Il tragico destino di Parisina, un amore che sfida i secoli

Ci sono storie d’amore, come quella vera di Paolo e Francesca immortalata dal sommo Dante o quella fittizia di Romeo e Giulietta eternata da Shakespeare, che hanno commosso e ancora strappano lacrime al mondo intero. Ma c’è un’altra storia, forse meno nota ai più, ma che ha trovato una vasta rispondenza nella cultura: l’amore travolgente tra Parisina e Ugo, una giovanissima matrigna e un ancor più giovane figliastro, entrambi sui vent’anni. 

Laura Malatesta nasce a Cesena nell’ottobre del 1404. Figlia di Andrea Malatesta, signore di Cesena, e della seconda moglie Lucrezia Ordelaffi, la piccola, rimasta orfana di madre appena qualche settimana dopo essere venuta al mondo perché Lucrezia viene avvelenata dal padre Francesco III, cresce alla corte dello zio Carlo Malatesta a Rimini. Qui Elisabetta Gonzaga, moglie di Carlo, le fa da madre e l’accudisce amorevolmente.

Fin da bambina la chiamano col vezzeggiativo Parisina, ovvero “la Parigina”, come a dire la raffinata per eccellenza, lei che ha la leggiadria, la grazia e l’eleganza di portamento, di gusto e di stile tipiche delle donne transalpine. Riceve un’istruzione molto accurata che va dallo studio del latino e del francese alle buone maniere, dalla caccia ed equitazione alla falconeria, dal suono dell’arpa ai giochi di carte.

Parisina Malatesta, da Ritratti dei Principi d’Este, illustrati da Antonio Cariola nel 1640

Per consolidare un’alleanza politica tra Rimini e Ferrara, il 27 febbraio 1418 a soli quattordici anni la bionda e verginale fanciulla sposa a Ravenna il marchese di Ferrara Niccolò III d’Este, che ha vent’anni più di lei, è vedovo di Gigliola da Carrara e gode fama di essere un donnaiolo impenitente, un dongiovanni che ha sedotto un’infinità di ragazze seminando figli illegittimi per ogni dove. Giunta a Ferrara senza nessun festeggiamento pubblico perché in città imperversa la peste, viene a conoscere alcuni dei figli che il consorte ha avuto da varie donne.

Con dodici damigelle di compagnia, che formano la sua piccola corte, si stabilisce nell’appartamento “per signore” ubicato al primo piano della torre di Rigobello (alta più di cinquanta metri, poi andata distrutta), un ampio e luminoso alloggio decorato con motivi araldici, provvisto di uno studiolo dove si ritira a leggere e a suonare l’arpa. Altra sua dimora preferita è la cosiddetta Delizia di Consandolo, fatta costruire da Niccolò, di cui non restano che pochi ruderi.

Nei sette anni del suo matrimonio, Parisina mette al mondo due gemelle e un maschio: il 25 marzo 1419 partorisce Lucia, che andrà sposa a Carlo Gonzaga e morirà diciottenne, e Ginevra, futura moglie del signore di Rimini Sigismondo Malatesta, destinata anche lei a una vita breve (appena ventun anni), mentre l’atteso figlio maschio, Alberto Carlo, nato il 24 maggio 1421, non vivrà che pochi mesi.

Come racconta minuziosamente Matteo Bandello in una delle sue 214 novelle, la XLIV, «circondata da una numerosa corte privata, Parisina conduceva una vita brillante [e] tutti l’amavano per il suo buon cuore e per la ventata di novità che aveva portato all’ancora austera corte estense… Anche i rapporti con i figliastri erano sereni: si trattava spesso di suoi coetanei i quali si vedevano lesinare il denaro dal severo e talvolta avaro padre. Era allora la giovane matrigna a intervenire, affinché sia loro che i loro compagni avessero abiti e tutto quando abbisognava. Solo uno dei figli di Niccolò, Ugo, era favorito e viziato dal padre… destinato alla successione, viveva addirittura con una piccola corte».

Stando a quanto racconta lo storiografo Antonio Frizzi nelle Memorie per la storia di Ferrara, pubblicate per la prima volta nel 1791, all’inizio non corre buon sangue tra la fresca sposa Parisina e Ugo, il primo dei tre figli naturali che Niccolò ha avuto dalla sua amante preferita, Stella de’ Tolomei, un bellissimo ragazzo che ha un anno meno della matrigna ed è amatissimo dal padre, che lo ha già designato come erede della Signoria. Parisina «lo trattava poco amorevolmente», e il padre «ne provava assai rincrescimento».

Niccolò III (a sinistra), Parisina (al centro), Ugo d’Este (a destra)

Tutto cambia all’improvviso per uno strano scherzo del destino.

Nel maggio del 1424 Parisina parte alla volta di Ravenna per trascorrere un periodo di vacanza presso i Da Polenta, signori della città: come scorta, il marito la fa accompagnare da Ugo per porre fine a una sorta di antipatia che si è venuta a creare tra matrigna e figliastro. Durante il viaggio tra i due scocca la scintilla e l’iniziale incomprensione si trasforma in un fuoco che divampa come un incendio tanto che non riescono a stare lontani nemmeno un solo minuto. Peraltro la ragazza conosce fin troppo bene la storia di Paolo e Francesca, appartenenti alla sua stessa famiglia, e ora la rivive sulla sua pelle. La relazione prosegue di nascosto anche dopo il loro ritorno a Ferrara: divenuti inseparabili, passano intere giornate di piacere nelle splendide ville di campagna della corte estense situate nel delta del Po, oggi tutte patrimonio mondiale dell’umanità, come le Delizie di Belfiore e Quartesana. Secondo altre fonti, invece, per sfuggire alla peste nel 1423, la marchesa si rifugia insieme al figliastro nel castello di Fossadalbero, un casino di caccia, e qui i due si innamorano.

C’è anche una terza ipotesi meno nota e meno accreditata ma non meno seducente. Camillo Laderchi, in una nota alla seconda edizione delle Memorie (1850), riferisce che i due ragazzi sarebbero stati innamorati e fidanzati già prima che Parisina sposasse il marchese di Ferrara. Niccolò III, giunto a Rimini, conquistato dalla bellezza della fidanzata del figlio, la vuole per sé come sposa e per strapparla al giovane le fa credere che Ugo la tradisce con un’altra donna. Se è vero che il primo amore non si dimentica mai, a Ferrara poi tra le mura del castello estense si sarebbe riaccesa la fiamma tra i due.

Parisina in un dipinto di Giuseppe Bertini del 1854

Comunque siano andate le cose, non passano che pochi mesi allorché Zoese, una cameriera che era stata maltrattata da Parisina, per vendicarsi della padrona, mette al corrente della tresca il marchese. «Il 18 di Maggio da un pertugio fatto nella soffitta della stanza della moglie», Niccolò in compagnia di un testimone scopre la moglie a letto con il figlio.

La prigione di Parisina nel castello estense di Ferrara

Ferito nel suo onore, senza nessuna pietà nella notte tra il 20 e il 21 maggio 1425 li fa rinchiudere in due torri distinte del castello, lei in quella che sarà chiamata torre “della Marchesa”, lui nella torre dei leoni; malgrado l’intercessione di alcuni influenti cortigiani, non esita a farli decapitare senza nessun processo.

Esattamente un anno dopo l’inizio della loro storia d’amore, il 21 maggio 1425 con un solo colpo netto di spada il boia taglia la testa a Ugo, che invano professa al padre il suo sincero pentimento; subito dopo è il turno della moglie infedele che viene condotta al patibolo. Si inginocchia davanti al ceppo ancora caldo del sangue di Ugo ed esclama: «Adesso nemmeno io vorrei più vivere», «si spogliò colle proprie mani d’ogni ornamento, e si avvolse un drappo alla testa, e si prestò al fatal colpo che compié la scena ferale». Non ha ancora compiuto 21 anni. Quello stesso giorno anche il modenese Aldobrandino Rangoni, gentiluomo ai servizi della marchesa, viene giustiziato perché al corrente della relazione clandestina. Parisina e Ugo sono frettolosamente seppelliti all’alba del 22 maggio nel giardino della chiesa ferrarese di San Francesco, nei pressi del campanile. Frizzi narra che il marchese in preda al rimorso piange lacrime amare e passa la notte a invocare il nome del figlio. In seguito, però, diventa spietato e ordina la condanna a morte di tutte le donne adultere di Ferrara.

Girolamo Domenichini, La condanna di Ugo e Parisina (1836), Museo dell’Ottocento, Ferrara

Vale la pena di leggere l’accurato racconto di Bandello: «Ora veggendo la marchesana che il suo signor Ugo non s’era turbato e che anco non si levava, ma se ne stava immobile, e motto alcuno non diceva, fece pensiero mentre il ferro era caldo tenerlo ben battuto e non gli lasciar tempo di prender ardire di risponderle… Avendone ella l’agio, un’altra fiata avvinchiatogli il collo con le braccia e lascivissimamente basciandolo e mille altri scherzi e vezzi disonesti facendogli e dolcissime parole usando, di modo inescò ed abbagliò il misero giovinetto che egli sentendosi crescer roba per casa e già la ragione avendo in tutto dato il freno in mano al concupiscibile appetito, egli anco cominciò lascivamente a basciare e morsicar lei e porle le mani nel candidissimo petto e le belle, tonde e sode poppe amorosamente toccare… E se la marchesana desiderava di ritrovarsi con lui, egli non meno di lei lo bramava. Non molto adunque dapoi si ritrovarono insieme, ove gli ultimi diletti amorosi con infinito piacere di tutte due le parti presero… Il marchese Niccolò fece nel solaro un picciolo buco, per il cui pertugio una e due volte vide gli sfortunati amanti prender insieme amoroso piacere… La sera poi, quasi ne l’imbrunir de la notte, in quella medesima torre per comandamento del padre gli fu dal manigoldo mózzo il capo. Fu altresí a ladonna in quell’ora medesima ne l’altra torre tagliata la testa, ben che ella punto non mostrasse esser de la commessa sceleraggine pentita, perciò che mai non si volle confessare, anzi altro non faceva già mai che pregare che una volta veder le lasciassero il suo signor Ugo. E così col tanto gradito ed amato nome del conte Ugo in bocca la misera e sfortunata fu decapitata».

La tragica vicenda della “Fedra di Ferrara” come viene in seguito chiamata, appassiona Anton Francesco Grazzini, detto il Lasca, che, cambiando il nome dei personaggi e il luogo dell’azione, la rievoca nella quinta novella della seconda Cena.

L’amore è cieco. E la folle passione che nel suo turbinio travolge in un rapporto quasi incestuoso i due protagonisti attraversa i secoli ed eccita la fantasia di importanti personaggi della cultura. Ad essa si ispira nel 1631 il grande tragediografo spagnolo Lope de Vega per la tragedia El castigo sin venganza (La punizione senza vendetta).

La Parisina di Byron

Passano due secoli e nel 1816 il poeta romantico inglese George Byron, attingendo le notizie dallo storico Edward Gibbon, intitola Parisina un poemetto in rima che ha avuto numerose traduzioni italiane in versi sciolti, tra cui quella più nota di Andrea Maffei. Parisina è anche un’opera teatrale di Luigi Cicconi rappresentata al Teatro Carignano di Torino il 30 novembre 1832, immediatamente seguita dal melodramma in tre atti di Gaetano Donizetti, il compositore che dedica il maggior numero di opere ai personaggi femminili, Parisina d’Este, andata in scena alla Pergola di Firenze il 17 marzo 1833.

Due anni più tardi, in pieno clima romantico che nutre una sorta di venerazione per la signora Malatesta, ecco spuntare nel 1835 un’altra Parisina, una tragedia in cinque atti del drammaturgo Antonio Somma. Giosuè Carducci menziona «Parisina ardente dal sangue natal di Francesca» nella poesia Alla città di Ferrara.

Perfino il cinema muto è affascinato dalla tragica vicenda dei due amanti: nel 1909 sugli schermi delle prime sale cinematografiche italiane si proietta Parisina (titolo completo Un amore alla corte di Ferrara del XV sec.), un cortometraggio di diciassette minuti diretto da Giuseppe De Liguoro.

La Parisina di Mascagni  

La sfortunata amante del primo Rinascimento rivive ancora sul palcoscenico nel 1908 con il dramma dello svedese Hjamar Bergman, e soprattutto alla Scala di Milano il 15 dicembre 1913 con la tragedia lirica in tre atti Parisina, musicata da Pietro Mascagni su libretto di Gabriele D’Annunzio. Molte opinioni sostengono che il fantasma di Parisina vaga ancora tra le stanze, la prigione e il cortile del castello estense. Dicerie a parte, a sei secoli di distanza, malgrado la damnatio memoriae voluta dal perfido Niccolò, Parisina, come ci piace ancora affettuosamente chiamare madonna Laura Malatesta che sentiamo straordinariamente vicina a noi, continua a vivere nei nostri cuori e nei nostri pensieri.

Costretta a sposare un uomo che non conosceva e non amava, ha pagato con il sangue la libertà di amare, sorella nella stessa tragica fine di tante donne di oggi vittime di una disumana e spietata crudeltà.

In copertina, il castello di Ferrara

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Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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