviti di un’alternanza di filmati d’epoca, di vecchie foto, di interviste a un profugo e ad alcune signore ormai anziane, ma giovanissime allora (stiamo parlando del periodo 1941-47/48) che riferiscono come riuscirono a salvarsi fortunosamente con le famiglie, arrivando per nave a L’Havana dove furono accolte con simpatia, generosità, senza alcun pregiudizio. Padri e madri dovettero inventarsi un lavoro, all’inizio precario, ma poi — grazie all’esperienza di alcuni imprenditori provenienti soprattutto da Anversa — nacque l’industria della lavorazione dei diamanti in cui fu impiegata manodopera per metà locale, per l’altra metà di rifugiati. Fu una vera fortuna che riguardò anche le adolescenti, abili nell’imparare un mestiere del tutto nuovo e felici di procurarsi i primi modesti stipendi. Cuba si rivelò una meta non provvisoria, come pensavano, così entrarono nell’atmosfera locale: cibi gustosi, mare, sole, tramonti spettacolari, clima mite e popolazione vivace, allegra, naturalmente portata per il ritmo e la danza. Tutto finì quando la guerra ebbe termine: gli imprenditori si trasferirono in America, le fabbriche chiusero, la parentesi era finita e quasi tutte le famiglie espatriarono nella “terra promessa”, gli Usa, dove costruirono la loro nuova vita.

Cuba’s forgotten jewels

Un ultimo corto, girato dalla toscana Nicol Zacco, Il tesoro (2019), di 12′, ci porta in un’atmosfera serena, nel paesaggio incantevole del Cagliaritano, in cui due nonni, Anita e Natale, si prendono cura dell’amata nipotina Mariù. La figlia è in evidente difficoltà e chiede il loro aiuto; il nonno, ancora in pigiama, su una vecchissima 500, accorre e trasforma il distacco (provvisorio?) della piccola in una bella avventura. In tv scorrono le immagini in bianco e nero di un film in cui i pirati, scavando nella sabbia, trovano un tesoro e altrettanto farà il nonno, seminando sulla riva del mare tante monetine per fare felice la bambina. Un doppio tesoro dunque, in cui il denaro è solo un pretesto per esaudire dei modesti desideri; il vero tesoro è l’affetto incondizionato di chi vuol bene senza se e senza ma. Da segnalare la partecipazione, nel ruolo di Anita, di una grande attrice teatrale: Giusi Merli, a fianco di Mario Faticoni e di Elena, per la prima volta sullo schermo.

Ho poi affrontato con piacere HAB (2020), film di 90′ dell’ungherese Nora Lakos che ha ricevuto l’altro premio Gilda bistrot, riservato ai lungometraggi. Si tratta di una commedia davvero gustosa, da vari punti di vista, ben diretta, ben ambientata, ottimamente interpretata.

Hab

La protagonista, Dori, donna romantica e piuttosto sfortunata in amore, ha una pasticceria (Hab, nei sottotitoli tradotto Cream) in cui realizza deliziosi dolcetti ispirati alle celebri coppie del cinema: da Titanic a Casablanca a Come eravamo. Il bilancio però non va e rischia il fallimento; uno spiraglio si apre quando sa di un possibile finanziamento di 95.000 euro indirizzato alle “imprese familiari”. Ma lei non ha famiglia, allora ingaggia un amico dentista-disc jockey, inguaribile donnaiolo, e un bambino vicino di casa, buffissimo attore in erba, pronto a entrare nella parte. Insieme dovranno partecipare a un workshop di quattro giorni, con altre stravaganti famiglie selezionate: chi supererà una serie di assurde prove avrà il finanziamento. Molto divertente tutta questa parte che è il centro del film, e che vede organizzatrice una bionda signora elegantissima, sempre su di giri, insieme a Attila, un vero guru che si atteggia a maestro spirituale. Accadono varie vicende, ma un momento chiave è quando Dori confessa al finto marito che ebbe la sua prima delusione a 8 anni perché si innamorò, non ricambiata, di Kevin Costner nel ruolo di Robin Hood. La nostra pasticciera, tuttavia, è una persona sincera e onesta: si stanca della recita e dichiara la verità, a un passo dalla vittoria; lascia quindi questa sorta di reality show più serena e sicura di sé. Chiude il suo bel negozio e apre una vendita di dolci on line, con nomi assai prosaici, non più basati sui sogni ma sulla realtà quotidiana. Finché l’amico le manda un curioso messaggio, firmandosi Robin Hood; lei è titubante, eppure va a casa sua con un cesto di albicocche per fare la marmellata e trova non una, non due, ma tre donne! E poi arriva la verità… che non vi svelo, se mai vi capitasse di vedere il film (sottotitolato ma parecchio godibile). A me ha ricordato in qualche momento la svagata sognatrice, ingenua e pasticciona, Amelie, in altri il potere consolatorio dei dolciumi (Chocolat) e della cucina in generale (Il pranzo di Babette); una commedia che concilia col mondo, un’opera prima, ha spiegato la direttrice del festival Paola Paoli, arrivata all’ultimo momento ma entrata subito nel cuore delle organizzatrici e della giuria.

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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