Tracce femminili lungo le vie di Brescia: Marzia Provaglio Martinengo

Una delle piazze più famose di Brescia, sebbene ingiustamente poco frequentata, è quella del Foro, nota fino agli inizi dell’Ottocento come piazza del Novarino, dal soprannome di un tale Manfredino da Novara, e il suo assetto attuale è il risultato di una serie di scavi condotti dal 1830 in poi. In età romana il Foro è il fulcro della vita cittadina e ha la sua sistemazione definitiva in età flavia (69-96 d.C.). Di forma rettangolare e di dimensioni maggiori (m 120×40) di quelle dell’attuale, omonima, piazza, è delimitato a nord dal Capitolium, o tempio capitolino, e a sud dalla Basilica. Il tempio sorge a una quota del terreno alta oltre otto metri in più rispetto a quella della Basilica e il dislivello è colmato da piani raccordati da scale. Un porticato si apre sui lati lunghi e vi si affacciano negozi, servizi e taverne.

Il Foro. Veduta aerea

La popolazione affluisce al Foro, inizialmente usato come luogo di mercato, per fare acquisti, portare offerte al tempio, assistere a cause giudiziarie e socializzare, in particolare nei thermopolia e nelle terme, situate dietro le botteghe sul lato occidentale e utilizzate da chi non ha il bagno in casa o, semplicemente, desidera passare un po’ di tempo in compagnia. Anche bambine e bambini, ragazze e ragazzi affollano il Foro, per giocare sui marciapiedi, a dadi o a una sorta di dama ante litteram.

La zona, in età medievale, è luogo di rovina e di abbandono, ma nel XIII secolo ha inizio la rinascita; le famiglie più potenti del libero comune si stabiliscono fra i ruderi e, utilizzandoli come materiale di reimpiego, si costruiscono le proprie dimore. Gli ultimi ad arrivare sono i Martinengo, una nobile famiglia di origine bergamasca, che ha la prima abitazione in città in corsetto Sant’Agata, in seguito fa edificare e si trasferisce nel grande palazzo di via Trieste 17, attuale sede dell’Università Cattolica.

La sede dell’ Università Cattolica di Brescia

Da questa dimora escono alcuni membri della famiglia per andare ad abitare poco lontano, nella zona dell’attuale Palazzo Martinengo al Novarino in Piazza del Foro. Nel 1635 i Gambara vendono il proprio palazzo a Lelio Martinengo e suo figlio Cesare IV completa l’acquisto delle proprietà dei Gambara e delle casette adiacenti e fa ampliare e unificare tutti questi edifici in un unico palazzo, terminato nel 1663. Sempre nel 1663 è acquistata l’ampia area, confinante a nord, dei nobili Oldofredi, sulla quale, tra il 1679 e il 1686, si realizzano il giardino e il corpo di fabbrica che si affacciano su via Musei.

Particolare del portale con le aquile

L’ingresso principale è affiancato da due grandi aquile, simbolo araldico dei Martinengo, che sostengono il balcone soprastante, fungendo da cariatidi. Il portale, in posizione asimmetrica rispetto allo sviluppo della facciata, consente di inquadrare prospetticamente la fontana monumentale addossata al muro di fondo del cortile interno, costituita da una nicchia più bassa, in cui è collocata la statua di Nettuno, attribuita a Sante Callegari il Vecchio (1662-1717), e da una più elevata con la statua a figura intera di Cesare IV Martinengo, che vi viene posta dopo la morte del committente, nel 1691.

L’unità della residenza dura poco, perché i suoi tre figli, lo stesso anno, si dividono il palazzo e il frazionamento perdura fino ai primi decenni del Novecento. In seguito diviene sede della Questura e dell’Amministrazione provinciale, che lo aveva acquistato dal comune nel 1926. Restaurato tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, ora è in gran parte proprietà dell’Amministrazione provinciale, che vi ha allestito alcuni dei suoi uffici, e una delle principali sedi espositive per le iniziative di Brescia mostre. L’attuale costruzione sorge sui sedimenti di un antico e grande edificio termale romano e dal numero 6 di via Musei si accede al percorso archeologico, che si snoda in cinque sale nel sottosuolo, in cui è possibile vedere le tracce stratificate di migliaia di anni di storia cittadina. Il corpo meridionale di Palazzo Martinengo Cesaresco al Novarino, ancora oggi di proprietà privata, domina il lato occidentale di piazza del Foro, con la sua mole imponente.

Palazzo Martinengo Cesaresco Novarino. Facciata sulla piazza del Foro

La riedificazione seicentesca s’ispira a modelli rinascimentali, rispettando la fabbrica preesistente. Al piano nobile si trova la lunga galleria che ospitava la biblioteca del palazzo, affrescata, come lo scalone, nel 1697 da Ludovico Bracchi (seconda metà sec. XVII – prima metà sec. XVIII), autore anche degli affreschi della volta del salone adiacente, l’Apoteosi di Tebaldo Martinengo. Si susseguono, sempre al primo piano, altre sale decorate con affreschi risalenti al Settecento e l’Ottocento.

In questo straordinario complesso ha abitato Marzia Provaglio Martinengo, dopo il matrimonio, tra la fine del Settecento e fino quasi all’unità d’Italia.

Marzia Provaglio Martinengo

Figlia della contessa Cecilia Fenaroli e del conte Pietro Provaglio, Marzia nasce a Brescia nel palazzo di famiglia in via Breda, l’attuale via Alessandro Monti, nel 1781, e si sposa nel 1797, a sedici anni, con il cugino Luigi Martinengo Cesaresco del Novarino (1761-1827), già trentaseienne.
Da ragazza vive le giornate in cui Brescia si proclama indipendente da Venezia, da giovanissima moglie e madre conosce personalmente Napoleone I (1769-1821), di passaggio in città, è poi testimone delle Dieci giornate del 1849 e, dieci anni dopo, nel giugno 1859, l’anno della sua morte, assiste all’entrata a Brescia di Vittorio Emanuele II (1820-1878).

Dopo il matrimonio Palazzo Martinengo Cesaresco ospita il ”cenacolo di Marzia”, uno dei salotti più frequentati di Brescia, che annovera tra i propri ospiti abituali i più importanti intellettuali locali, nonché Ugo Foscolo. La contessina, che ha ricevuto una buona educazione sia mondana, sia religiosa, non è stata destinataria di un’istruzione altrettanto accurata; di sicuro non ama scrivere, mentre nutre un discreto interesse per la lettura. Nonostante la sua non eccelsa istruzione, Marzia è in corrispondenza con importanti personalità della cultura e non solo, che all’epoca hanno rapporti con l’ambiente bresciano, quali Vincenzo Monti (1754-1828), Melchiorre Cesarotti (1730-1808), André Masséna (1758-1817) ed Eugenio di Beauharnais (1781-1824).

Nel 1807 è stampata a Brescia dalla tipografia Bettoni la prima edizione del carme Dei Sepolcri, motivo del soggiorno di Foscolo nella città lombarda, e ispirato, pare, dagli ardenti occhi di Marzia, oltre che dalla discussione con Ippolito Pindemonte (1753-1828).
Dopo la nascita dei figli, il matrimonio di Marzia è di pura convenienza, semplicemente improntato alla conservazione di un certo decoro.
Della relazione tra il poeta patriota e la contessa restano 104 lettere delle oltre 150 inviate da Ugo Foscolo e solo una da Marzia; quando nel 1816 lui abbandona precipitosamente l’Italia, impartisce all’amico Silvio Pellico (1789-1854) precise istruzioni di distruggerle, affinché non diventino di dominio pubblico. Marzia, invece, le conserva.

Alla sua morte, nel 1859, sono suddivise tra i figli e una parte va dispersa. La breve relazione tra Foscolo e Marzia Martinengo è un amore che dona momenti di spensierata serenità: la sua presenza dà lustro al salotto della contessa ed è partecipe delle sue gioie domestiche, a lui precluse dalla vita errabonda di esule e perciò rimpiante. Nella relazione, inoltre, pesa anche la differenza sociale; la contessa offre a Foscolo la protezione di una donna di rango e, allo stesso tempo, rende esplicite le barriere di classe che li separano. Oltre alle lettere superstiti, rimangono a testimonianza della relazione sentimentale tra i due la loro quotidiana frequentazione nel 1807, i pomeriggi in intime gite in carrozza e le sere al “cenacolo di Marzia”, l’assidua presenza a teatro del poeta nel palco dell’amata e l’invidia degli uomini bresciani per i suoi rapporti con una donna che fa girare la testa perfino a Eugenio di Beauharnais.

Di Marzia ci resta un ritratto di Andrea Appiani (1754-1817), realizzato tra il 1795 e il 1803 e conservato in una collezione privata. Concepito come ricordo da lasciare nella casa dei genitori dopo le nozze o come regalo per il futuro marito, il dipinto accentua i caratteri psicologici della giovane e presta un’attenzione particolare al suo volto e al suo sguardo, leggermente deviati rispetto alla posizione del busto. Marzia indossa un abito bianco, abbinato a uno scialle verde, fermato sul davanti da un gioiello, e un turbante sul capo e  la sua figura luminosa spicca sulla penombra dello sfondo.

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Articolo di Claudia Speziali

mbmWJiPdNata a Brescia, si è laureata con lode in Storia contemporanea all’Università di Bologna e ha studiato Translation Studies all’Università di Canberra (Australia). Ha insegnato lingua e letteratura italiana, storia, filosofia nella scuola superiore, lingua e cultura italiana alle Università di Canberra e di Heidelberg; attualmente insegna lettere in un liceo artistico a Brescia.

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