“Realiste e visionarie”. 42° festival internazionale di Cinema e donne. Parte seconda

Durante la rassegna fiorentina, quest’anno on line, svoltasi dal 25 al 27 novembre, sono stati presentati due documentari molto belli e interessanti che rivolgono l’attenzione su due donne, una delle quali troppo presto dimenticata anche nel mondo artistico, di cui fu estrosa e intelligente protagonista. Sto parlando della critica d’arte, scrittrice, scopritrice di talenti Francesca Alinovi che passò agli onori della cronaca per il suo barbaro assassinio, avvenuto il 12 giugno 1983 con 47 coltellate. Aveva 35 anni. In quel periodo purtroppo divenne celebre, suo malgrado, ma ciò finì per oscurare tutta la sua attività, come dice giustamente Veronica Santi che ha concluso in questo 2020 il suo documentario Off-identikit (20′), dopo aver realizzato nel 2017 I am not alone anyway, sempre sul medesimo personaggio.

Si tratta di un “corto” davvero pregevole, già vincitore della Sezione italiana del festival DocuDonna, che presenta una ampia serie di interviste ad artisti/e di New York che conobbero Francesca, alla quale riconoscono di dovere molto, sul piano umano e professionale. Ce la descrivono bellissima, allegra, con le labbra rosso fuoco, gli occhi profondi e i capelli neri, arruffati come una nuvola a incorniciare il volto sorridente; era curiosa, interessata, attenta a tutto ciò che la circondava e alle vite altrui.

Per molte persone fu un vero punto di riferimento, colei che le spronò sul cammino dell’arte d’avanguardia, che le aiutò a esporre, che le portò in Italia: a Bologna, a Napoli, a Perugia, a Roma. Un altro aspetto significativo dell’opera è il mix di tecniche audiovisive utilizzate, a cui si uniscono voce e frasi di Francesca, a formare una sintesi del suo pensiero espresso sia sulle riviste a cui collaborava sia in numerose pubblicazioni e messo in atto nella sua stessa — troppo breve — esistenza. Importanti, secondo quanto viene riferito dalle dirette testimonianze, furono l’amicizia con la famosa collezionista-gallerista Holly Solomon e le esperienze di “Fashion Moda” e di “PS1”; si tratta di due centri d’arte-laboratori-officine di cui la prima oggi è scomparsa, mentre la seconda rimane come vero e proprio museo inserito nel celebre MoMa. Laureata in Lettere con una tesi in storia dell’arte, poi ricercatrice presso il Dams di Bologna, Alinovi era nata a Parma il 28 gennaio 1948; fu uccisa nella sua casa bolognese da un giovane pittore con cui aveva avuto una storia travagliata; l’uomo oggi ha finito di scontare la sua pena, ma si è sempre proclamato innocente. Fra i tributi di artisti americani, va segnalato quello di Keith Haring che le dedicò una mostra a Milano e realizzò in suo ricordo il dipinto Untitled.

Keith Haring, Untitled. Painting for Francesca Alinovi

Nel 1986 un gruppo di intellettuali italiani che avevano collaborato con lei costituì un comitato e il relativo premio per valorizzare la sperimentazione e la interdisciplinarità fra le arti, premio poi denominato Alinovi-Daolio. Nel 2013, nel trentennale della morte, il Museo di Arte moderna di Bologna dedicò una mostra al suo percorso di critica d’arte.

Il secondo documentario che mi ha molto coinvolto è incentrato su un’altra donna conosciuta: l’attrice teatrale e cinematografica e regista francese Delphine Seyrig, infatti si intitola Delphine et Carole – Insoumuses (68′) ed è stato realizzato dalla giovane regista Callisto McNulty, dal curioso nome maschile.

Ma qui dobbiamo fare ben due passi indietro e spiegare che il materiale proviene da una istituzione unica al mondo, ovvero il Centre Audiovisuel Simone de Beauvoir che ha sede a Parigi e raccoglie, conserva, restaura, cataloga, diffonde documenti audiovisivi dedicati alla storia delle donne e alle battaglie per l’emancipazione e le conquiste sociali. Nacque nel 1982 ad opera di Ioana Wielder, Carole Roussopoulos e Delphine Seyrig (le due citate nel titolo); il materiale documentario è veramente numeroso, interessante, raro e riguarda manifestazioni, eventi, collettivi femministi, in piccola parte citati e inseriti in questo film. L’altro passo indietro riguarda l’attrice Seyrig, oggi probabilmente poco nota alle giovani generazioni. Era nata in Libano nel 1932 e aveva frequentato la beat-generation negli Usa, soprattutto in relazione al mondo della letteratura e della cinematografia. Conobbe poi Carole, pioniera del videoattivismo femminista, e in parallelo alla brillante carriera professionale si occupò in Francia, negli anni Sessanta-Settanta, delle rivendicazioni femminili. Nel cinema la sua figura è legata a tanti capolavori di registi/e per lo più francesi: da Truffaut (Baci rubati) a Duras (India song), da Demy a Resnais (L’anno scorso a Marienbad), senza dimenticare il nostro Monicelli (Caro Michele) e lo spagnolo Buñuel (La via lattea). È venuta a mancare giusto trenta anni fa, il 15 ottobre 1990.                         

Il documentario alterna una intervista relativamente recente a Carole (1945-2009) ai filmati di manifestazioni femministe degli anni Settanta e a spezzoni dei film interpretati da Delphine. Carole racconta come si conobbero: l’attrice si presentò a un suo stage per donne, dove fu riconosciuta da tutte, ma non da lei; in tal modo nacque un bel rapporto, un’amicizia senza sovrastrutture né pregiudizi. Tanto più che Delphine era non solo bella e naturalmente elegante, ma anche semplice, gentile, intelligente, schierata sempre contro i soprusi e le prepotenze, specie se di provenienza maschile.

Un giorno ebbero l’idea geniale di acquistare per seconde in Francia (il primo fu Godard…) una videocamera portatile e questo consentì loro di filmare proteste, come quelle delle prostitute e delle operaie in lotta, manifestazioni per la legge sull’aborto, interviste ad attrici famose (da Jane Fonda a Maria Schneider) e donne comuni, unite dalla medesima voglia di esprimersi liberamente e di ribellarsi alla sudditanza del potere maschile, in ogni ambito. Intanto loro stesse organizzavano fantasiose e divertenti forme di protesta, come la deposizione di una corona d’alloro alla vedova del milite ignoto, mai ricordata nelle celebrazioni, oppure intervenivano in dibattiti televisivi, entravano nelle fabbriche occupate, smascheravano la viltà della politica e la passività delle prime donne in ruoli chiave (come la ministra Françoise Giroud). Erano insomma, con un bel neologismo, insoumuses: le muse disobbedienti.

In ogni circostanza filmavano o lasciavano filmare le protagoniste, in totale spontaneità, visto che il mezzo era di facile uso, le immagini si potevano rivedere (e anche conservare, montare oppure cancellare) e immediatamente, grazie a dei televisori situati all’esterno, chiunque passando per strada avrebbe visto quanto stava accadendo dentro l’edificio (assemblea, collettivo, protesta, sciopero…) e ascoltato la voce autentica delle donne, senza filtri né intermediari. Una rivoluzione, per l’epoca. Per fortuna poi nacque quel prezioso archivio, intitolato a una grande maestra come Simone de Beauvoir, partecipe di tante battaglie in prima persona e coscienza critica di più di una generazione.

Concludo passando ai due film premiati con il Sigillo della Pace del Comune di Firenze, il primo a soggetto, il secondo documentario.

Solo no, del 2019, 90′, è scritto, diretto e prodotto da Lucilla Mininno che ha parlato però di un progetto condiviso e realizzato grazie a un bel gruppo di amici e amiche, attori-attrici, danzatrici, musicisti e tecnici.

Il film è stato girato nel piccolo paesino di Novara di Sicilia, arroccato sui monti, e si ambienta in grandissima parte dentro il suo teatro, che davvero ha corso il rischio anni fa di essere demolito.

In questo momento difficilissimo per tutto il mondo artistico, in cui ogni spazio pubblico è chiuso al pubblico e neppure alla Scala ci sarà la consueta “prima” a Sant’Ambrogio, la vicenda narrata appare quanto mai attuale: una attrice dal glorioso passato, Cecilia, vive da tempo nello spazio angusto dell’edificio, rifiutando di uscirne, nonostante le precarie condizioni di salute. A tutte le sue richieste di salvataggio, ai suoi appelli al folto pubblico di un tempo, alle istituzioni, al proprietario, è sempre stato risposto “solo no”; il teatro non rende, sarà sostituito da un supermercato, «d’altra parte si deve pur campare e mantenere i figli agli studi».

Nel vecchio spazio teatrale, ormai abbandonato e vuoto, Cecilia sopravvive vestendo i panni improbabili della fanciulla Butterfly, mentre un giovane collega e amico talvolta aggiusta le luci, le porta cibo e fiori, le fa da partner nelle vesti di Suzuky, nell’attesa della bella stagione e del ritorno di Pinkerton. Queste parti del film, dal ritmo molto lento, quasi buie, frammentarie e poco dialogate, sono per lo più in bianco e nero, mentre la vita fuori va avanti, con la sua quotidianità e i suoi colori. Ci sarà alla fine l’ultimo spettacolo, per un ristretto pubblico di gente locale e di conoscenze: Butterfly però non può uccidersi, non avendo a disposizione del sangue finto; viene invece convinta a uscire e a tentare di scrivere il suo futuro e una nuova carriera, insieme all’amico che ha ottenuto un buon ingaggio. Esce nel sole, abbagliata dopo tanto buio, vede la banda che sfila, i bambini che giocano, l’ampio paesaggio, ma si accascia a terra e muore. Il giovane attore debutta con successo e, mentre ringrazia il pubblico, crede di vedere Cecilia, ancora vicina a lui, felice di trovarsi in un teatro, anche se non sul palcoscenico.

Solo no

Riconosco che il film ha dei pregi, in primo luogo l’interpretazione di Anna Teresa Rossini, assai convincente, e si capisce benissimo che c’è una mano sicura dietro la macchina da presa, che sa cogliere dettagli, sfumature con finezza e abilità, tuttavia il ritmo è faticoso da seguire. La regista stessa è consapevole che ci vuole pazienza nella visione, che si deve apprezzare di più la lentezza nella frenesia odierna, ma in un film di solito piace anche un minimo di azione, piacciono dei dialoghi, delle inquadrature di esterni, delle scene non ripetitive. Certamente il piccolo schermo di un pc non aiuta e non crea la bella atmosfera di una sala cinematografica dove tutto è amplificato, i suoni sono decisi, le immagini chiare. 

Il documentario premiato, Nasrin di Jeff Kaufman (2020, 90′), è dedicato alla attivista iraniana per i diritti umani, avvocata Nasrin Sotoudeh, insignita delle Chiavi della città di Firenze. Attualmente in libertà temporanea, nel 2019 è stata condannata a 148 frustate e a 38 anni di carcere (ridotti a 12 da scontare) per aver difeso in tribunale una ragazza che rifiutava di indossare il velo, per non averlo indossato lei stessa e per aver fatto propaganda contro lo Stato. Dal famigerato carcere di Evin è stata poi trasferita in quello altrettanto duro di Qarchak, dopo 45 giorni di sciopero della fame a favore della liberazione concessa a molti detenuti a causa dell’epidemia Covid, da estendere ai prigionieri politici.                                                                                       

Nasrin, di Jeff Kaufman

Il documentario, girato in Iran da una troupe che per ovvi motivi rimane anonima, utilizza un montaggio molto efficace, che rende avvincente tutto quanto riguarda Nasrin, una donna gentile e coraggiosa. Nata a Teheran nel 1963, laureata in Diritto internazionale, aveva un ottimo lavoro in banca e collaborava a diverse riviste; fu così che conobbe il futuro marito Reza Khandan, nella redazione di “Una porta per il dialogo”. Si sposarono nel 1995 e hanno avuto una figlia e un bambino più piccolo. Reza è un padre attento e premuroso, condivide le battaglie della moglie, la appoggia in ogni circostanza; a suo tempo la incoraggiò quando espresse il desiderio di diventare avvocata per difendere la libertà di espressione e i diritti delle minoranze (come i Baha’i), delle donne, dei prigionieri politici e per battersi contro stupri e incesti, contro la carcerazione dei minori, contro la tortura e la pena di morte. Nasrin ci colpisce per il suo sorriso, per la sua innata finezza, per la sua cortesia, per l’amore verso tutte le forme artistiche: il cinema, il teatro, la poesia, la musica, la pittura che lei ritiene rivoluzionarie per i messaggi che possono trasmettere, sempre in forma pacifica, capaci di toccare il cuore e la mente. La vediamo mentre guida l’auto o cucina, mentre va a prendere il figlio a scuola, mentre suona il piano o realizza con delle amiche graziose bamboline da vendere per beneficenza: con il ricavato, ogni anno, pagano le cauzioni per liberare persone ingiustamente incarcerate. La vediamo poi decisa e battagliera in tribunale, coraggiosa nel partecipare a manifestazioni, attuare sit-in di protesta (come quando le tolsero il diritto a praticare la professione), fare in prima persona scioperi della fame e sopportare con tenacia l’isolamento in carcere, dove è stata chiusa più volte.  Il documentario alterna queste immagini legate alla quotidianità dell’avvocata a interviste con il marito e con altre attiviste, fra cui la celebre Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003. Altri momenti consistono in filmati d’epoca di manifestazioni susseguite nel tempo, in Iran, dal periodo dello Scià in poi, con i tanti cambiamenti (in peggio) avvenuti, da un lato attraverso le limitazioni dei diritti (fra cui la reintroduzione della poligamia e l’abolizione del divorzio) e, dall’altro, con l’imposizione di obblighi, primo fra tutti il velo, simbolo dell’oppressione; contraddizioni in un Paese dalla storia millenaria, dalla splendida cultura, in cui le donne hanno un livello di istruzione superiore ai maschi e appellarsi al Corano non vuol dire rinunciare alla giustizia e alla libertà. Non mancano poi alcune riprese di manifestazioni di solidarità in tutto il mondo, dal Canada all’Italia, dalla Turchia agli Stati Uniti, in favore di Nasrin e anche citazioni di articoli di giornale o brani di trasmissioni televisive, fra cui il video girato al Parlamento europeo durante la celebrazione in suo onore, con standing-ovation, avvenuta davanti alla sua sedia vuota.

Un documentario toccante, che si segue con vivo interesse, che smuove le coscienze e lascia impressa nella mente l’immagine di questa donna minuta ma forte, consapevole dei rischi ma convinta della propria missione nella società iraniana, in cui — nonostante tutto — ripone fiducia per le giovani generazioni.

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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